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lunedì, 21 dicembre 2009

Come è morto Stefano Frapporti?

Stefano Frapporti era un muratore di 48 anni. Lo scorso 21 luglio andava in giro in bicicletta quando è stato fermato da due carabinieri in borghese per un'infrazione stradale. Portato in carcere perché sospettato di spaccio non uscirà mai vivo dalla cella.

Immagine22
martedì 22 dicembre
ore 20.30
Sala Filarmonica
Rovereto

per info: http://frapportistefano.blogspot.com/
postato da: farronait alle ore 19:05 | link | commenti
categorie: storia, teatro, incontri

giovedì, 03 dicembre 2009

Essere Marty McFly

Non so nemmeno io perchè, anzi, si lo so: stavo cerando un vecchio post che parla di giovani che si definiscono "pazzi". lo volevo postare su FB, e l'ho fatto! (sono "pazzo" ndr)
Era uno di quei post che ti rimangono impressi, perché è dannatamente reale e rende perfettamente l'idea. Ora, per capirci, il post è questo ed è ancora attuale.
L'ho messo sul tanto amato e odiato FB perché, quel posto, pullula di giovani che devono mostrare la loro stravaganza, il loro "bere fuori dal coro". Molti di loro, anzi, i più, pubblicano una miriade di gruppi inutli e insulsi,  gruppi che raccontano dello sballo della sera prima, dell'"amore" che non c'è e di altre mille cose molto stile "tre metri sopra il cielo" o studio aperto (che sono più o meno la stessa cosa). Mi sono detto: magari, qualcuno lo legge, e magari qualcuno si illumina.
Bene, detto questo aggiungerei che: non è questo che volevo dire.
ma questo:
Appena letto quel post, mi sono detto: diamine, ci sono 97.000 visite (equivalenti a 3 volte la popolazione di PB), chissà di cosa si riempiva il blog nel lontano 2006, e quindi: archivio->2006->marzo
Lì mi si è riaperto un mondo, il primo post parla del vecchio sito (ndr: che fine ha fatto? che fine ha fatto il sito della birra del templare? e soprattutto: che fine ha fatto la birra del templare??).
Subito sopra: questo post dal titolo "disagio giovanile", un post dove viene/veniva narrata la più grande festa mai avvenuta a rovereto, cosa che ora, invece, avviene puntualmente ogni fine settimana: dal venerdì alla domenica sera: festa non-stop!
Altro post degno di nota quello dove si narra la vicenda di un povero giovane obbligato dalla legge ad abbandonare l'italia, e lo fa in treno. Ma, e qui viene il bello, non avendo i soldi per il biglietto del treno, e quindi sul treno non c'è rimasto e non si sa se c'è riuscito, strano posto l'italia (link)
Un post sugli arabi e la loro integrazione, che potrebbe essere stato scritto tranquillamente 2 giorni.
I primi post sull'ambiente e l'uso di biclette da cui poi si andarà a fare la massacritica assieme ad alcuni personaggi presenti nei commenti.
E infine, un bel post sul nostro amato SB, indovinate come mai?

Bene, tutto questo, o quasi, presente il primo mese del blog. Ora mi sorge un dubbio: o eravamo (erano, al tempo non so se ero tra gli "autori") avanti anni luce, cosa che dubito, o veramente stiamo vivendo nell'immobilità cerebrale dove le cattive idee rimangono fisse e inamovibili. dove tutto riaccade ogni uguale, sembra un truman show con autori senza inventiva.
Sarà.
Comunque, è sempre bello leggere le cose di tempo fa. Fa un po' impressione rileggerle sapendo tutto quello che è accaduto dopo, è un pò essere Marty McFly (quello di ritorno al futuro).
Bene, questo è tutto anche se non so perchè ve l'ho detto.

PS: per gli addetti ai lavori: da rileggere i commenti old school, si riscoprono persone vecchie ma quando erano nuove.
PPS: vista l'ora non rileggo, vi lascio il post AS-IT-IS con errori vari, tanto sono sicuro che tu, lettore di "occhio di rovereto"©,  mi perdonerai.
PPPS: guardando nei tag ho riscoperto un bel "progetto cgr" altra cosa che era avanti rispetto al mondo, eravamo 2.0 quando gli altri erano ancora 0.1.

Occhio all'occhio gente!


 
postato da: ElStefano alle ore 01:26 | link | commenti (8)
categorie: varie, storia

lunedì, 30 novembre 2009

Islam ed Europa. Quale storia? Quali rapporti?

Dopo il crocifisso, un altro simbolo religioso che fa paura: il minareto.
Come c’era da aspettarsi,
c’è chi prova a presentare la storia come un conflitto continuo tra Europa e Islam, in cui il secondo fa la parte dell’oppressore.
Riporto qui sotto la ricostruzione di
Franco Cardini, docente di Storia medievale presso l’Università di Firenze, dei rapporti Islam-Europa. Tutta un’altra storia.
Per chi vuole approfondire, leggendo uno scritto un po’ più rilassato del riassunto ultracondensato che segue, consiglio
Noi e l’Islam.

 

Europa e Islam - Rivalità, ostilità, estraneità, partenariato, intrinsecità
di Franco Cardini
da http://www.europaoggi.it/content/view/1597/45/

(...)

I lunghi secoli del confronto tra Europa e Islam furono certo caratterizzati da crociate e controcrociate, e non certo senza episodi violenti e sanguinosi; ma (..) la crociata non era affatto, non fu mai guerra “totale”; (..) in quei lunghi secoli - nei quali le guerre guerreggiate furono nel complesso endemiche, ma brevi e quasi sempre poco cruente - quel che di gran lunga prevalse fu il costante, continuo, profondo rapporto amichevole fra cristiani e musulmani nel teatro del mare Mediterraneo.

(…)

Prima fase. Tra VIII e XII secolo, musulmani e bizantini erano incommensurabilmente più colti, più civili, più ricchi dei rozzi euro-occidentali scaturiti dalla decadenza della pars Occidentis dell’impero romano e dall’incontro - del resto fecondissimo - con le culture eurasiatiche.

Seconda fase. Tra XII e XVI secolo europei occidentali e musulmani poterono trattare su un sostanziale piede di parità. Si fecero crociate e controcrociate, si affermarono una letteratura, un diritto, una finanza della crociata. Intanto, però, gli scambi economici, diplomatici e culturali prosperavano. A metà del XII secolo si organizzò a Toledo la prima traduzione del Corano. Dante usò probabilmente un libro mistico-allegorico arabo-iberico fra i testi ispiratori della Divina Commedia. Abelardo, Raimondo Lullo e Nicola Cusano scrissero trattati per dimostrare che le tre fedi nate dal ceppo di Abramo erano sorelle e sostanzialmente convergenti sui grandi temi del primato dell’uomo nel creato e dell’irruzione di Dio nella storia, la Rivelazione.

Terza fase. A partire dalla seconda metà del Cinquecento - grosso modo all’indomani della morte di Solimano il Magnifico, nel 1566 - l’Occidente, nonostante la dura crisi economico-finanziaria che stava affrontando, cominciò a distanziarsi decisamente da qualunque altra cultura. Le invenzioni, le scoperte geografiche e soprattutto la navigazione oceanica costituirono l’autentica, irripetibile e irreversibile “eccezione occidentale” nella storia del mondo. Fino ad allora le differenti culture sparse nell’ecumène avevano comunicato tra loro in modo rapsodico, spesso casuale: ora, le navi e i cannoni occidentali travolsero questo mondo a “compartimenti stagni” e avviarono quell’ “economia-mondo” ch’è la prima fase di quel processo di globalizzazione che solo ai giorni nostri sembra giungere alla sua fase più matura e alle sue conseguenze (...).
La culture islamiche (...) non furono da allora più in grado di dialogare e di competere con l’Occidente. Tra XII e XVI secolo, esse avevano funto da tramite temporale e spaziale: avevano passato all’Europa la cultura ellenistica antica da essa dimenticata o sconosciuta, avevano svolto una funzione di tramite delle ricche merci estremo-asiatiche verso il Mediterraneo sia per terra (...), sia per mare (..). Ma ora, gli europei padroni degli strumenti e delle rotte che circumnavigavano il mondo potevano aggirare i tre grandi imperi musulmani esistenti nel continente eurasiatico moderno, cioè il turco ottomano, il persiano safawide, il turco-mongolo-indiano moghul. Ed essi, aggirati, cominciarono prima a decadere progressivamente sul piano economico e commerciale, poi a chiudersi su se stessi e a sclerotizzarsi su quello spirituale e culturale (gli arabi erano già entrati in crisi almeno a partire dal primo Trecento).
Quella che agli occidentali è sembrata la “seconda ondata” dell’immaginario “assalto islamico all’Europa”, dopo la fase espansionistica dei secoli VII-X, cioè l’insieme delle guerre combattute dai turchi ottomani nel Mediterraneo e nella penisola balcanica, è stata in realtà una sorta di partita di giro con le differenti potenze europee, in cui le alleanze cristiano-musulmane si allacciavano e si scioglievano di continuo. È noto che la corona francese tra Cinque e Settecento fu costantemente un’alleata occulta - ma non troppo - della Sublime Porta (..). È non meno noto che i prìncipi protestanti, l’Inghilterra e a turno Venezia e l’imperatore romano-germanico si allearono con gli ottomani contro i loro fratelli in Cristo. È risaputo che dietro il massacro turco degli otrantini, nel 1480, non c’era la volontà del sultano, bensì la diplomazia di Venezia (e forse quella di Firenze) tesa a creare guai al re aragonese di Napoli e a contendergli la supremazia sullo sbocco dell’Adriatico. È notissimo che il Sacro Romano Imperatore non concedette né un soldo né un soldato per la “splendida vittoria cristiana” di Lepanto del 1571 (della quale certi fondamentalisti cattolici vanno tanto fieri), e che il solo a rallegrarsi sul serio di essa fu lo shah di Persia, musulmano sì, ma sciita e nemico giurato del sultano sunnita di Istanbul. È cosa detta e ridetta che i francesi e i protestanti (e, nel primo caso, perfino il Papa, allora in guerra con Carlo V) furono lietissimi dei due assedi di Vienna, quello del 1529 e quello del 1683. È arcinoto e facilmente verificabile che tra musulmani e cristiani ci sono state molte meno guerre, e molto meno gravi, che non fra tedeschi e francesi o tra spagnoli e inglesi. Lo sanno o dovrebbero saperlo tutti i mediocri conoscitori di storia che le vere guerre di religione combattute nella nostra storia sono state quelle fra cattolici e protestanti, dalla Germania del primo Cinquecento alla Francia della seconda parte di quel medesimo secolo, all’Inghilterra, alla Scozia, all’Irlanda e a tutta l’Europa della prima metà del Seicento. Lì sì che c’erano odio e fanatismo.

Quarta fase. Fino al Settecento, il mondo islamico era rimasto sostanzialmente - a parte la sua periferia sud-orientale (..)  e alcune zone dell’India - non toccato dagli interessi e dagli appetiti colonialistici degli occidentali. La Spagna cercò ripetutamente d’impadronirsi di alcune zone dell’Africa settentrionale arabizzata e islamizzata, i portoghesi e più tardi gli inglesi mangiucchiarono qualche frangia dell’islam estremo-asiatico: e fu tutto. Ma col Sette-Ottocento le cose cambiarono. Francesi e inglesi si misurarono in India durante la “Guerra dei Sette Anni”; nel 1798 il generale Bonaparte sbarcò in Egitto, cercò di sollevare i musulmani di quel paese contro il loro sovrano turco nel nome del trinomio rivoluzionario Liberté-Egalité-Fraternité ch’egli presentò magistralmente come l’essenza dello stesso Islam.
E i musulmani ci credettero. Così francesi e inglesi si apprestarono a conquistare Africa settentrionale (..) e Vicino Oriente asiatico (..). Intanto inglesi e russi, tra Mar Caspio e Himalaya, si misurarono nel Great Game tanto ben descritto da Rudyard Kipling per spartirsi l’area centro-meridionale dello sterminato continente asiatico; e lo czar, ora in accordo ora in lotta con l’impero austriaco, cercò di appropriarsi di quelle parti dell’impero turco che gli avrebbero altrimenti impedito di affacciarsi sul Mar Nero e sull’Adriatico. Mentre gli europei suscitavano e appoggiavano in funzione antiturca i nazionalismi serbo, greco e armeno, s’immettevano cultura e modo di vivere occidentali fra le borghesie sirolibanesi ed egiziane, esportando fra loro anche un’idea nuova per il mondo musulmano, quella di patria, e inducendole a credere che grazie all’appoggio dell’Occidente il mondo arabo sarebbe pervenuto alla nahda (“rinnovamento”, “rinascita”), liberandosi progressivamente dallo sclerotico e oppressivo giogo turco e godendo dei frutti del progresso europeo. E i musulmani in genere, gli arabo-musulmani, ci caddero in pieno. I figli degli sceicchi e dei ricchi mercanti accorsero a studiare a Oxford, a Cambridge, a Parigi (dove purtroppo credettero alla triste fiaba romantica delle crociate come guerre coloniali avant la lettre: e diffusero quell’idea nel mondo musulmano, gettando le basi per l’inizio del risentimento “secolare”). (..)  Nella prima guerra mondiale, il mondo arabo partecipò alla “rivolta nel deserto” raccontata da Thomas E. Lawrence contro i turchi: in cambio, francesi e inglesi avevano promesso al Guardiano dei Luoghi Sacri della Mecca, lo sharif (…) Hussein l’unità e l’indipendenza di una “grande Arabia” (..)  da sottoporre al suo scettro. Nulla di ciò avvenne. Inglesi e francesi, al contrario, frazionarono dopo la guerra il mondo arabo in piccoli stati cui imposero una veste vagamente occidentalizzante, affidarono l’Arabia intera alla tribù fondamentalista dei wahabiti guidati dalla dinastia dei Beni Saud (i “sauditi”) e favorirono l’insediamento dei coloni sionisti in Palestina, curando intanto di far in modo di gestire direttamente o indirettamente la nuova fondamentale ricchezza (..): il petrolio. Tra 1918 e 1967, tra Versailles e la Guerra dei sei Giorni, arabi e musulmani passarono, nei confronti dell’Occidente, da una delusione e da una frustrazione all’altra.

Quinta fase. Dopo l’ondata della conquista dei secoli VII-X e quella della intermittente guerra turco-ottomana contro l’Europa, ecco quella che qualcuno chiama la “terza ondata” dell’ immaginario assalto musulmano all’Europa. Quello degli extracomunitari e dei clandestini. Quello ancora privo di armi nel senso vero del termine, ma tuttavia “armato” di aggressività culturale e di vitalità demografica e sostenuto dalla propaganda fondamentalista che mina con l’immigrazione dall’interno quel “Satana occidentale” che vuol colpire con il terrorismo all’esterno. È un’interpretazione folle: che tuttavia è condivisa tanto da alcuni estremisti islamici (“islamisti”, appunto, come si dovrebbero più propriamente chiamare: e nelle ragioni dei quali la religione ha ben poco posto) quanto da alcuni fanatici occidentalisti che hanno bisogno d’identificare nell’Islam il nuovo “nemico metafisico”.
 
(…)

postato da: GinoCerutti alle ore 18:36 | link | commenti (19)
categorie: cultura, libri, storia, politica europea, politica mondiale

lunedì, 14 settembre 2009

Langer, Hofer e Goya

Quest’anno è il 200° dalla rivolta di Andreas Hofer contro l’invasione franco-bavarese.
L’espansionismo napoleonico stava sconvolgendo l’Europa.
Francisco Goya non poteva di certo essere considerato un "reazionario" (si pensi a
Il sonno della ragione genera mostri) ma ritrasse un episodio della violenta repressione napoleonica contro la Resistenza spagnola.


Francisco Goya, Il 3 maggio,1808
olio su tela
Museo del Prado, Madrid


In occasione delle celebrazioni di 25 anni fa Alexander Langer riscopriva l’attualità di quegli avvenimenti, senza confondersi con chi –c'è anche nel ricordo di questi giorni- occupa lo spazio che dovrebbe essere delle analisi storiche con scontri tra opposte tifoserie.

 

Andreas Hofer, l'imperatore, i francesi e noi
Alexander Langer
1.3.1984, Da "Letture Trentine"

Non c'è dubbio che per i tirolesi alternativi o di sinistra sia un po' difficile scaldarsi per l'anno hoferiano. Anni e anni di culto dell'eroismo tirolese "anno 1809" ci sono passati sopra con le più svariate e sempre efficaci strumentalizzazioni. Nel 1959 tutta la preparazione degli attentati dei primi anni '6o (quelli più autenticamente tirolesi, intendo) si è intrecciata con i festeggiamenti hoferiani. (...) L'epopea di un popolo che si solleva perché rivuole il suo " ancien régime" e il suo imperatore, anche quando costui lo ha già abbandonato, e che va sulle barricate per riavere le sue processioni e le sue gerarchie sociali, non ispira entusiasmi a chi oggi si trova a lottare contro un regime che ancora usa con tanto successo il cemento ecclesiastico, nostalgico, autoritario, gerarchico e reazionario.
(..)
D'altro canto esiste un episodio illuminante che testimonia della percezione deliberatamente selettiva dell'esempio hoferiano: l'unico gruppo partigiano sudtirolese, nel periodo nazista, si era denominato "Andreas-Hofer-Bund" ed operava prevalentemente in Val Passiria, ma è stato rimosso dalla memoria sudtirolese (..). Mentre per certi periodi storici è possibile contrapporre degli "eroi alternativi" a quelli ufficiali p. es. i pacifisti ai guerrieri, i dissidenti ai dittatori, le donne qualunque agli uomini di Stato, ecc. e quindi ritagliarsi uno spazio di contestazione e magari di anti-festeggiamenti, tutto ciò non funziona per il periodo della rivolta anti-francese e anti-bavarese dei tirolesi. Non si trovano facili identificazioni. Né si vorrebbe stare senza riserve dalla parte dell'oste passiriano che lottava in nome della restaurazione del buon tempo antico cattolico e imperiale contro il pericolo rivoluzionario e illuminista, ma bisogna pur riconoscere con rispetto e simpatia che si è trattato di una autentica sollevazione partigiana, di contadini in lotta per difendere la propria piccola patria contro gli usurpatori e oppressori, incuranti della ragion di Stato che li aveva già sacrificati. Tanto meno ci si può schierare dalla parte degli occupanti franco-bavaresi, anche se andrebbe apprezzata più di una delle loro riforme illuminate, soprattutto a confronto con la restaurazione metternichiana seguita al congresso di Vienna.
(…)
Fin dalla sconfitta dei contadini rivoluzionari di Gaismair, nel '500, c'è una infausta costante che attraversa la storia tirolese. Innovazioni, progressi, aperture, riforme non scaturiscono più dalla forza propria del popolo tirolese (che per lunghi secoli si lecca le ferite della sconfitta dei contadini rivoltosi), ma provengono ormai solo dall'esterno. L'illuminismo arriva sulle baionette dei battaglioni franco-bavaresi; il liberalismo viene imposto dal governo di Vienna, al quale il Tirolo si oppone (nella seconda meta dell'Ottocento) in un lungo e tenace "Kulturkampf"; le idee socialiste vengono ben presto identificate soprattutto nella parte meridionale del Tirolo come "walsch", "italiane", e così diventa più facile denunciarle e combatterle, imputando al "socialismo" oltretutto i peccati del dominio italiano nel Sudtirolo (del tutto a sproposito) e individuando nella sinistra una specie di cavallo di Troia della snazionalizzazione italiana. Grazie alla circostanza che le idee nuove vengono sempre da fuori, sarà agevole diffamarle e isolarle. Di converso diventerà dovere civico, quasi patriottico, dei tirolesi, assumere posizioni conservatrici quando non reazionarie. Una sola volta, nel tempo recente, un'idea nuova ed "esterna" ha trovato adesione nel Tirolo, nonostante l'opposizione di buona parte del clero: era il caso del nazismo, che non e stato smascherato e combattuto come "corpo estraneo", ma invece venne accolto dalla gran parte dei tirolesi come il più adeguato antidoto all'infezione socialista e repubblicana (nel Nordtirolo) e all'oppressione nazionalista italiana (nel Sudtirolo). Ci sarebbe quindi una cosa cui pensare utilmente nell'anno del "giubileo" (inventato ed enfatizzato per tutt'altri scopi): come promuovere la critica e il rinnovamento della società tirolese dall'interno, in maniera tale da non farsi respingere dagli anticorpi posti a vigilanza contro le infiltrazioni estranee, senza per questo perdere legami sufficientemente solidi con i movimenti e le correnti di rinnovamento nella più ampia Europa? Chi non scioglie questo dilemma, finirà sempre per bloccarsi alle soglie della coscienza tirolese (come l'illuminismo, il liberalismo, il socialismo, ecc.) o per essere isolato e tradito da qualsiasi Raffl del caso, una volta che l'accordo tra l'imperatore ed i francesi abbia tolto ogni respiro e prospettiva alla rivolta.

Link: Hofer: 200 anni fa la battaglia di Mori

 

postato da: GinoCerutti alle ore 18:41 | link | commenti (7)
categorie: cultura, arte, storia, politica europea, politica trentina, politica sudtirolese

domenica, 26 luglio 2009

Margherite trentine

Impressionanti le analogie. Due trentine. Entrambe di nome Margherita. Entrambe lasciarono il Trentino per seguire un uomo. Entrambe morte di morte violenta.




La prima azione del neonato gruppo delle Brigate Rosse (all’inizio “Brigata Rossa”), nel novembre 1970, è quella di bruciare l’auto di un sorvegliante della Pirelli: è Margherita a sistemare la tanichetta piena di benzina, mentre Curcio fa da palo.
da www.brigaterosse.org/brigaterosse/personaggi/MargheritaCagol.htm




Così al principio del 1304 noi troviamo Dolcino, dietro forse invito dei ghibellini Conti di Biandrate, arrivare a Gattinara con tutta l'accozzaglia dei suoi compagni e seguito dalla ganza Margherita Boninsegna, giovane donzella di Arco, che l'eresiarca seppe persuadere a fuggire dalla casa fraterna ove egli, fuggitivo, era stato accolto ospite.
da www.torriste.it/81115.php
postato da: GinoCerutti alle ore 22:26 | link | commenti (1)
categorie: storia

martedì, 14 luglio 2009

Gli anni del ciclostile



Nel dicembre 2004 è stato pubblicato “Gli anni del ciclostile - Lotta continua e le battaglie politiche, operaie e studentesche a Rovereto (1969-1978)”,
scritto da Luca Zanin ed edito da Grafica 5 di Arco.
La foto di copertina immortala un avvenimento teoricamente più privato che politico: si tratta di un matrimonio. Ci si trova sul sagrato di una chiesa, al termine di una cerimonia religiosa.
Ma dalla foto sono i simboli politici ad essere immediatamente evidenti. Si alzano i pugni chiusi. Un uomo con gli occhiali scuri, accovacciato, mostra una copia di “Lotta continua”, organo dell’omonimo movimento comunista.
Ma l’allegria dei volti (l’accovacciato è l’eccezione alla regola) non è da “giornata sulle barricate”.
La foto immortala il matrimonio tra Mario Cossali e Paola Dorigotti. La chiesa è quella della Sacra Famiglia. L’accovacciato è Diego Leoni. Cossali, Dorigotti, Leoni ora sono tre insegnanti di lettere in pensione. Ma il circolo di LC di Rovereto era, in termini percentuali, quello con la più alta presenza operaia d’Italia. Per fare un nome, restando nella foto: Giacomo Filippi, testimone di nozze, che -con Maffei sindaco- sarebbe diventato assessore comunale.
Si tratta insomma di nomi noti ai roveretani.
Come il libro cita nomi noti di allora militanti del Manifesto – Partito d’Unità Proletaria: Luigi Emiliani (per un periodo preside di Mori, contestato e cacciato per il doposcuola organizzato con i “professori rossi”), Fabrizio Rasera (di cui sono pubblicati scritti privati), Sandra Dorigotti (sorella di Paola), Franco Rella…
Persone che -formatesi in tempi in cui la militanza politica occupava gran parte delle proprie vite, e pure delle lettere  alla morosa- avrebbero ancora per qualche decennio rivestito ruoli di primo piano all’interno della politica e della cultura, e non solo a livello locale.
Ne “Gli anni del ciclostile” non c’è molto spazio per la scena italiana e internazionale: ci si concentra sulle vicende di Rovereto e dintorni. Ma sono citati alcuni episodi in cui la cronaca nazionale è entrata di prepotenza nelle vicende dei militanti roveretani di LC: la strage di Piazza Fontana (Cossali e altri erano a Milano in quei giorni, a studiare) e l’omicidio del commissario di polizia
Luigi Calabresi. Adriano Sofri -leader di LC in seguito condannato come mandante dell’omicidio e autore della prefazione al libro di Zanin- su “Lotta Continua” scrisse: “L'omicidio politico non è certo l'arma decisiva per l'emancipazione delle masse dal dominio capitalista così come l'azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che attraversiamo. Ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l'uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”.  Gloria Canestrini: “Leggemmo Sofri e rimanemmo senza parole, quel giorno effettivamente qualcosa si spezzò nella nostra militanza, anche per me non fu più la stessa cosa” (p.47). Cossali, Viglio Martinelli e Mario Di Blasi uscirono da LC -subendo il rimprovero di Marco Boato-, ma dopo qualche mese Cossali tornò nel movimento.
Al di là degli estremismi (frequenti gli scontri, non solo verbali, con i missini di Plotegher e Civettini: altri esempi di protagonismo pluridecennale nella politica locale), dalla lettura di “Gli anni del ciclostile” sembra che LC avesse un rapporto con la società civile che ora non hanno neppure i partiti maggiori. I militanti mettevano la propria vita a disposizione del movimento, giravano le case per chiedere quali fossero le esigenze dei cittadini, creavano gruppi nelle fabbriche come nell’esercito (i “proletari in divisa”), costruivano occasioni di confronto (i “comitati di quartiere”, quando ancora non esistevano le circoscrizioni).
Nel bene e nel male, “i tempi sono cambiati” non è solo un luogo comune.

La Storia siamo noi: L’omicidio Calabresi

postato da: GinoCerutti alle ore 00:04 | link | commenti (4)
categorie: libri, storia, politica italiana, politica roveretana

venerdì, 10 luglio 2009

Cesare Battisti (Trento, 4 febbraio 1875 – Trento, 12 luglio 1916)

Cesare Battisti (Trento, 4 febbraio 1875 – Trento, 12 luglio 1916) è stato un geografo, politico e irredentista italiano. Nacque in Trentino quando questo era ancora parte dell'Impero Austro-Ungarico, da Cesare, commerciante, e dalla nobildonna Maria Teresa Fogolari.
da wikipedia.it


Dal Trentino di venerdì 10 luglio 2009, pag.10

LA RICORRENZA
Battisti e Matteotti, socialisti e simboli di libertà
di Nicola Zoller

Il 10 luglio 1916 Cesare Battisti veniva catturato dagli austriaci sul monte Corno, sopra Rovereto tra la Vallarsa e Trambileno, e due giorni dopo veniva messo a morte a Trento nel castello del Buon Consiglio. La ricorrenza del fatto vede tutti gli anni i socialisti roveretani e trentini partecipare all’incontro promosso dagli Alpini dell’Ana, salendo sul Corno “Battisti” la seconda domenica di luglio - quest’anno proprio il 12 luglio, giorno del patibolo - per ricordare con questo “pellegrinaggio alpestre” il sacrificio dell’irredentista democratico, che fu un pensatore e un dirigente socialista di livello europeo. Infatti Battisti è stata la figura più bella e rappresentativa del socialismo trentino, un socialismo che riuniva in sé gli ideali della socialdemocrazia mitteleuropea e quelli mazziniani, la lotta per l’autonomia dall’Austria e gli ideali risorgimentali. Allo scoppio della prima guerra mondiale Battisti sceglie l’interventismo.
 La sua non fu una scelta dettata da sentimenti nazionalistici: ma nella guerra vede la possibilità della caduta degli imperi centrali, che avrebbe permesso di costruire un nuovo assetto dell’Europa, dando vita ad un processo di profondo rinnovamento sociale ed economico. Per queste ragioni Cesare Battisti è stato definito “un irredentista non-nazionalista”, un “socialista internazionalista che nel 1914, dopo che altri aveva iniziato la guerra, si fece banditore dell’ultima guerra risorgimentale dell’Italia”. Prima di giungere a questa determinazione si era battuto per tutto un decennio per ottenere l’autonomia amministrativa del Trentino all’interno dell’impero. Ma invano. Da questa travagliata esperienza scaturiva la sua adesione all’entrata in guerra contro l’Austria-Ungheria, che motiva con le ragioni di tanti altri”interventisti democratici” italiani. Come per Bissolati e Salvemini - e a differenza di quanti vagheggiavano una guerra di conquista - ripetiamo che il fine era quello di smembrare l’impero asburgico, liberando le nazionalità oppresse, per spegnere definitivamente in Europa un permanente focolaio di reazione e di guerra.
 Il suo sogno era quello di una federazione europea di libere nazioni, fondata su una risorta internazionale socialista fatta di partiti su base nazionale.
 Con l’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915, Battisti si arruolò nell’esercito italiano andando a combattere sul fronte del Trentino. La sua anima socialista lo portò a fraternizzare più con la truppa e con gli ufficiali di complemento che con gli ufficiali di carriera, che egli individuava come il punto debole dell’intera compagine militare. Egli vide nella guerra un fattore di coagulazione nazionale attraverso cui si sarebbe potuto, una volta terminata vittoriosamente, giungere ad una autentica coscienza nazionale.
 In questo spirito egli tenne varie conferenze ai soldati, sia di istruzione militare che di sostenimento morale; ma non bisogna pensare che al profugo trentino sfuggissero il vero volto della guerra e le sue inumane crudeltà, come emerge chiaramente dal suo epistolario. Il 10 luglio 1916 venne catturato sul monte Corno. Il 12 luglio, dopo un rapido processo, fu impiccato. Il 5 dicembre 1916 il leader socialista Filippo Turati lo commemorò alla Camera dei deputati con commosse parole. Lo definì “socialista di principi e di azione” fin dalla prima giovinezza, sottolineò”la coerenza della vita” e lo “splendore del carattere”, cose che lo rendevano “uno dei simboli più significativi di altissima umanità”. Turati rifiutò poi con fermezza ogni strumentalizzazione, che già si andava profilando, della sua figura da parte della destra politica e specialmente degli ambienti nazionalisti, sostenendo giustamente che in lui “non vi fu mai sentimento di odio tra le genti o animosità di stirpi, ma una fusione di senso della giustizia e della libertà”. A Turati fece eco Salvemini, il quale l’anno successivo scrisse che Battisti, con la sua cultura, con il suo disinteresse, con la sua inaudita capacità di lavoro e con i suoi precedenti, avrebbe compiuto nella nuova vita italiana una funzione benefica di prim’ordine, in cui nessuno avrebbe potuto sostituirlo. La sua morte era “per la parte sana e consapevole della democrazia italiana, una perdita funesta”.
 E cinquant’anni dopo, Alessandro Galante Garrone, introducendo gli “Scritti politici e sociali” di Cesare Battisti, commentò: “Tradizione risorgimentale e fede nel socialismo: con queste idee, che lo avevano accompagnato per tutta la vita e per cui aveva sempre lottato nelle condizioni più avverse, Battisti si avvia al supplizio, il 12 luglio 1916. Il significato vero di quella vita e di quella morte fu inteso appieno otto anni dopo, all’indomani dell’assassinio di Matteotti: quando a Firenze i nomi dei due martiri furono posti l’uno accanto all’altro, in una sfida coraggiosa al regime fascista... Un anno dopo, a Trento, nel primo anniversario della morte di Matteotti, un mazzo di fiori era gettato nella fossa del castello del Buon Consiglio, con un cartoncino che protestava contro gli oppressori”.
 L’attualità dei valori di Matteotti - che è per antonomasia il simbolo mite ed operoso del combattente per la libertà - richiama così inscindibilmente l’attualità dei valori di Battisti, presentita dal patriota triestino G. M. Germani, incarcerato dai fascisti: “Battisti e Matteotti io li vedevo così, uniti, simboli e sintesi di una Italia avvenire”.
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categorie: cultura, storia, politica trentina

sabato, 27 giugno 2009

Storia locale

La legge provinciale n. 5 del 2006 (legge Salvaterra) prevede l’approvazione da parte della Giunta provinciale di un regolamento applicativo per l’attivazione di piani di studio provinciali.

I piani di studio provinciali
(…)
c) assicurano lo studio della storia locale e delle istituzioni autonomistiche, della cultura della montagna e dei suoi valori, con il coinvolgimento di esperti locali, la pratica di sport vicini alla montagna e l'effettuazione di periodi formativi a diretto contatto con la montagna.
Fonte: Ufficio stampa della P.A.T.

I piani di studio provinciali, se ho ben capito, sono ora in fase di costituzione.
Al di là della vaghezza del proposito (che mette insieme un po' di tutto) e del pericolo di strumentalizzazioni politiche (ad esempio con un'esaltazione acritica della trentinità), credo sia una buona occasione. Senza rubare troppe ore a un inquadramento generale della storia (a livello mondiale, continentale e nazionale), credo infatti che sia giusto trasmettere agli studenti delle conoscenze relative al territorio in cui vivono.
Se il nostro territorio è quello che è, è organizzato in un modo invece che in un altro, è per delle ragioni che vanno ricercate nella storia.
Studiosi e politici di tutto il mondo si interessano alla nostra Regione, vista come modello di convivenza tra etnie diverse; ma tra gli stessi trentini -soprattutto tra i giovani, anche tra quelli impegnati in politica- le conoscenze sono spesso superficiali. A volte i sudtirolesi di etnia tedesca sono dipinti come una stranezza folkloristica. Non si distingue  tra cittadinanza e nazionalità, non si capisce che si può avere una cittadinanza (ad esempio italiana) ed appartenere a un’altra nazionalità (ad esempio tedesca). Questo semplicismo è un prodotto del nazionalismo: gli Stati nazionali, a differenza dei precedenti imperi, si identificano in maniera rigida con una nazione.
Sarà difficile la tolleranza per gli extracomunitari se non c’è interesse per chi ci vive vicino da secoli…

Riporto qua sotto un estratto di un articolo relativo alla politica sudtirolese di Hitler e Mussolini, un caso in cui storia locale e storia mondiale si  sono intrecciate e in cui l'identificazione tra Stato e Nazione è stata portata alle estreme conseguenze (la pulizia etnica).

Le ferite della società sudtirolese
di Mauro Fattor
Il Trentino – 25 giugno 2009
In Alto Adige ricorre in questi giorni il settantesino anniversario delle Opzioni, il tragico accordo tra Hitler e Mussolini per il trasferimento in Germania dei sudtirolesi che volevano restare tedeschi e si trovarono quindi costretti a optare tra il Reich e l’Italia. L’accordo - che in nome dell’Asse sanciva il carattere definitivo e intangibile del confine del Brennero - era stato elaborato dal capo delle Ss Heinrich Himmler sin dalla primavera di quell’anno, e giunse al suo assetto definitivo il 23 giugno 1939 a Berlino. L’85% degli altoatesini optarono per la Germania, ma solo 75mila lasciarono effettivamente la provincia di Bolzano. Di questi, un terzo tornò in Alto Adige dopo la guerra. (…) I Dableiber (..) - cioè coloro che scelsero di non partire ma di restare in Alto Adige - vennero trattati come traditori, con conseguenze che si trascinarono per decenni anche nel Sudtirolo pacificato del Dopoguerra. Scriveva Himmler il 30 maggio del 1939: «La decisione del Führer in merito ai confini tra Italia e Germania è legittima. In questo modo si è deciso irrevocabilmente che il Sudtirolo, quale territorio abitato da un popolo tedesco, è abbandonato e non ha più alcun interesse per noi. Non si è con ciò detto che la Germania abbandoni i circa 200 mila sudtirolesi che vogliono essere tedeschi. Ciò ne consegue che per la stretta amicizia fra la Germania e l’Italia, dovrà essere intrapresa una storica e forse unica e grandiosa operazione. [..] La Germania procurerà da qualche parte sul suo territorio, per esempio all’Est, uno spazio per 200 mila persone da collocarsi in città e paesi. Questo territorio dovrà essere scelto possibilmente in una zona originariamente straniera e sarà liberato da tutti i suoi abitanti. In accordo con l’Italia, i 200 mila tedeschi del Sudtirolo venderanno i loro averi e beni e verranno trasferiti in questo nuovo territorio».
La soluzione che Himmler aveva in testa era chiara, e aveva a che fare con i programmi nazisti di invasione della Polonia, per la quale fu messa in piedi la cosiddetta «Operazione Fausthof», che altro non era appunto che la ricolonizzazione dei territori strappati alla Polonia con il rimpatrio entro i confini del Reich delle minoranze tedesche sparse per l’Europa. Nel calderone di questa lucida follia, c’erano anche i sudtirolesi. (…)

P.S.: per farsi un'idea di quanto la ferita sia  sentita in Alto Adige, segnalo un articolo di Alexander Langer in cui si ricostruiva una polemica che aveva visto protagonista Messner (se l'era presa con il continuo abuso del mito di "Heimat", della propria terra patria, che in bocca sudtirolese ufficiale ed ufficiosa viene fatto, "da parte di un popolo che come nessun altro, ha anche tradito la propria "Heimat", quando nel 1939 a stragrande maggioranza aveva optato per la Germania, disponendosi a lasciare la propria terra") e il fatto che il vicesindaco di Bolzano Oswald Ellecosta (SVP, in coalizione con in centrosinistra) si è rifiutato di festeggiare la Festa della Liberazione, perché ricorda il ritorno del Sudtirolo nello Stato italiano.
postato da: GinoCerutti alle ore 16:52 | link | commenti
categorie: cultura, storia, politica italiana, politica europea, politica trentina, politica sudtirolese

venerdì, 29 maggio 2009

Cristianesimo delle origini

COMUNE DI ISERA
ASSESSORATO ALLA CULTURA

 ASSOCIAZIONE LAGARINA DI STORIA ANTICA

OGGI, VENERDI’ 29 MAGGIO

alle ore 20.45

PRESSO
LA SALA CONSILIARE DEL MUNICIPIO


ALLA SCOPERTA DEL CRISTIANESIMO DELLE ORIGINI:
QUALI RIFLESSIONI STORICO CULTURALI?

 

Interverrà il prof. Remo Cacitti, docente di Letteratura cristiana antica e Storia del cristianesimo antico presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Statale di Milano.

Cacitti ha scritto recentemente un libro con Corrado Augias "Inchiesta sul cristianesimo", che Massimo Introvigne in un articolo ha duramente criticato (e leggendo la prefazione di Augias mi pare che le critiche siano fondate. Vedremo...).

postato da: GinoCerutti alle ore 19:19 | link | commenti (13)
categorie: cultura, libri, storia, incontri, iniziative, conferenze

venerdì, 22 maggio 2009

Da Venezia all’Impero




Venezia presenta Rovereto a San Marco  (1922) di Vittorio Bressanini
Foto di Federico Baroni
tratta da www.parrocchie.it/rovereto/sanmarco/foto_chiesa.htm


Rovereto, addio a Venezia
di MICHELE IANES – l’Adige 14/05/2009
Fu una battaglia epica, capace in un solo giorno di sconvolgere i confini dell'intero Triveneto ed avvicinarli alla forma attuale. Era il 14 maggio 1509: ad Agnadello, piccolo borgo nei pressi del fiume Adda a circa 40 km da Milano, si affrontarono le truppe della Repubblica di Venezia e quelle francesi del re Luigi XII. Quattro ore di battaglia sotto un violento nubifragio furono sufficienti per lasciare sul campo 14.600 morti e decretare la disfatta delle truppe della Serenissima. L'ambiziosa Repubblica di Venezia uscì dallo scontro con le ossa rotte e perse parte dei suoi territori sulla terraferma. A cinquecento anni esatti dalla battaglia, proprio in questi giorni, il governatore veneto Galan e il sindaco di Venezia Cacciari si preparano a celebrare la battaglia di Agnadello come un evento decisivo per la definizione del territorio attuale della regione. Per il Trentino i fatti di Agnadello non furono meno decisivi. Venezia perse infatti in quei giorni anche il controllo sul Trentino meridionale e su Rovereto. La città della Quercia reagì facendo atto di dedizione all'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, entrando così nell'Impero ed intrecciando i suoi destini con la vicina Trento. Così, anche per noi, il 500° anniversario diventa occasione di riflessione sull'inizio di una nuova era. L'Accademia degli Agiati di Rovereto propone un ciclo di tre incontri (il 22 e il 29 maggio e il 5 giugno) dal titolo «Rovereto asburgica, memoria e tradizione».
Ne abbiamo parlato con Marcello Bonazza , docente di storia e promotore dell'evento. Professor Bonazza, 500 anni dopo, che eredità ci lascia la battaglia di Agnadello? «Nel bel mezzo delle guerre d'Italia, rappresentò l'evento culminante dello scontro tra Venezia, autentica superpotenza dell'epoca, e la Lega di Cambrai, costituita dal Papa Giulio II, Luigi XII di Francia, Massimiliano I e da altri sovrani proprio per contrastare il dilagante potere della Serenissima. Nei mesi successivi la Repubblica veneta rischiò la sua stessa sopravvivenza. Andarono persi definitivamente i territori dell'Emilia a sud e sopra Borghetto e Riva del Garda a nord». Ecco l'importanza dell'evento per la nostra regione... «Si è trattato certamente di una delle tappe fondamentali per la nascita del Trentino, una delle date staminali che originò una serie di eventi a catena. Rovereto, la Vallagarina fino a Castelpietra e Riva del Garda rientrarono definitivamente nell'orbita dell'Impero. La porzione meridionale dell'attuale Trentino, che avebbe potuto rimanere veneziana per chissà quanto, affiancava all'improvviso Trento nell'area del Tirolo meridionale italiano». Il controllo di Rovereto passò da un giorno all'altro da Venezia agli Asburgo: come avvenne? «Subito dopo Agnadello, le città che Venezia aveva perso avevano di fronte due alternative: chiudere le porte sperando di resistere agli assedi e confidare in un nuovo intervento veneziano, oppure mandare in fretta ambasciatori per diventare sudditi di altri sovrani, cercando di strappare qualche garanzia. La cittadinanza di Rovereto scelse questa seconda via, e pochi giorni dopo la battaglia, per bocca del vescovo di Trento Giorgio Neideck, la città faceva atto di dedizione all'imperatore asburgico Massimiliano I». Quali furono le aspettative dei roveretani? «Rovereto sperava di fare il colpo grosso, diventando città imperiale e guadagnando in ricchezza e potere. L'Imperatore in una prima fase la accontentò, concedendole privilegi simili a quelli che aveva sotto Venezia. Ma negli anni successivi Rovereto diventò una tipica città tirolese, con un aumento di beghe e tasse che piacque meno ai cittadini». E' uno dei punti centrali degli incontri delle prossime settimane: la «nostalgia» di Venezia che affiora qua e là nel Trentino meridionale... «Fu soprattutto nella cosiddetta epoca irredentista, tra Ottocento e Novecento, che i ceti colti rispolverarono il mito di Venezia anche con qualche invenzione come i falsi affreschi con il leone di San Marco».


APPUNTAMENTI
«1509-2009. Rovereto asburgica. Memoria e tradizione» è il titolo del ciclo di conferenze organizzato dall'Accademia degli Agiati per le prossime settimane.
Il 29 maggio, l'incontro con lo storico Fabrizio Rasera : «Viva San Marco! Ascesa e declino del mito di Venezia nella Rovereto irredentista».
Il 5 giugno, sempre alle 17.30, con Lorenzo Baratter , direttore del centro documentazione Luserna, dal titolo «Come sulla pedana due schermidori. Valentino Chiocchetti, Rovereto nel dopoguerra e il ripensamento dei rapporti con il mondo germanico». Le conferenze si terranno nel palazzo della Fondazione Caritro.
Nel 2010 seguirà un convegno internazionale sulle comunità che, come quella roveretana, dopo una guerra si trovarono suddite di un nuovo principe.

Carte storiche:
domini della Repubblica di Venezia
domini italiani della Repubblica di Venezia
 

postato da: GinoCerutti alle ore 23:39 | link | commenti
categorie: cultura, arte, storia, politica roveretana


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