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Dopo il crocifisso, un altro simbolo religioso che fa paura: il minareto.
Come c’era da aspettarsi, c’è chi prova a presentare la storia come un conflitto continuo tra Europa e Islam, in cui il secondo fa la parte dell’oppressore.
Riporto qui sotto la ricostruzione di Franco Cardini, docente di Storia medievale presso l’Università di Firenze, dei rapporti Islam-Europa. Tutta un’altra storia.
Per chi vuole approfondire, leggendo uno scritto un po’ più rilassato del riassunto ultracondensato che segue, consiglio Noi e l’Islam.
Europa e Islam - Rivalità, ostilità, estraneità, partenariato, intrinsecità
di Franco Cardini
da http://www.europaoggi.it/content/view/1597/45/
(...)
I lunghi secoli del confronto tra Europa e Islam furono certo caratterizzati da crociate e controcrociate, e non certo senza episodi violenti e sanguinosi; ma (..) la crociata non era affatto, non fu mai guerra “totale”; (..) in quei lunghi secoli - nei quali le guerre guerreggiate furono nel complesso endemiche, ma brevi e quasi sempre poco cruente - quel che di gran lunga prevalse fu il costante, continuo, profondo rapporto amichevole fra cristiani e musulmani nel teatro del mare Mediterraneo.
(…)
Prima fase. Tra VIII e XII secolo, musulmani e bizantini erano incommensurabilmente più colti, più civili, più ricchi dei rozzi euro-occidentali scaturiti dalla decadenza della pars Occidentis dell’impero romano e dall’incontro - del resto fecondissimo - con le culture eurasiatiche.
Seconda fase. Tra XII e XVI secolo europei occidentali e musulmani poterono trattare su un sostanziale piede di parità. Si fecero crociate e controcrociate, si affermarono una letteratura, un diritto, una finanza della crociata. Intanto, però, gli scambi economici, diplomatici e culturali prosperavano. A metà del XII secolo si organizzò a Toledo la prima traduzione del Corano. Dante usò probabilmente un libro mistico-allegorico arabo-iberico fra i testi ispiratori della Divina Commedia. Abelardo, Raimondo Lullo e Nicola Cusano scrissero trattati per dimostrare che le tre fedi nate dal ceppo di Abramo erano sorelle e sostanzialmente convergenti sui grandi temi del primato dell’uomo nel creato e dell’irruzione di Dio nella storia, la Rivelazione.
Terza fase. A partire dalla seconda metà del Cinquecento - grosso modo all’indomani della morte di Solimano il Magnifico, nel 1566 - l’Occidente, nonostante la dura crisi economico-finanziaria che stava affrontando, cominciò a distanziarsi decisamente da qualunque altra cultura. Le invenzioni, le scoperte geografiche e soprattutto la navigazione oceanica costituirono l’autentica, irripetibile e irreversibile “eccezione occidentale” nella storia del mondo. Fino ad allora le differenti culture sparse nell’ecumène avevano comunicato tra loro in modo rapsodico, spesso casuale: ora, le navi e i cannoni occidentali travolsero questo mondo a “compartimenti stagni” e avviarono quell’ “economia-mondo” ch’è la prima fase di quel processo di globalizzazione che solo ai giorni nostri sembra giungere alla sua fase più matura e alle sue conseguenze (...).
La culture islamiche (...) non furono da allora più in grado di dialogare e di competere con l’Occidente. Tra XII e XVI secolo, esse avevano funto da tramite temporale e spaziale: avevano passato all’Europa la cultura ellenistica antica da essa dimenticata o sconosciuta, avevano svolto una funzione di tramite delle ricche merci estremo-asiatiche verso il Mediterraneo sia per terra (...), sia per mare (..). Ma ora, gli europei padroni degli strumenti e delle rotte che circumnavigavano il mondo potevano aggirare i tre grandi imperi musulmani esistenti nel continente eurasiatico moderno, cioè il turco ottomano, il persiano safawide, il turco-mongolo-indiano moghul. Ed essi, aggirati, cominciarono prima a decadere progressivamente sul piano economico e commerciale, poi a chiudersi su se stessi e a sclerotizzarsi su quello spirituale e culturale (gli arabi erano già entrati in crisi almeno a partire dal primo Trecento).
Quella che agli occidentali è sembrata la “seconda ondata” dell’immaginario “assalto islamico all’Europa”, dopo la fase espansionistica dei secoli VII-X, cioè l’insieme delle guerre combattute dai turchi ottomani nel Mediterraneo e nella penisola balcanica, è stata in realtà una sorta di partita di giro con le differenti potenze europee, in cui le alleanze cristiano-musulmane si allacciavano e si scioglievano di continuo. È noto che la corona francese tra Cinque e Settecento fu costantemente un’alleata occulta - ma non troppo - della Sublime Porta (..). È non meno noto che i prìncipi protestanti, l’Inghilterra e a turno Venezia e l’imperatore romano-germanico si allearono con gli ottomani contro i loro fratelli in Cristo. È risaputo che dietro il massacro turco degli otrantini, nel 1480, non c’era la volontà del sultano, bensì la diplomazia di Venezia (e forse quella di Firenze) tesa a creare guai al re aragonese di Napoli e a contendergli la supremazia sullo sbocco dell’Adriatico. È notissimo che il Sacro Romano Imperatore non concedette né un soldo né un soldato per la “splendida vittoria cristiana” di Lepanto del 1571 (della quale certi fondamentalisti cattolici vanno tanto fieri), e che il solo a rallegrarsi sul serio di essa fu lo shah di Persia, musulmano sì, ma sciita e nemico giurato del sultano sunnita di Istanbul. È cosa detta e ridetta che i francesi e i protestanti (e, nel primo caso, perfino il Papa, allora in guerra con Carlo V) furono lietissimi dei due assedi di Vienna, quello del 1529 e quello del 1683. È arcinoto e facilmente verificabile che tra musulmani e cristiani ci sono state molte meno guerre, e molto meno gravi, che non fra tedeschi e francesi o tra spagnoli e inglesi. Lo sanno o dovrebbero saperlo tutti i mediocri conoscitori di storia che le vere guerre di religione combattute nella nostra storia sono state quelle fra cattolici e protestanti, dalla Germania del primo Cinquecento alla Francia della seconda parte di quel medesimo secolo, all’Inghilterra, alla Scozia, all’Irlanda e a tutta l’Europa della prima metà del Seicento. Lì sì che c’erano odio e fanatismo.
Quarta fase. Fino al Settecento, il mondo islamico era rimasto sostanzialmente - a parte la sua periferia sud-orientale (..) e alcune zone dell’India - non toccato dagli interessi e dagli appetiti colonialistici degli occidentali. La Spagna cercò ripetutamente d’impadronirsi di alcune zone dell’Africa settentrionale arabizzata e islamizzata, i portoghesi e più tardi gli inglesi mangiucchiarono qualche frangia dell’islam estremo-asiatico: e fu tutto. Ma col Sette-Ottocento le cose cambiarono. Francesi e inglesi si misurarono in India durante la “Guerra dei Sette Anni”; nel 1798 il generale Bonaparte sbarcò in Egitto, cercò di sollevare i musulmani di quel paese contro il loro sovrano turco nel nome del trinomio rivoluzionario Liberté-Egalité-Fraternité ch’egli presentò magistralmente come l’essenza dello stesso Islam.
E i musulmani ci credettero. Così francesi e inglesi si apprestarono a conquistare Africa settentrionale (..) e Vicino Oriente asiatico (..). Intanto inglesi e russi, tra Mar Caspio e Himalaya, si misurarono nel Great Game tanto ben descritto da Rudyard Kipling per spartirsi l’area centro-meridionale dello sterminato continente asiatico; e lo czar, ora in accordo ora in lotta con l’impero austriaco, cercò di appropriarsi di quelle parti dell’impero turco che gli avrebbero altrimenti impedito di affacciarsi sul Mar Nero e sull’Adriatico. Mentre gli europei suscitavano e appoggiavano in funzione antiturca i nazionalismi serbo, greco e armeno, s’immettevano cultura e modo di vivere occidentali fra le borghesie sirolibanesi ed egiziane, esportando fra loro anche un’idea nuova per il mondo musulmano, quella di patria, e inducendole a credere che grazie all’appoggio dell’Occidente il mondo arabo sarebbe pervenuto alla nahda (“rinnovamento”, “rinascita”), liberandosi progressivamente dallo sclerotico e oppressivo giogo turco e godendo dei frutti del progresso europeo. E i musulmani in genere, gli arabo-musulmani, ci caddero in pieno. I figli degli sceicchi e dei ricchi mercanti accorsero a studiare a Oxford, a Cambridge, a Parigi (dove purtroppo credettero alla triste fiaba romantica delle crociate come guerre coloniali avant la lettre: e diffusero quell’idea nel mondo musulmano, gettando le basi per l’inizio del risentimento “secolare”). (..) Nella prima guerra mondiale, il mondo arabo partecipò alla “rivolta nel deserto” raccontata da Thomas E. Lawrence contro i turchi: in cambio, francesi e inglesi avevano promesso al Guardiano dei Luoghi Sacri della Mecca, lo sharif (…) Hussein l’unità e l’indipendenza di una “grande Arabia” (..) da sottoporre al suo scettro. Nulla di ciò avvenne. Inglesi e francesi, al contrario, frazionarono dopo la guerra il mondo arabo in piccoli stati cui imposero una veste vagamente occidentalizzante, affidarono l’Arabia intera alla tribù fondamentalista dei wahabiti guidati dalla dinastia dei Beni Saud (i “sauditi”) e favorirono l’insediamento dei coloni sionisti in Palestina, curando intanto di far in modo di gestire direttamente o indirettamente la nuova fondamentale ricchezza (..): il petrolio. Tra 1918 e 1967, tra Versailles e la Guerra dei sei Giorni, arabi e musulmani passarono, nei confronti dell’Occidente, da una delusione e da una frustrazione all’altra.
Quinta fase. Dopo l’ondata della conquista dei secoli VII-X e quella della intermittente guerra turco-ottomana contro l’Europa, ecco quella che qualcuno chiama la “terza ondata” dell’ immaginario assalto musulmano all’Europa. Quello degli extracomunitari e dei clandestini. Quello ancora privo di armi nel senso vero del termine, ma tuttavia “armato” di aggressività culturale e di vitalità demografica e sostenuto dalla propaganda fondamentalista che mina con l’immigrazione dall’interno quel “Satana occidentale” che vuol colpire con il terrorismo all’esterno. È un’interpretazione folle: che tuttavia è condivisa tanto da alcuni estremisti islamici (“islamisti”, appunto, come si dovrebbero più propriamente chiamare: e nelle ragioni dei quali la religione ha ben poco posto) quanto da alcuni fanatici occidentalisti che hanno bisogno d’identificare nell’Islam il nuovo “nemico metafisico”.
(…)
Quest’anno è il 200° dalla rivolta di Andreas Hofer contro l’invasione franco-bavarese.
L’espansionismo napoleonico stava sconvolgendo l’Europa.
Francisco Goya non poteva di certo essere considerato un "reazionario" (si pensi a Il sonno della ragione genera mostri) ma ritrasse un episodio della violenta repressione napoleonica contro la Resistenza spagnola.

Francisco Goya, Il 3 maggio,1808
olio su tela
Museo del Prado, Madrid
In occasione delle celebrazioni di 25 anni fa Alexander Langer riscopriva l’attualità di quegli avvenimenti, senza confondersi con chi –c'è anche nel ricordo di questi giorni- occupa lo spazio che dovrebbe essere delle analisi storiche con scontri tra opposte tifoserie.
Andreas Hofer, l'imperatore, i francesi e noi
Alexander Langer
1.3.1984, Da "Letture Trentine"
Non c'è dubbio che per i tirolesi alternativi o di sinistra sia un po' difficile scaldarsi per l'anno hoferiano. Anni e anni di culto dell'eroismo tirolese "anno 1809" ci sono passati sopra con le più svariate e sempre efficaci strumentalizzazioni. Nel 1959 tutta la preparazione degli attentati dei primi anni '6o (quelli più autenticamente tirolesi, intendo) si è intrecciata con i festeggiamenti hoferiani. (...) L'epopea di un popolo che si solleva perché rivuole il suo " ancien régime" e il suo imperatore, anche quando costui lo ha già abbandonato, e che va sulle barricate per riavere le sue processioni e le sue gerarchie sociali, non ispira entusiasmi a chi oggi si trova a lottare contro un regime che ancora usa con tanto successo il cemento ecclesiastico, nostalgico, autoritario, gerarchico e reazionario.
(..)
D'altro canto esiste un episodio illuminante che testimonia della percezione deliberatamente selettiva dell'esempio hoferiano: l'unico gruppo partigiano sudtirolese, nel periodo nazista, si era denominato "Andreas-Hofer-Bund" ed operava prevalentemente in Val Passiria, ma è stato rimosso dalla memoria sudtirolese (..). Mentre per certi periodi storici è possibile contrapporre degli "eroi alternativi" a quelli ufficiali p. es. i pacifisti ai guerrieri, i dissidenti ai dittatori, le donne qualunque agli uomini di Stato, ecc. e quindi ritagliarsi uno spazio di contestazione e magari di anti-festeggiamenti, tutto ciò non funziona per il periodo della rivolta anti-francese e anti-bavarese dei tirolesi. Non si trovano facili identificazioni. Né si vorrebbe stare senza riserve dalla parte dell'oste passiriano che lottava in nome della restaurazione del buon tempo antico cattolico e imperiale contro il pericolo rivoluzionario e illuminista, ma bisogna pur riconoscere con rispetto e simpatia che si è trattato di una autentica sollevazione partigiana, di contadini in lotta per difendere la propria piccola patria contro gli usurpatori e oppressori, incuranti della ragion di Stato che li aveva già sacrificati. Tanto meno ci si può schierare dalla parte degli occupanti franco-bavaresi, anche se andrebbe apprezzata più di una delle loro riforme illuminate, soprattutto a confronto con la restaurazione metternichiana seguita al congresso di Vienna.
(…)
Fin dalla sconfitta dei contadini rivoluzionari di Gaismair, nel '500, c'è una infausta costante che attraversa la storia tirolese. Innovazioni, progressi, aperture, riforme non scaturiscono più dalla forza propria del popolo tirolese (che per lunghi secoli si lecca le ferite della sconfitta dei contadini rivoltosi), ma provengono ormai solo dall'esterno. L'illuminismo arriva sulle baionette dei battaglioni franco-bavaresi; il liberalismo viene imposto dal governo di Vienna, al quale il Tirolo si oppone (nella seconda meta dell'Ottocento) in un lungo e tenace "Kulturkampf"; le idee socialiste vengono ben presto identificate soprattutto nella parte meridionale del Tirolo come "walsch", "italiane", e così diventa più facile denunciarle e combatterle, imputando al "socialismo" oltretutto i peccati del dominio italiano nel Sudtirolo (del tutto a sproposito) e individuando nella sinistra una specie di cavallo di Troia della snazionalizzazione italiana. Grazie alla circostanza che le idee nuove vengono sempre da fuori, sarà agevole diffamarle e isolarle. Di converso diventerà dovere civico, quasi patriottico, dei tirolesi, assumere posizioni conservatrici quando non reazionarie. Una sola volta, nel tempo recente, un'idea nuova ed "esterna" ha trovato adesione nel Tirolo, nonostante l'opposizione di buona parte del clero: era il caso del nazismo, che non e stato smascherato e combattuto come "corpo estraneo", ma invece venne accolto dalla gran parte dei tirolesi come il più adeguato antidoto all'infezione socialista e repubblicana (nel Nordtirolo) e all'oppressione nazionalista italiana (nel Sudtirolo). Ci sarebbe quindi una cosa cui pensare utilmente nell'anno del "giubileo" (inventato ed enfatizzato per tutt'altri scopi): come promuovere la critica e il rinnovamento della società tirolese dall'interno, in maniera tale da non farsi respingere dagli anticorpi posti a vigilanza contro le infiltrazioni estranee, senza per questo perdere legami sufficientemente solidi con i movimenti e le correnti di rinnovamento nella più ampia Europa? Chi non scioglie questo dilemma, finirà sempre per bloccarsi alle soglie della coscienza tirolese (come l'illuminismo, il liberalismo, il socialismo, ecc.) o per essere isolato e tradito da qualsiasi Raffl del caso, una volta che l'accordo tra l'imperatore ed i francesi abbia tolto ogni respiro e prospettiva alla rivolta.
Link: Hofer: 200 anni fa la battaglia di Mori



COMUNE DI ISERA
ASSESSORATO ALLA CULTURA
ASSOCIAZIONE LAGARINA DI STORIA ANTICA
OGGI, VENERDI’ 29 MAGGIO
alle ore 20.45
PRESSO
LA SALA CONSILIARE DEL MUNICIPIO
ALLA SCOPERTA DEL CRISTIANESIMO DELLE ORIGINI:
QUALI RIFLESSIONI STORICO CULTURALI?
Interverrà il prof. Remo Cacitti, docente di Letteratura cristiana antica e Storia del cristianesimo antico presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Statale di Milano.
Cacitti ha scritto recentemente un libro con Corrado Augias "Inchiesta sul cristianesimo", che Massimo Introvigne in un articolo ha duramente criticato (e leggendo la prefazione di Augias mi pare che le critiche siano fondate. Vedremo...).


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