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VER 3.0: L'Occhio di Rovereto versione blog. Maggiore dinamicità, maggiore interattività, alienazione allo stato puro.

Avvertenza: se doveste avere il sospetto di riconoscervi tra i personaggi di queste storie, sappiate che si, siete voi. Ma non prendetevela con noi. Noi eravamo zitti in un angolo a prendere nota. Avete fatto tutto da soli.

 

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Trentino, 7 agosto 2006
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l'Adige, 15 aprile 2008

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domenica, 08 giugno 2008

Come nascono le idee




Conferenza di Edoardo Boncinelli, docente di Biologia e Genetica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano

È proprio dell’uomo innovare e rompere con la tradizione attraverso nuove idee. Ma sappiamo cos'è una idea? Quando e dove scocca la scintilla? Una grande idea brillante è frutto di un lavoro metodico, di un accostamento ardito o di un colpo di genio? In cosa consiste un atto creativo? E, ancora, qual è il legame tra intelligenza e creatività? E tra genialità e follia? Un tema affascinante, alla risoluzione del quale concorrono tante discipline, dalla psicologia classica alle neuroscienze moderne.
Il professor Edoardo Boncinelli presenterà anche il suo nuovo libro “Come nascono le idee” (uscito il 5 giugno per Laterza).


Mercoledì 11 giugno 2008, alle 18 nell’Aula Magna del Palazzo Istruzione (Corso Bettini, 84 Rovereto).
Entrata libera

Per informazioni: infoincontri@cimec.unitn.it
postato da: okcomputer alle ore 16:41 | link | commenti (3)
categorie: cultura, libri, conferenze, università

mercoledì, 28 maggio 2008

Occhi che pensano, cervelli che guardano

Domani, 29 maggio, alle 18 alla caffetteria Le Arti del Mart (Rovereto)

Occhi che pensano, cervelli che guardano 
 
Con lo storico dell’arte Francesca Bacci si parlerà di arte e neuroscienze  

Rovereto, 28 maggio 2008 – Artisti e scienziati: un dialogo è possibile. A dircelo sarà lo storico dell’arte Francesca Bacci, ricercatrice presso il Laboratorio di Scienze Cognitive e curatrice del progetto “Arte e neuroscienza” in collaborazione con il Mart, che ci racconterà in che modo le neuroscienze moderne spiegano l’arte come fenomeno sensoriale e – viceversa - come può il lavoro degli artisti aiutare i neuroscienziati cognitivi nel loro lavoro di ricerca.

Domani sera, alle 18, alla Caffetteria “Le Arti” del Mart, nel corso del terzo e penultimo appuntamento con gli aperitivi neuroscientifici organizzati dal CIMeC, si affronterà un argomento attuale, quello della collaborazione tra arte e scienza. L’interdisciplinarietà degli studi sulla mente e sul cervello si è estesa a tal punto da giungere a comprendere anche le materie artistiche finora considerate altre, anche per la radicale differenza di metodo. “L’artista è libero, fa ricerca con metodi interamente personali e rende conto in primo luogo a sé stesso, mentre lo scienziato per essere deve seguire rigidamente un certa procedura”, spiega infatti la Bacci, “tuttavia, non dimentichiamo che l’incomunicabilità tra artisti e scienziati è un concetto relativamente recente che gli aspetti in comune sono molti”.

“La storia dell’arte mette a disposizione della scienza migliaia di anni di dati sulla percezione umana sotto forma di opere e gli artisti, basandosi unicamente sulla propria esperienza e sulla profonda coscienza dei propri processi sensoriali, possono fornire alla ricerca originali spunti di riflessione. Gli scienziati possono spiegarci le ragioni delle nostre reazioni di fronte ad un’opera d’arte” spiega la Bacci, che tuttavia sottolinea di non voler in questo modo negare quell’alone di mistero che circonda il fenomeno artistico.

Insomma, è possibile che a 6 secoli da Leonardo, insieme artista e scienziato, e con i recenti sviluppi delle tecniche di neuroimmagine cerebrale, l’arte abbia ancora qualcosa da insegnare alla scienza? 

L’ingresso agli Aperitivi è libero e il buffet è offerto dal CIMeC; il programma è disponibile all’indirizzo www.cimec.unitn.it/aperitivi. Per avere maggiori informazioni, scrivere a infoincontri@cimec.unitn.it o chiamare i numeri 0464 48 3519 - 3523.

PROGRAMMA

Francesca Bacci – storico dell’arte

Occhi che pensano, cervelli che guardano

L’arte come fenomeno sensoriale spiegato dalle scienze della mente e del cervello

Giovedì 29 maggio, alle 18.00 
Caffetteria “Le Arti” – Mart C.so Bettini n. 43 - Rovereto (TN)  
Con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto
postato da: okcomputer alle ore 15:14 | link | commenti (1)
categorie: cultura, incontri, conferenze, università

venerdì, 04 aprile 2008

Aperitivi neuroscientifici dal 17 aprile al 19 giugno

Per restare in tema di caffè scientifici:





Quattro eventi aperti a tutti, organizzati dal CIMeC (17 aprile, 15 e 29 maggio, 19 giugno): quattro "Aperitivi neuroscientifici" che si svolgeranno alla Caffetteria "Le Arti" del Mart, alle 18 (Buffet offerto dal CIMeC) con quattro ricercatori del CIMeC, su quattro diversi temi: cognizione animale, percezione del corpo, arte e neuroscienze e intelligenza artificiale e umana a confronto.


 

PROGRAMMA

17 aprile

Giorgio Vallortigara - psicologo comparato e neuroscienziato

Intelligenza e pensiero: viaggio nella complessità della mente animale

“La differenza nei processi mentali tra gli uomini e gli animali, per quanto grande, certamente è una differenza di grado e non di qualità” (Darwin, 1882)


15 maggio

Francesco Pavani - psicologo sperimentale

I mutevoli confini del corpo

Costruzione multisensoriale dello spazio corporeo ed extra-corporeo secondo le neuroscienze cognitive


29 maggio

Francesca Bacci - storico dell’arte

Occhi che pensano, cervelli che guardano

L’arte come esperienza sensoriale spiegata dalle scienze della mente e del cervello


19 giugno

Marco Baroni - linguista computazionale

Il Senso Comune: che cos’è? Come lo acquisiamo? Perché i computer non ce l’hanno?

Flessibilità del cervello umano e ferrea logica delle macchine: intelligenza naturale e (scarsa) intelligenza artificiale a confronto

Giovedì 17 aprile, 15 e 29 maggio, 19 giugno alle 18.00 
Caffetteria “Le Arti” – Mart C.so Bettini n. 43 - Rovereto (TN)  
Con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto






INFO

postato da: okcomputer alle ore 19:58 | link | commenti (3)
categorie: cultura, incontri, iniziative, conferenze, università

mercoledì, 02 aprile 2008

Caffè scientifico

COS'È UN CAFFÈ SCIENTIFICO E COME FARNE UNO

Se avete già partecipato ad un Caffè Scientifico (CS), probabilmente non state leggendo questa pagina. Per tutti gli altri, un CS è soprattutto un incontro piacevole, interessante e che può potenzialmente portare alla dipendenza: se ne vuole sempre un altro, tanto che alla fine se ne organizza uno.

Scherzi a parte, un CS giostra intorno ad una discussione, di taglio scientifico, tra persone normali con la partecipazione di qualche esperto, che generalmente introduce l'argomento e che può chiarire alcuni punti tecnici. Non è una conferenza, anzi, in un certo senso è proprio il contrario.

continua su www.caffescientifici.it/

 

In Italia il caffè scientifico è presente solo in 12 città, compresa Rovereto, nella quale viene organizzato dal  CiMEC.

postato da: okcomputer alle ore 17:18 | link | commenti (2)
categorie: cultura, incontri, conferenze, università, rovereto nel web

martedì, 04 marzo 2008

Maiani who?

Non so chi ha seguito la vicenda. Sta di fatto che è nata un po' di polemica su Maiani (ex direttore del Cern di Ginevra messo alla berlina per aver firmato la lettera dei docenti della Sapienza contro il Papa.) e indovinate da parte di quale grande luminare?? GABRIELLA CARLUCCI!!!
E questa è l'italia.
da leggere:
 il suo blog in particolare i commenti

per chi vuole andare in dettaglio

articolo di liberazione
un blog in inglese
blog in italiano


da notare come quel genio della Gabriella si attacca ad una scusa del tipo: "se è veramente così un luminare, come mai non ha vinto il nobel?"

e noi ancora andiamo a studiare?
postato da: ElStefano alle ore 23:29 | link | commenti (2)
categorie: cultura, politica italiana, fatti e misfatti, università, angolo dello sfogo, politica mondiale

domenica, 02 marzo 2008

COME SCEGLIERE I PROFESSORI: NEPOTISMO E COOPTAZIONE

Sulla normativa riguardante la nomina di professori universitari ho trovato questo articolo: www.altalex.com/index.php?idnot=9994

Mi sembra di capire che per i professori la procedura sia seria, ma so che per assegnazioni di più basso livello (borse di studio, dottorati, esercitatori..) è in voga l’ipocrita pratica di far vincere i concorsi ai predestinati di turno. Se, come credo, non c’è niente di male nel fatto che un professore voglia avvalersi della collaborazione di persone che conosce, di cui si fida, si renda la cooptazione legge. Altrimenti si facciano concorsi seri, con commissioni esaminatrici ampie e qualificate (ora nelle commissioni ci sono il professore interessato e pochi intimi..).

 
 

da “Il Corriere della Sera” del 1/3/2008
www.corriere.it/romano/08-03-01/01.spm

 

L'Università in molte inchieste giornalistiche viene accusata di nepotismo per un perverso doppio sistema di assegnazione delle cattedre: quello «familistico» dei «figli d'arte» e quello baronale delle «affiliazioni» che fa senatori i propri cavalli, come si dice (colpa di cui non credo di essermi personalmente mai macchiato). Domanda: i «consanguinei», prodotto privilegiato del cosiddetto «familismo amorale», non possono avere alcun diritto e quindi devono rinunciare all'insegnamento e alla carriera universitaria, anche se validi, con titoli scientifici per nulla costruiti «ad hoc» nelle officine delle oligarchie baronali, giudicati positivamente da Commissioni serie, non sfiorate da indagini giudiziarie, solo perché sospettati di avvalersi della protezione di padri cattedratici pronti a intrigare e manipolare le Commissioni giudicatrici risultate da elezioni nazionali?
Franco Crispini , francocrispini@virgilio.it

 

Risposta di Sergio Romano:

Caro Crispini, il metodo di selezione all'interno delle università italiane, così frequentemente deprecato dall'opinione pubblica, ha un doppio nome. Può essere definito «nepotismo » quando vogliamo esprimere la nostra indignazione per gli smaccati favoritismi di un professore a vantaggio dei propri familiari ed allievi. Ma può anche essere definito «cooptazione» quando vogliamo semplicemente descrivere un sistema in cui i nuovi arrivati vengono scelti da coloro che hanno maggiore anzianità di servizio. Il fenomeno, quindi, è lo stesso, ma può essere qualificato, a seconda delle circostanze e dei punti di vista, con due parole che esprimono giudizi diversi.
Per quanto mi concerne non credo che una società moderna possa fare a meno della cooptazione. I professori conoscono i loro allievi, sanno quale fra essi abbia maggiore ingegno, vocazione agli studi, capacità organizzative. È possibile che la loro scelta sia influenzata dall'umano desiderio di trasmettere l'insegnamento a una persona che rispetti i loro metodi e renda omaggio al risultato del loro lavoro. Ma è difficile immaginare che un professore di buon senso voglia mettere la sua cattedra nelle mani di un erede mediocre e inetto. Per le aziende e le professioni, pubbliche o private, il problema è in parte diverso. In questo caso la scelta del figlio o della figlia, del genero o della nuora risponde a un evidente interesse familiare. Ma sarebbe sciocco dimenticare che i figli di un avvocato, di un notaio, di un medico, di un farmacista, di un generale, di un magistrato o di un diplomatico «vanno a scuola» sin dall'infanzia. Sono cresciuti in una famiglia in cui, se non sono stupidi o interamente assorbiti da altri interessi, hanno imparato a conoscere il mestiere con le sue regole e i suoi trabocchetti.
Nessuna società, autoritaria o democratica, potrà mai fare a meno del capitale di conoscenze che si accumula nelle famiglie. Dissiparlo in nome di un ideale egualitario sarebbe assurdo. Aggiungo che nell'animo di un vecchio che sceglie l'erede vi è anche il desiderio di sopravvivere nel suo lavoro. In molti casi questo desiderio è un'illusione. Ma desideri e illusioni sono il cemento necessario di qualsiasi iniziativa umana che non sia frivola ed effimera.

Cooptazione e nepotismo, soprattutto nel mondo accademico, sono quindi destinati a durare. E quanto più si cercherà di sopprimerli, tanto più riusciranno ad aggirare i concorsi e a prevalere sulle regole della selezione astratta e impersonale. Vi sono carriere, soprattutto pubbliche, in cui i concorsi sono necessari e lo Stato deve essere garante del loro funzionamento. Ma ve ne sono altre in cui i meriti della cooptazione dovrebbero essere riconosciuti e il suo funzionamento regolato con norme trasparenti. Preferisco la cooptazione alla luce del sole piuttosto che gli accordi di scambio con cui certi concorsi vengono sostanzialmente truccati.

postato da: GinoCerutti alle ore 10:49 | link | commenti
categorie: università

martedì, 14 agosto 2007

L' Esamificio

tratto da 30elodesenzastudiare.splinder.com/

Contrariamente a come siamo abituati a vederlo, il sistema scolastico non è un’istituzione no profit, pubblica o privata, nata per formare le giovani menti in nome della conoscenza: se pensate questo allora dovreste anche aspettarvi di trovare la primavera, nella credenza della cucina, ogni volta che aprite un pacco nuovo di merendine. Un’università è quanto di più simile esista ad un’azienda ed ha, come oggetto principale del proprio business, l’ottenimento di finanziamenti pubblici o privati. Per ottenere questi finanziamenti uno dei fattori chiave sono gli studenti, che pagano l’ateneo sotto forma di retta e/o tasse universitarie. Che voi studenti impariate o non impariate poco cambia a chi amministra l’azienda: proprio come avviene per l’agricoltura di massa e l’allevamento intensivo, si predilige la quantità in nome della qualità, sacrificando il controllo. E’ esattamente in questa falla che va inserito il piede di porco per scardinare l’ingresso al sapere accademico! Il sistema scolastico del quale fai parte è strutturato per fornirti una preparazione apparente e fittizia: il giocattolo funziona se lo studente crede di imparare. Se vuoi imparare davvero non studiare come ti chiedono di fare: l’istruzione non è una catena di montaggio; superare l’esame, accantonare la materia e passare alla successiva, veloce, se perdete il ritmo l’azienda non vi aspetta! Di fatto pochissimi studenti si rendono conto di quanto poco l’università li stia preparando, per il semplice fatto che pochissimi di loro studiano ed approfondiscono quegli stessi argomenti, senza lo spauracchio di un esame in vista. D'altronde, hanno disimparato in anni di scuola ad associare piacere allo studio.

e se volete anche QUI
postato da: okcomputer alle ore 14:06 | link | commenti (4)
categorie: cultura, università, angolo dello sfogo

lunedì, 26 marzo 2007

Ammassati come sardine in una piccola scatola schiacciata

Quando leggo certe cose una lacrima di commozzione mi scappa sempre. C'è qualcosa di marcio in Italia, qualcosa che puzza, c'è un enorme cadavere in decomposizione ma che pochissimi hanno il coraggio osservare. Io stesso distolgo lo sguardo, perchè così mi fa comodo, fa comodo a tutti. Però poi non posso che provare schifo di me stesso e questa mia nausea di espande come una goccia d'olio ed abbraccia ogni cosa. Possiamo benissimo star qui a raccontarci che va tutto bene, che le cose procedono alla grande, un pò come quando incontro i miei vecchi prof delle superiori e mi chiedono come va all'università. In quei casi li pagherei per aver con me un anestesia e spararmela in vena. Ma non posso fuggire dalla realtà e per svincolarmi il prima possibile ripeto a memoria la solita minestra, quella socialmente acettata da tutti e che ti permette di congedarti senza che nessuno torni a casa pensando che tu sia uno psicopatico. "Bene, sempre bene, sempre avanti, avanti tutta" e stronzate del genere. E siam tutti felici, perchè la felicità è il valore supremo, guai ad attaccarlo, pena l'esilio.
Così anche l'università, con il suo voler promuovere la mediocrità, contribuisce a creare un mondo fatto di pressapochismo e di superficialità, un mondo sterile come la plastica. Sterile di idee, sterile di impegno, un mondo impalpabile, nel quale tutti quanti crediamo di capirci qualcosa ma in realtà non ci accorgiamo che stiamo solamente raschiando la superficie, mentre il vero sapere sta laggiù, nelle profondità. Ma spingersi così a fondo prima di tutti è stancante, necessità di impegno, di volontà; poi, cosa ben più triste, non viene concepito dal moderno sistema. Se lo fai resti indietro, se resti indietro arrivi dopo. Ma dove non lo sa nessuno. E non passa giorno che non me lo chieda: dove stiamo andando? Forse questa lettera ha aggiunto un piccolo tassello alla mia risposta. O forse è la conferma di tutte le mie paranoie. Chissà.

Dall'Adige di oggi, Lunedì 26 Marzo.


Torno a casa dopo una giornata di discussione di tesi di lauree triennali e rifletto, piuttosto ammaccata, sulla mediocrità di alcune di esse, che pure hanno causato feste, cori, commozione, fiori, come se i candidati avessero vinto il Nobel. Accendo la TV per rilassarmi e mi trovo nel bel mezzo di un celebre quiz televisivo, che mi offre queste due perle. Domanda: quale tra questi quotidiani nacque durante il Risorgimento grazie a un gruppo di patrioti? La Nazione, il Messaggero, il Mattino o l'Unità. Il giovane concorrente, sui trent'anni, risponde: i patrioti erano sicuramente di sinistra, quindi è L'Unità. Domanda: di quale regione è originario il dolce chiamato Mont Blanc? Piemonte, Lombardia, Valle d'Aosta o Trentino Alto Adige. La concorrente, giovane poco più che ventenne, riflette attentamente: dunque, poiché c'entra il Monte Bianco e anche la lingua francese, direi Trentino Alto Adige. A questo punto, aneddotica a parte, credo che un paio di riflessioni sullo stato della nostra istruzione siano necessarie, a patto che si voglia davvero prendere provvedimenti, urgenti e subito, e non fare qualche chiacchiera da bar. La prima cosa da dire è molto impopolare, ma va detta. I contenuti sono importanti. Ciò non significa affatto che non lo siano le competenze, ma semplicemente che le competenze senza i contenuti sono competenze in nulla. Sgombriamo subito il campo dall'idea che questo stato di cose sia stato voluto o provocato dai movimenti della contestazione dei '60-'70. Nei '60 non c'ero e dei '70 ho già scritto più volte, ma resta il fatto che le rivendicazioni di allora miravano all'insufficienza delle nozioni in sé, svincolate da ogni lettura critica e contestuale. Nessuno che fosse serio ha mai detto: via le nozioni, via la strumentalità, ma: non facciamole bastare. Ciò che si è recepito, invece, come sempre, è la cosa più semplice e più comoda: eliminiamo tutto ciò che costa sforzo. Di qui la tristezza soverchiante della situazione attuale: non si nega non solo un diploma a nessuno, ma nemmeno una laurea triennale, a questo punto, viene negata a nessuno. Gli studenti che spesso hanno scritto anche sulle pagine di questo giornale, rimarcano soprattutto le difficoltà, vorrebbero tutto semplice, accessibile a tutti senza distinzione, simpatico, divertente e anche, perché no, ricreativo. Credo che sia il caso finalmente di affermare un'altra cosa assai impopolare: che non tutti sono adatti a studiare, a prendere una laurea e a lavorare di concetto. La teoria delle intelligenze multiple significa proprio questo e non il contrario: valorizziamo allo stesso modo chi ha una intelligenza manuale e chi ce l'ha logica, e traiamone le debite conseguenze. Le strade individuali sono diverse e non è vero che a tutti possono essere aperte tutte le strade. La seconda cosa da dire è che il dibattito sull'importanza della socializzazione, sull'attenzione ai processi di apprendimento personali, sulla scuola a misura di studente, sulle strategie cognitive non è nato per riempire un vuoto di contenuti, bensì di metodo. Vale a dire che socializzare, imparare ad imparare, riflettere sui propri modi di apprendere non sono altro che metodi per affrontare i contenuti, ma non possono essere i contenuti in sé. L'errore clamoroso consiste proprio in questa sostituzione: non si possono sostituire le tabelline con l'orto biologico, ma usare le tabelline per progettare l'orto biologico; non si può fare il corso di ceramica o fotografia invece di studiare le capitali, alla fine il ragazzo crederà di fotografare il Monte Bianco invece dell'Himalaya. In sé non c'è nulla di tragico a non sapere dove si trovi il Monte Bianco o quale sia la capitale della Francia, il problema è che chi non lo sa non saprà nemmeno iniziare a discutere, tanto per dirne una, sulle possibilità di migliorare le condizioni ambientali di quel contesto, o dialogare con le persone di un altro Paese senza rischiare di offenderli o di essere preso a botte. Infine: sono convinta che per cambiare e migliorare, il che significa in definitiva tornare ad acquisire l'autorevolezza che hanno perso, le istituzioni educative debbano fare un passo indietro. Non certo per tornare alla scuola nozionistica che io per prima ho contestato a suo tempo, ma per aprire una nuova fase in cui si smetta finalmente di navigare nel pressappochismo generalizzato, con la coscienza, da parte dei docenti, di dare davvero qualcosa di importante agli studenti, e la consapevolezza, da parte degli utenti, che la scuola e l'università sappiano qualcosa che gli altri non sanno. Il punto è tutto qui. Abbassare il livello significa dare l'impressione che tutti possano sostituirsi o anche fare meglio di scuola e università, che invece devono rivendicare il primato della loro specificità e farlo valere. Non attraverso i test a crocette tristemente importati dagli ignorantissimi Stati Uniti, ma accettando finalmente una cultura della valutazione che comprenda tutto: le competenze e le conoscenze, il metodo e il contenuto e distribuendo le singole responsabilità senza crearsi alibi. Ai docenti, ma anche alle famiglie, agli studenti e anche ai dirigenti, all'amministrazione e a tutto il personale. Ultima considerazione molto pratica: quando sul mercato del lavoro qualificato arriveranno le valanghe asiatiche e arabe (e non passerà tanto tempo), che hanno un sistema educativo medievale, d'accordo, ma che in tal modo hanno saputo creare competenze altissime, i nostri eleganti giovani, pieni di telefonini e auto sfavillanti, si troveranno a dover combattere contro una concorrenza imbattibile e sfrontata e accuseranno noi di non averli attrezzati a sufficienza - non di telefonini, ma di sapere. E il guaio è che avranno ragione.

FEDERICA RICCI GAROTTI
postato da: okcomputer alle ore 23:18 | link | commenti (11)
categorie: università, angolo dello sfogo

martedì, 14 novembre 2006

Solo uno sfogo

Mi piacerebbe capire se tra gli studenti che si interrogano sul valore educativo affidato all'università vi sia qualcuno che nutre perplessità nei confronti di questa riforma del 3+2, che a mio avviso ha frantumato, demolito, fatto crollare quel poco di buono che credo rimanesse nel nostro paese, l'istruzione. Oramai è diventata peggio di un sait dove tutto è in offerta, solo che qui non si parla di due etti di prosciutto ma di cultura. Svenduta, violentata, derisa, è diventata un bene di consumo indipendentemente dal fatto che uno si impegni sul serio o “tiri a campare”.Credevo che all'università si trovassero persone mosse da un profondo interesse verso le materie, i temi trattati, vogliose di coltivare le proprie passioni con impegno e sacrificio. Insomma nessuno ti obbliga ad iscriverti giusto? Dovresti iscriverti perché lo vuoi, punto.
Ma sono un illuso e come sempre la realtà è ben peggiore di come uno se la immagina, solo che sembra che a tutti vada bene così; dopo tre anni ti puoi vantare con gli amici di essere dottore in qualcosa, magari te lo fai pure mettere sull'elenco telefonico tanto per rimarcare per benino la tua posizione sociale. Mentre la cose, a mio avviso, sono un po' diverse. Da quel che posso vedere una triennale non si nega a nessuno, certo comporta lavoro, ma alla fine ci giungono tutti.
Credo che gli studenti universitari si possano dividere fondamentalmente in quattro categorie:
-quelli impegnati, illusi, che studiano sodo senza porsi tante domande;
-quelli impegnati ma disillusi, che studiano con un profondo senso di frustrazione per un 'occasione di crescita mancata
-quelli che la parola università nemmeno sapevano che volesse dire ma visto che la fanno tutti la fanno anche loro e hanno scoperto che in fondo si vive bene
-quelli che la parola università nemmeno sapevano che volesse dire ma hanno l'onestà di non tirarsela
Quando penso a queste cose mi viene sempre in mente una mia amica, davvero brava.Finito il liceo ha deciso di iscriversi a filosofia. L'ho incontrata l'ultima volta quasi un anno fa, le chiedo come sta e come vanno gli studi. Mi dice che è un po' indietro, che le mancano esami, e questo perché il suo interesse verso la materia la spinge ad approfondire, a leggere e ad informarsi più del dovuto, più di quelle quattro slide che pubblicano i prof in esse3 . Il suo è un interesse che nessuna dispensa riesce a placare. La ricordo sempre con molta ammirazione, lei per me rappresenta lo studente universitario per eccellenza. Però nel mondo accademico d'oggi, aimè, passa come una perdente.Andare avanti, non fermarsi mai, collezionare crediti, porsi poche domande, studiare l'essenziale perché se no resti indietro, avanti, avanti, sempre così, non fermarsi mai.Spero solo che in questo mondo esista un qualche tipo di giustiza divina, e ne sono convinto che sia così, perché poi la vita non la risolvi con un esame a crocette e un mezzo orale. Quello che impari rimane con te per sempre.E mi chiedo, se trentanni fa un pensatore che risponde al nome di Pasolini proponeva una sospensione della scuola, perché corruttiva per le coscienze, ipocrita ed inutile, mi chiedo, che avrebbe da dire oggi?
postato da: okcomputer alle ore 13:52 | link | commenti (27)
categorie: cultura, università, angolo dello sfogo