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lunedì, 30 novembre 2009

Islam ed Europa. Quale storia? Quali rapporti?

Dopo il crocifisso, un altro simbolo religioso che fa paura: il minareto.
Come c’era da aspettarsi,
c’è chi prova a presentare la storia come un conflitto continuo tra Europa e Islam, in cui il secondo fa la parte dell’oppressore.
Riporto qui sotto la ricostruzione di
Franco Cardini, docente di Storia medievale presso l’Università di Firenze, dei rapporti Islam-Europa. Tutta un’altra storia.
Per chi vuole approfondire, leggendo uno scritto un po’ più rilassato del riassunto ultracondensato che segue, consiglio
Noi e l’Islam.

 

Europa e Islam - Rivalità, ostilità, estraneità, partenariato, intrinsecità
di Franco Cardini
da http://www.europaoggi.it/content/view/1597/45/

(...)

I lunghi secoli del confronto tra Europa e Islam furono certo caratterizzati da crociate e controcrociate, e non certo senza episodi violenti e sanguinosi; ma (..) la crociata non era affatto, non fu mai guerra “totale”; (..) in quei lunghi secoli - nei quali le guerre guerreggiate furono nel complesso endemiche, ma brevi e quasi sempre poco cruente - quel che di gran lunga prevalse fu il costante, continuo, profondo rapporto amichevole fra cristiani e musulmani nel teatro del mare Mediterraneo.

(…)

Prima fase. Tra VIII e XII secolo, musulmani e bizantini erano incommensurabilmente più colti, più civili, più ricchi dei rozzi euro-occidentali scaturiti dalla decadenza della pars Occidentis dell’impero romano e dall’incontro - del resto fecondissimo - con le culture eurasiatiche.

Seconda fase. Tra XII e XVI secolo europei occidentali e musulmani poterono trattare su un sostanziale piede di parità. Si fecero crociate e controcrociate, si affermarono una letteratura, un diritto, una finanza della crociata. Intanto, però, gli scambi economici, diplomatici e culturali prosperavano. A metà del XII secolo si organizzò a Toledo la prima traduzione del Corano. Dante usò probabilmente un libro mistico-allegorico arabo-iberico fra i testi ispiratori della Divina Commedia. Abelardo, Raimondo Lullo e Nicola Cusano scrissero trattati per dimostrare che le tre fedi nate dal ceppo di Abramo erano sorelle e sostanzialmente convergenti sui grandi temi del primato dell’uomo nel creato e dell’irruzione di Dio nella storia, la Rivelazione.

Terza fase. A partire dalla seconda metà del Cinquecento - grosso modo all’indomani della morte di Solimano il Magnifico, nel 1566 - l’Occidente, nonostante la dura crisi economico-finanziaria che stava affrontando, cominciò a distanziarsi decisamente da qualunque altra cultura. Le invenzioni, le scoperte geografiche e soprattutto la navigazione oceanica costituirono l’autentica, irripetibile e irreversibile “eccezione occidentale” nella storia del mondo. Fino ad allora le differenti culture sparse nell’ecumène avevano comunicato tra loro in modo rapsodico, spesso casuale: ora, le navi e i cannoni occidentali travolsero questo mondo a “compartimenti stagni” e avviarono quell’ “economia-mondo” ch’è la prima fase di quel processo di globalizzazione che solo ai giorni nostri sembra giungere alla sua fase più matura e alle sue conseguenze (...).
La culture islamiche (...) non furono da allora più in grado di dialogare e di competere con l’Occidente. Tra XII e XVI secolo, esse avevano funto da tramite temporale e spaziale: avevano passato all’Europa la cultura ellenistica antica da essa dimenticata o sconosciuta, avevano svolto una funzione di tramite delle ricche merci estremo-asiatiche verso il Mediterraneo sia per terra (...), sia per mare (..). Ma ora, gli europei padroni degli strumenti e delle rotte che circumnavigavano il mondo potevano aggirare i tre grandi imperi musulmani esistenti nel continente eurasiatico moderno, cioè il turco ottomano, il persiano safawide, il turco-mongolo-indiano moghul. Ed essi, aggirati, cominciarono prima a decadere progressivamente sul piano economico e commerciale, poi a chiudersi su se stessi e a sclerotizzarsi su quello spirituale e culturale (gli arabi erano già entrati in crisi almeno a partire dal primo Trecento).
Quella che agli occidentali è sembrata la “seconda ondata” dell’immaginario “assalto islamico all’Europa”, dopo la fase espansionistica dei secoli VII-X, cioè l’insieme delle guerre combattute dai turchi ottomani nel Mediterraneo e nella penisola balcanica, è stata in realtà una sorta di partita di giro con le differenti potenze europee, in cui le alleanze cristiano-musulmane si allacciavano e si scioglievano di continuo. È noto che la corona francese tra Cinque e Settecento fu costantemente un’alleata occulta - ma non troppo - della Sublime Porta (..). È non meno noto che i prìncipi protestanti, l’Inghilterra e a turno Venezia e l’imperatore romano-germanico si allearono con gli ottomani contro i loro fratelli in Cristo. È risaputo che dietro il massacro turco degli otrantini, nel 1480, non c’era la volontà del sultano, bensì la diplomazia di Venezia (e forse quella di Firenze) tesa a creare guai al re aragonese di Napoli e a contendergli la supremazia sullo sbocco dell’Adriatico. È notissimo che il Sacro Romano Imperatore non concedette né un soldo né un soldato per la “splendida vittoria cristiana” di Lepanto del 1571 (della quale certi fondamentalisti cattolici vanno tanto fieri), e che il solo a rallegrarsi sul serio di essa fu lo shah di Persia, musulmano sì, ma sciita e nemico giurato del sultano sunnita di Istanbul. È cosa detta e ridetta che i francesi e i protestanti (e, nel primo caso, perfino il Papa, allora in guerra con Carlo V) furono lietissimi dei due assedi di Vienna, quello del 1529 e quello del 1683. È arcinoto e facilmente verificabile che tra musulmani e cristiani ci sono state molte meno guerre, e molto meno gravi, che non fra tedeschi e francesi o tra spagnoli e inglesi. Lo sanno o dovrebbero saperlo tutti i mediocri conoscitori di storia che le vere guerre di religione combattute nella nostra storia sono state quelle fra cattolici e protestanti, dalla Germania del primo Cinquecento alla Francia della seconda parte di quel medesimo secolo, all’Inghilterra, alla Scozia, all’Irlanda e a tutta l’Europa della prima metà del Seicento. Lì sì che c’erano odio e fanatismo.

Quarta fase. Fino al Settecento, il mondo islamico era rimasto sostanzialmente - a parte la sua periferia sud-orientale (..)  e alcune zone dell’India - non toccato dagli interessi e dagli appetiti colonialistici degli occidentali. La Spagna cercò ripetutamente d’impadronirsi di alcune zone dell’Africa settentrionale arabizzata e islamizzata, i portoghesi e più tardi gli inglesi mangiucchiarono qualche frangia dell’islam estremo-asiatico: e fu tutto. Ma col Sette-Ottocento le cose cambiarono. Francesi e inglesi si misurarono in India durante la “Guerra dei Sette Anni”; nel 1798 il generale Bonaparte sbarcò in Egitto, cercò di sollevare i musulmani di quel paese contro il loro sovrano turco nel nome del trinomio rivoluzionario Liberté-Egalité-Fraternité ch’egli presentò magistralmente come l’essenza dello stesso Islam.
E i musulmani ci credettero. Così francesi e inglesi si apprestarono a conquistare Africa settentrionale (..) e Vicino Oriente asiatico (..). Intanto inglesi e russi, tra Mar Caspio e Himalaya, si misurarono nel Great Game tanto ben descritto da Rudyard Kipling per spartirsi l’area centro-meridionale dello sterminato continente asiatico; e lo czar, ora in accordo ora in lotta con l’impero austriaco, cercò di appropriarsi di quelle parti dell’impero turco che gli avrebbero altrimenti impedito di affacciarsi sul Mar Nero e sull’Adriatico. Mentre gli europei suscitavano e appoggiavano in funzione antiturca i nazionalismi serbo, greco e armeno, s’immettevano cultura e modo di vivere occidentali fra le borghesie sirolibanesi ed egiziane, esportando fra loro anche un’idea nuova per il mondo musulmano, quella di patria, e inducendole a credere che grazie all’appoggio dell’Occidente il mondo arabo sarebbe pervenuto alla nahda (“rinnovamento”, “rinascita”), liberandosi progressivamente dallo sclerotico e oppressivo giogo turco e godendo dei frutti del progresso europeo. E i musulmani in genere, gli arabo-musulmani, ci caddero in pieno. I figli degli sceicchi e dei ricchi mercanti accorsero a studiare a Oxford, a Cambridge, a Parigi (dove purtroppo credettero alla triste fiaba romantica delle crociate come guerre coloniali avant la lettre: e diffusero quell’idea nel mondo musulmano, gettando le basi per l’inizio del risentimento “secolare”). (..)  Nella prima guerra mondiale, il mondo arabo partecipò alla “rivolta nel deserto” raccontata da Thomas E. Lawrence contro i turchi: in cambio, francesi e inglesi avevano promesso al Guardiano dei Luoghi Sacri della Mecca, lo sharif (…) Hussein l’unità e l’indipendenza di una “grande Arabia” (..)  da sottoporre al suo scettro. Nulla di ciò avvenne. Inglesi e francesi, al contrario, frazionarono dopo la guerra il mondo arabo in piccoli stati cui imposero una veste vagamente occidentalizzante, affidarono l’Arabia intera alla tribù fondamentalista dei wahabiti guidati dalla dinastia dei Beni Saud (i “sauditi”) e favorirono l’insediamento dei coloni sionisti in Palestina, curando intanto di far in modo di gestire direttamente o indirettamente la nuova fondamentale ricchezza (..): il petrolio. Tra 1918 e 1967, tra Versailles e la Guerra dei sei Giorni, arabi e musulmani passarono, nei confronti dell’Occidente, da una delusione e da una frustrazione all’altra.

Quinta fase. Dopo l’ondata della conquista dei secoli VII-X e quella della intermittente guerra turco-ottomana contro l’Europa, ecco quella che qualcuno chiama la “terza ondata” dell’ immaginario assalto musulmano all’Europa. Quello degli extracomunitari e dei clandestini. Quello ancora privo di armi nel senso vero del termine, ma tuttavia “armato” di aggressività culturale e di vitalità demografica e sostenuto dalla propaganda fondamentalista che mina con l’immigrazione dall’interno quel “Satana occidentale” che vuol colpire con il terrorismo all’esterno. È un’interpretazione folle: che tuttavia è condivisa tanto da alcuni estremisti islamici (“islamisti”, appunto, come si dovrebbero più propriamente chiamare: e nelle ragioni dei quali la religione ha ben poco posto) quanto da alcuni fanatici occidentalisti che hanno bisogno d’identificare nell’Islam il nuovo “nemico metafisico”.
 
(…)

postato da: GinoCerutti alle ore 18:36 | link | commenti (5)
categorie: cultura, libri, storia, politica europea, politica mondiale

martedì, 10 novembre 2009

Interessante incontro

AUDITORIUM S. Chiara

Martedì, 17 novembre 2009 – pomeriggio (14.30 - 16.30)


TAVOLA ROTONDA: “Le autonomie per il Tibet”

Moderatore: Giampaolo Visetti, Pechino

  • Regioni autonome a sostegno del Memorandum. Introduzione, Roberto Pinter, Trento
  • Il Memorandum tibetano e sistemi di autonomia a confronto. I principali risultati del convegno scientifico, Roberto Toniatti, Trento
Dibattito: Dalai Lama e politici di Regioni autonome

      Intervengono:

      Lorenzo Dellai, Presidente, Provincia autonoma di Trento
      Luis Durnwalder, Presidente, Provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige/Südtirol
      Bernat Joan, Segretario della politica linguistica, Generalitat de Catalunya, Barcelona
      Elisabeth Nauclér, Deputata al Parlamento Finlandese (isole Åland); Helsinki (Finlandia)
      Roberto Pinter, Associazione Italia-Tibet, Trento

      e

      Sua Santità, il XIV Dalai Lama

“Memorandum sulla Genuina Autonomia del Popolo Tibetano”
Dharamsala, 16 novembre 2008

postato da: farronait alle ore 16:22 | link | commenti (1)
categorie: cultura, incontri, politica mondiale

giovedì, 03 settembre 2009

La politica ritrovata

Forse riflessioni come quelle che Alain de Benoist propone in Le sfide della postmodernità (Arianna ed.) possono contribuire ad evitare che la politica (o la percezione della politica) si riduca a volgare scontro tra clan. 
Di de Benoist mi piacciono il valorizzare -in contrapposizione all’individualismo- la dimensione comunitaria, il ricercare il senso dei fenomeni nelle loro origini, senza però irrigidirsi in posizioni nostalgico-reazionarie. Critica il liberalismo, ma non concede niente agli autoritarismi.
Ho però delle critiche ad alcune parti di questo scritto. Le scrivo in fondo al post.
Il grassetto è mio.


LA POLITICA RITROVATA
La politica è un dato fondamentale dell’esistenza umana, un elemento costitutivo di ogni società – il che vuol dire che non può esistere una vera umanità al di fuori di essa. La politica esiste, inevitabilmente, in primo luogo perché l’uomo è un essere sociale e storico dalle aspirazioni contraddittorie, in secondo luogo perché il cammino delle società non è stabilito in anticipo, ma anzi è sempre indeterminato. Essa emerge pienamente, come categoria autonoma, nel momento in cui all’interno di una determinata società i sistemi di parentela diventano insufficienti a regolare i conflitti e a determinare gli obiettivi comuni.
Ed è nel contempo una prassi e un ambito.
In quanto prassi, la si può definire l’arte della decisione in vista del bene comune. È un’arte, in effetti, e non una scienza, giacché implica la pluralità delle scelte e i suoi obiettivi dipendono da situazioni concrete che cambiano di continuo. È un’arte che esige prudenza nella determinazione dei mezzi e degli scopi, perché la politica può creare solo equilibri provvisori. Esige altresì decisione, perché la deliberazione non basta, da sola, a suscitare l’azione. Ogni spazio comune implica inoltre la pluralità degli agenti, delle loro aspirazioni o dei loro punti di vista (il “politeismo dei valori”), e dunque la necessità di un’istanza in grado di operare una scelta fra quelle aspirazioni e quei punti di vista.
Quanto al bene comune, che ovviamente non è la somma dei beni o degli interessi particolari, può essere concepito come quel che manca a ciascun individuo preso separatamente.
In quanto ambito, la politica designa la dimensione pubblica del sociale e ha quindi per presupposto la distinzione tra pubblico e privato. (La sottomissione del pubblico al privato è il segno distintivo dei regimi liberali, la confisca del privato da parte del pubblico è quello dei regimi totalitari). Per contrasto con il privato, che corrisponde alla sfera (familiare, domestica, economica) della necessità, rappresenta la sfera della libertà. È un vettore privilegiato di accesso ed uso della libertà, un vettore di realizzazione della propria eccellenza.
Il campo politico è uno spazio di reciprocità, in cui gli uomini non si incontrano come persone private ma appaiono l’uno all’altro come cittadini per agire e decidere in comune.
Il politico trae il suo ruolo fondatore dal fatto che organizza le comunità umane facendole stare insieme. Istituzionalizza il legame sociale. (...) Modalità di esistenza collettiva ed insieme forma specifica dell’azione, la politica, fondandosi su un luogo comune, diventa essa stessa il luogo del comune.
La politica non si riduce quindi all’organizzazione dei poteri o alla capacità di “designare il nemico”, e meno che mai a un semplice sistema di obbedienza e di comando. La politica non è la dimensione statale. (..) Non è il potere a determinare le forme sociali e i valori culturali; al contrario, è la codificazione dei valori culturali e delle forme sociali a determinare i sistemi di potere. La negazione della condizione ontologica di pluralità comporta una valorizzazione illimitata dell’unità, che fa violenza al sociale e finisce per trasformarsi in appello alla tirannide. Questo è lo sfondo di tutti gli schemi ereditati dall’assolutismo romano.
In Europa, la politica fa la sua comparsa in Grecia contemporaneamente alla democrazia. Per meglio dire: appare in quanto democrazia. Non è un caso. Se si ammette che la partecipazione alla vita pubblica è il miglior mezzo per l’uomo per realizzarsi ed esercitare la propria libertà, come afferma un’intera tradizione che va da Aristotele a Hannah Arendt, bisogna anche riconoscere che la democrazia non è “il meno cattivo dei sistemi politici”, come dicono sdegnosamente coloro che vi vedono solo un male minore, ma il migliore – e forse l’unico - che possa essere considerato veramente politico, nella misura in cui è anche il solo il cui principio si fonda sulla partecipazione del maggior numero di persone alle vicende pubbliche. Per la sua essenza, la democrazia è dunque prima di tutto partecipativa e non rappresentativa. La democrazia partecipativa è una delle forme della reciprocità generalizzata. È per la politica ciò che il dono cerimoniale è per la sociologia: una modalità di riconoscimento reciproco all’interno di una data comunità. Entro tale comunità, essa realizza lo scopo che l’antico diritto delle genti realizzava in relazione alla guerra: limitare l’ostilità. Consente di regolare pacificamente i conflitti, di prendere una decisione scegliendo tra le parti in causa senza criminalizzarle né annientarle. (…)
Non stiamo assistendo oggi alla fine del politico, ma alla fine di una forma politica caratteristica di una modernità a sua volta in via di compimento. All’esaurimento di un modello di autorità sovraordinata, in cui la decisione era concentrata nelle mani del potere collocato in alto. Al fallimento di una democrazia che attraverso il parlamentarismo liberale è diventata esclusivamente rappresentativa, e che non rappresenta più niente. (..)
Il primo soggetto della democrazia, non bisogna mai smettere di ricordarlo, è il popolo. (..) La politica è oggi chiamata a rinascere partendo dalla base. Ciò implica la necessità di superare la dicotomia artificiale tra lo Stato e la “società civile” per ricostituire, in tutta la sua ricca diversità, la dimensione politica del sociale. La politica che parte dalla base implica la sovranità condivisa, il principio di sussidiarietà, il rispetto dei corpi intermedi e delle libertà fondamentali, la costituzione a ciascun livello di un equilibrio fra deliberazione e decisione. Bisogna avere presente in mente il modello greco anziché quello romano. E sostituire all’immagine della piramide quella del labirinto.
Alain de Benoist

Ecco infine le mie critiche.
1. De Benoist pone come obiettivo della politica il “bene comune”. Credo che si tratti di un concetto valido (la conservazione di un ambiente vivibile, ad esempio, è bene comune), ma che non sia necessariamente un male se una parte politica si pone obiettivi “partigiani”. In particolare se si pone della parte degli svantaggiati.
2. La contrapposizione “vita privata – necessità” vs “vita pubblica – libertà” non mi sembra veritiera. Tanto nella vita privata che in quella pubblica ci si trova spesso di fronte alla scelta del male minore.
3. La democrazia rappresentativa ha un vantaggio sulla diretta: agli eletti vengono forniti il tempo e i mezzi per raggiungere un approfondimento delle questioni oggetto di scelta più completo di quello del comune cittadino. Credo quindi che la democrazia diretta debba integrare, non sostituire, la rappresentativa.


Link: “La società depressiva” di Alain de Benoist

postato da: GinoCerutti alle ore 15:11 | link | commenti (3)
categorie: cultura, politica mondiale

lunedì, 10 agosto 2009

La barca affonda e i topi ballano

Nell'immaginario collettivo italico l'extra-comunitario è, nel migliore dei casi, un ignorante da compatire, nel peggiore un assassino o uno stupratore. La legislazione è quindi coerente con questa concezione. Non ci si accorge però che la realtà è ben altra...

dal Corriere della Sera (10 agosto 2009)

Le scelte di Nokia Siemens di puntare sui mercati emergenti, da Bangalore a Hangzhou
Arriva l’era del ricercatore low cost: «In Cina e India si spende la metà»
Il caso del polo delle telecomunicazioni di Cinisello e Cassina de’ Pecchi

MILANO - Nella Milano che orgogliosamen­te prepara la sua Expo 2015 seicen­to ricercatori della Nokia Siemens Networks di Cinisello Balsamo e Cassina de' Pecchi rischiano di do­ver lasciare il posto di lavoro. Uffi­cialmente l'azienda, metà finlande­se metà tedesca, non parla di chiu­sure o licenziamenti ma le mail spedite dal quartier generale ai di­pendenti dell'area milanese non la­sciano spazio alle illusioni e sono più chiare di un manifesto. L'ulti­ma è di pochi giorni fa: il mittente è uno dei top manager del colosso finlandese della telefonia mobile, Torbjorn Kvist, e il messaggio suo­na come una condanna a morte per le sedi milanesi che subiranno una drastica riduzione dei carichi di lavoro e una «discontinuità» nei compiti loro assegnati. La disconti­nuità di cui parla Kvist nella sua raggelante mail vuol dire che la ri­cerca Nokia sulle tecnologie di nuo­va (terza e quarta) generazione la­scia il Nord Italia e si installa in Asia, a Hangzhou e a Bangalore. Le motivazioni dell'azienda possono essere così freddamente sintetizza­te: a) la ricerca nel terzo millennio se vuol essere efficace e redditizia deve essere vicina ai mercati di svi­luppo per poterne assecondare ri­chieste e mutamenti; b) le aree in cui i venditori di telefonia pensano di poter fare affari nell'immediato futuro sono Cina e India; c) non re­sta che abbandonare gradualmen­te i mercati giudicati maturi (Ita­lia) e prendere la strada di Pechi­no.

La novità, tragica per noi italia­ni, è che finora discorsi come que­sti riguardavano il settore manifat­turiero, le fabbriche tessili o chimi­che. Ad emigrare verso Est erano posti di lavoro «poveri» e prodotti largamente copiabili, oggi la Cina invece comincia ad attrarre la ricer­ca e se ne vanno posti di lavoro pre­giati che non torneranno più a di­sposizione dei laureati dei nostri Politecnici. «Anche in questo cam­po — dicono i ricercatori di Cinisel­lo — la qualità si è standardizzata. Le università cinesi sono buone quanto le nostre e a questo punto la competizione si gioca solo sui costi. Uno di noi a Milano costa all' azienda all'incirca 45 euro l'ora, in Cina la metà». Siamo dunque en­trati ufficialmente nell'era del ricer­catore low cost. «E se Nokia e Sie­mens tutelano i loro siti di ricerca in Finlandia e in Germania — ag­giunge Roberto Zanotto della Fiom-Cgil — nessuno fa niente per l'Italia. Da noi le telecomunica­zioni languono e Nokia ci conside­ra un Paese senza prospettive».

La joint venture tra finlandesi e tedeschi risale al 2007, già in par­tenza nasce sotto l'egemonia di Helsinki e il distacco progressivo della multinazionale bavarese dal­le telecomunicazioni. Il nucleo por­tante della ricerca di Cinisello e Cassina de' Pecchi è una diretta ere­dità del vecchio insediamento Ital­tel di Castelletto di Settimo, ai tem­pi di Marisa Bellisario uno dei tem­pli della ricerca made in Italy (un altro era il centro Honeywell di Pre­gnana Milanese e un altro ancora quello Telettra di Vimercate). Se ora i due siti dovessero chiudere o comunque spegnersi si chiudereb­be la lunga stagione del polo mila­nese delle telecomunicazioni d'avanguardia. E' evidente che in questo business i cinesi sono all'at­tacco, colossi come la Huawei e la Zte sono i nuovi padroni del cam­po e si vocifera anche di un interes­samento di quest'ultima per ciò che resta dell'Italtel.

In questi anni Cinisello e Cassi­na hanno subito un lento dimagri­mento ma adesso siamo alla frutta. «La Nokia smantella in maniera fa­risaica. Dice di non licenziare ma esercita il massimo della pressione perché la gente si licenzi. Non cre­do proprio che sia un modo corret­to di comportarsi in un Paese stra­niero » denuncia Zanotto. Ufficial­mente a Milano resterebbe la ricer­ca sul Gsm-Edge, ma è risaputo che per questa tecnologia il merca­to è declinante e quindi non ci si può far affidamento. La cosa scon­certante, a detta dei sindacati, è che mentre il governo italiano si lancia nei progetti di finanziamen­to della banda larga la Nokia ci cre­da poco o niente. Il segnale che ar­riva da Roma è giudicato vago, la dotazione di risorse (800 milioni) diluita in cinque anni non pare par­ticolarmente attraente e comun­que di fronte al miraggio di raffor­zarsi in Cina quei soldi sono peanu­ts, noccioline.

Per i 600 ricercatori milanesi è iniziata una lunga Via Crucis. Han­no un'età media attor­no ai quaranta e quin­di per loro non ci so­no prepensionamenti possibili. Guadagna­no circa 2 mila euro al mese ma chi si è messo in caccia di un nuovo posto di lavo­ro ha trovato (rare) of­ferte a 1.000-1.200 eu­ro al mese e per di più con un contratto a progetto. La prote­sta dei ricercatori ancora non è esplosa. Non sono tipi da picchetti duri e da manifestazioni clamoro­se, solo pochi sono iscritti al sinda­cato e come forma di lotta preferi­scono lo sciopero bianco e l'azione dimostrativa a mo' di rappresenta­zione teatrale. Qualche settimana fa, ai primi segnali di sganciamen­to della Nokia, hanno organizzato «il funerale della ricerca» con tan­to di bara e di preghiera per il caro estinto. E' difficile che vadano a bloccare la tangenziale, è più facile è che inizi per loro una lenta dia­spora. Qualcuno ha intenzione di prendere i soldi dalla Nokia per di­mettersi e aprire un'edicola, qual­cun altro riparerà in Svizzera. Così aspettando l'Expo la ricerca a Mila­no potrà morire in silenzio.

Dario Di Vico

postato da: Monaccia alle ore 12:18 | link | commenti (2)
categorie: economia, politica italiana, fatti e misfatti, politica mondiale

venerdì, 03 luglio 2009

L’anticasta

oggi, venerdì 3 luglio ‘09 – ore 20.45
presso il Centro Civico del Brione (sotto la chiesa)
dialogo con Marco Boschini 
Assessore di Colorno (Parma) e coordinatore dell’Associazione dei Comuni Virtuosi e autore del libro

L’anticasta. L’Italia che funziona

che racconta le esperienze virtuose sul risparmio energetico ed economico, mobilità sostenibile, energia rinnovabile, gestione dei rifiuti, acqua.

da www.marcoboschini.it

postato da: GinoCerutti alle ore 15:25 | link | commenti (2)
categorie: politica mondiale

lunedì, 29 giugno 2009

DOMENICA 5 LUGLIO alle Tre Cime di Lavaredo per un'immensa catena umana!

1 Abbraccio

2 Continenti

3 Cime

6.000 donne, uomini, bambini.

12.000 mani

che si stringono per

30.000 esseri umani che in

1 solo giorno muoiono di

1 estrema povertà.

1 evento straordinario per ricordare a

8 uomini

8 promesse da mantenere e

1 comune impegno di giustizia e di solidarietà

DOMENICA 5 LUGLIO alle Tre Cime di Lavaredo per un'immensa catena umana!

Associazioni, enti, gruppi, movimenti, singoli aderenti partecipano ad un evento storico di impegno, di solidarietà, di mobilitazione per una responsabilità condivisa.

Soggetti uniti nel chiedere a gran voce ai Capi di Stato e di Governo dei G8, che si riuniranno a l’Aquila dal prossimo 8 Luglio, di mantenere fede alle promesse ed agli impegni sottoscritti nei confronti del Sud del Mondo, in particolare verso il Continente Africano.
Impegni di cooperazione ed aiuto allo sviluppo attraverso formule e misure efficaci ed effettive.

Impegni che con triste regolarità, anno dopo anno, vengono nella maggior parte dei casi disattesi o mantenuti in porzioni esigue.
L’impegno condiviso invece da quanti si uniranno con mani e voci alla Catena Umana del 5 Luglio, sarà l’assunzione concreta di responsabilità riguardo il destino di quei 30.000 esseri umani che ogni giorno scompaiono da questa Terra a causa dell’estrema povertà.

La finalità di questa proposta non sarà occasione di celebrazione o fonte di profitto per alcuno, se non per coloro i quali, dimenticati da tutti, potrebbero finalmente vedere riconosciuti loro i diritti fondamentali e la dignità della persona umana.

Scarica il volantino:

3Cime






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categorie: incontri, iniziative, politica mondiale

venerdì, 26 giugno 2009

Le migrazioni viste dall’altra parte

A destra c'è chi vede i migranti solo come un indesiderato fastidio.
A sinistra c'è chi non coglie i problemi connessi con l'immigrazione, vista solo come positiva contaminazione.
Faremmo meglio a confrontarci con le esperienze e i pensieri dei diretti interessati.
Il grassetto è mio.


da l’Adige - 16/05/2009
Ho visto le atrocità delle galere libiche
di BRUNO ZORZI

Partiamo da qui: ad un certo punto il telefono di Mamadou Sow, 42 anni, senegalese, commerciante, in Italia da anni, già «ospite» delle galere di Gheddafi prima di approdare in Italia, suona. Lui risponde in un lingua stranissima e dopo un minuto mette giù.
«Questo era mio fratello. Mi chiama dal mio villaggio natale che si trova quasi in mezzo alla savana. Telefonini e televisioni in Africa le trovi ovunque, ormai anche in mezzo alla foresta, e il guaio è questo: la gente ha il mito dell'occidente. Pensa che qui sia tutto facile, sono attratti da tutte le cose che vedono in tv. Per un telefonino nuovo attraversano il Sahara. Se ce la fanno». Appunto, se ce la fanno. E lui, tanti anni fa è stato uno di questi ragazzi in fuga verso il sogno. E l'impatto con la realtà fu tremendo, ancor più che tremendo. «Io andai via dal Senegal - racconta - perché c'era stata la siccità: il bestiame moriva, i campi davano poco. Lavorai duramente per un periodo in un posto dove si facevano i mattoni di terra e riuscii a raccogliere una cifretta, mi pare 350 mila lire. Arrivai in Mali, da lì l'Algeria e il Sahara. Terribile. Gli organizzatori di questi viaggi ci portarono con le jeep nel deserto per alcuni chilometri e da lì a piedi verso la Libia. Ci guidava un tuareg con un cammello: il caldo era tremendo, l' acqua poca. I ragazzi che erano con me, ragazzi del Mali, del Gambia, della Liberia, morivano uno dopo l'altro. Se rimanevano senza acqua li abbandonavamo. Non potevamo fare altro, l'acqua non si poteva dividere, era troppo poca. Alcuni impazzivano e correvano nel deserto senza meta e finivano male. Qualcun altro veniva preso dai dolori al ventre, noi cercavamo per un momento di incitarli: "Dai resisti! Cammina!". Ma non ce la facevano a rialzarsi e rimanevano lì a morire. Così, a piedi nel deserto per tre settimane. Un giorno finalmente arrivammo ad un pozzo, eravamo torturati dalla sete, ma sul bordo c'era il cadavere di uno come noi che era morto mentre stava bevendo. Non riuscimmo a buttare giù un sorso. Insomma, siamo partiti in trenta e in Libia siamo arrivati in quindici». Ma perché c'era e c'è questo passaggio in Libia. «Perché, quando sono emigrato io almeno, in Libia per un po' si riusciva a lavorare. Nonostante tutto è il paese africano dove la gente sta meglio. E infatti io per un po' sono vissuto di lavoretti qui e là, nella speranza di passare in Europa. Ma ad un certo punto sono stato arrestato. I militari mi hanno preso per strada e mi hanno portato via». Niente processi, niente garanzie. «Macchè processi! Assieme ad altri africani, eravamo più di mille, siamo stati portati in un campo in mezzo al deserto e lì ce ne facevano di tutti i colori. C'erano ragazzini in divisa crudelissimi. Per loro la nostra vita non valeva nulla. Se non ubbidivi prontamente i soldati ti sottoponevano a quella che loro chiamano la falga ». Tortura, immagino. «Sì, ti legavano con le braccia e le gambe ad un palo e giù botte con un bastone sulle piante dei piedi. Impazzivi di dolore». Quanti anni aveva? «Quindici anni». Dalla Libia riuscì a scappare? «Ad un certo punto ci portarono a Tripoli a fare dei lavori e lì sono riuscito ad andarmene. Sono rimasto in un paesino libico ancora per qualche tempo, facevo l'elettrauto ed ero bravo. Ma i libici mi trattavano male e non mi pagavano. Per questo decisi di andarmene: prima in Turchia e da lì, in aereo, a Milano. Ed eccomi qui, ho sposato una trentina ed ho un figlio». Questa è la storia di Mamadou, una delle tante tragiche storie di immigrazione clandestina. Lei cosa pensa della decisione del governo Berlusconi di rimandare indietro i barconi in Libia? Questa scelta, per quanto dura, può fare da deterrente? «Io posso anche dire che questa decisione può servire a fermare le partenze e, di conseguenza, a fermare un po' queste stragi che non avvengono solo in mare. Il deserto, e lo so per esperienza, è pieno di cadaveri. So che dicendo così mi sentirò ribattere: tu la pensi così perché sei riuscito ad arrivare qui. Però, finché il modo di vivere occidentale sarà un mito per gli africani, queste ondate emigratorie non si fermeranno. La cause non stanno solo nella povertà». Ma se è vero, come è vero, che la tv è ovunque la gente vedrà anche le tragedie dei migranti clandestini. «Vado spesso nel mio villaggio dove ho avviato un progetto di sviluppo che sta dando frutti e quando vado giù non mi metto niente di firmato perché basta niente per far venire voglia ad un ragazzo di venire via. Le faccio un altro esempio: l'altro giorno un mio amico m'ha detto: ho comprato una Mercedes di seconda mano e mi piacerebbe portarla in Senegal. Io gli ho risposto: no, non farlo, perché per i giovani è uno stimolo ad emigrare e questi, inseguendo un miraggio, vanno a morire!» Ma questi disgraziati che vengono sbarcati di nuovo in Libia che fine fanno? «O finiscono nelle galere oppure li portano al confine con un: tornate da dove siete venuti. Però davanti a loro c'è il Sahara». E ci muoiono. «Eh già, tantissimi ci muoiono». Ma chi torna racconta...«Certo, che raccontano. Anche noi diciamo: attenti, c'è gente che viene abbandonata in mare, che viene ammazzata per niente ma non basta. Come posso dire...chi viene chiamato risponde. Voi occidentali continuate a chiamare la nostra gente con la pubblicità e il vostro modo di vivere». In Senegal come sta andando? «Mah, qualcosa alla fine si muove. Ma quello che cerco di far capire alla mia gente è che da noi non si vive male. Dico: ma vi rendete conto che gli occidentali vengono da noi per rilassarsi! Questo deve farvi capire che lassù non è tutto oro! Ed è così. In Africa non trovi un depresso; il ritmo della vita è calmo e le risorse sono enormi. Ma noi seguiamo il vostro modello di sviluppo e per noi è un disastro. Dobbiamo seguire un altra strada e capire che il vostro tipo di vita non è migliore del nostro». Lei non pensa che la via stia nell'industrializzazione? Nella crescita economica? «No, le fabbriche distruggono. Sa cosa mi impressiona ogni volta che torno giù? L'enorme quantità di plastica. C'è plastica ovunque. Io spiego alla gente: così avvelenate la terra, state attenti! Ma per loro plastica vuol dire occidente. L'uomo occidentale ha inventato la cultura, ha mosso il mondo e, ora, con le comunicazioni di massa sta chiamando milioni di persone. È un continuo "venite, venite" che provoca tragedie. Tragedie per chi emigra e tragedie per voi che vi sentite assediati». Lei non ha mai pensato di tornare a casa? «Certo che ci penso. Ma ho qui la mia famiglia: mia moglie è di qui, mio figlio è italiano. Sì, se non avessi qui la famiglia tornerei a vivere nel mio villaggio. Un piccolo villaggio di 250 abitanti. Alla mia gente sono legato: come dicevo, ho avviato un piccolo progetto di sviluppo che si chiama Bromkouda, appunto il nome del villaggio dove sono nato e dove abitano i miei fratelli. Con piccole iniziative abbiamo migliorato l'allevamento, costruito un pozzo di cemento. Le condizioni sono migliorate, le famiglie possono vivere. Ma per i giovani il fatto di non poter avere due paia di jeans; di non avere un telefonino nuovo; di non poter fare la vita che immaginano è una spinta fortissima a scappare. Io quando vado giù dico che qui da immigrato clandestino non hai diritti, che si vive male. Racconto che quando in Italia, all'inizio, facevo l'operaio potevo spendere quindici euro alla settimana per mangiare e comperavo, non carni ma ossi, per farmi il ragù. Ma non basta, il miraggio è troppo forte».
postato da: GinoCerutti alle ore 20:14 | link | commenti
categorie: politica mondiale

lunedì, 30 marzo 2009

Festival delle città impresa

DAL 2 AL 5 APRILE 2009
INNOVARE PER VINCERE LA CRISI

a Rovereto:
Una nuova spinta dall’energia

Incontri che spaziano dal futuro di Rovereto alla politica ambientale di Obama, passando per l'efficienza energetica in ediliza e la gestione dei rifiuti.

Tra gli ospiti si segnalano:
Jeremy Rifkin, presidente Foundation on Economic Trends (FOET)
Colin Campbell, fondatore Association for the Study of Peak Oil and Gas (Aspo)
Fareed Zakaria, direttore di Newsweek
Giulio Giorello, Università Statale di Milano

Conviene iscriversi:
Programma degli appuntamenti di Rovereto

postato da: GinoCerutti alle ore 18:14 | link | commenti (1)
categorie: cultura, ambiente, incontri, energia, conferenze, politica mondiale

mercoledì, 28 gennaio 2009

Trentini e istriani

sabato 31 gennaio 2009, ore 17.00
Palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto
 (a Rovereto, in piazza Rosmini)

TRENTINI IN ISTRIA – ISTRIANI IN TRENTINO


L’arena di Pola - immagine pubblicata su www.old-picture.com

con la partecipazione di:
Guido Rumici (ricercatore di Storia ed Economia Regionale)
Fabrizio Rasera (studioso di Storia Contemporanea)
Anna Maria Marcozzi Keller (Presidente del Comitato Prov. di Trento ANVGD)

moderano Livio Caffieri e Giuseppe Ferrandi

con il Patrocinio della Regione Trentino Alto Adige, del Comune di Rovereto, dell’Accademia degli Agiati, del Museo Storico del Trentino e del Museo Storico Italiano della Guerra

Una conferenza sullo stesso tema si terrà il giorno successivo a Trento, alle ore 10.00, presso la Sala Rosa del Palazzo della Regione

fonte: Lega Nazionale



IL MARESCIALLO CHE OCCUPÒ TRIESTE

di Gianni Corbi
Repubblica — 03 agosto 1997   pagina 28

Tra gli eventi della seconda guerra mondiale che più direttamente coinvolsero l' Italia quelli di Trieste, dell' Istria, della Venezia Giulia, delle "foibe" e delle repressioni, sono, nello stesso tempo, i meno studiati e i più drammatici. La speculazione che si è fatta di quegli avvenimenti, anche recentemente in Parlamento, ha impedito di comprenderne tutta l'importanza e le dimensioni. Per questo lo studio a più voci condotto dall'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione Friuli-Venezia Giulia (Foibe, il peso del passato, Marsilio, pagg. 125, lire 25.000) ha il merito di ricondurre questa complessa materia in limiti più riflessivi e meno concitati.
Dagli interventi del curatore Giampaolo Valdevit, degli storici Raoul Pupo e Roberto Spazzali, e della studiosa slovena Nevenka Troha, risulta infatti, sia pure da angolature diverse, un quadro che si discosta notevolmente da quello tradizionale e canonico. Un quadro rimasto ancorato per decenni alla contrapposizione frontale e feroce tra fascisti collaboratori dei tedeschi e antifascisti simpatizzanti del maresciallo Tito che operarono in quella tormentata regione dal 1943 al 1945. Il punto di partenza è il Trattato di Rapallo, firmato nel 1920, col quale l' Italia procedette all' annessione di vaste zone mistilingue italo-slovene e italo-croate, complessivamente oltre un quarto della popolazione slovena. La disfatta della Germania, profilatasi già nella battaglia di Stalingrado nel gennaio del 1943, indusse i dirigenti comunisti jugoslavi ad affrettare i tempi della riconquista dei territori annessi dall' Italia. E' in questo momento che la questione di Trieste e della Venezia Giulia s' intreccia con quella del nascente stato comunista jugoslavo. Già il 28 agosto del 1944 Edvard Kardelj - braccio destro di Tito - delineava la strategia che doveva portare all' occupazione dell' intera regione. Da questa direttiva, scrive Nevenka Troha, derivava la necessità di mettere a tacere non solo i nazionalisti e i fascisti ma anche tutte le forze che in qualsiasi modo si fossero opposte all' annessione forzata su vasta scala. Per questo, ben prima dell' arrivo dell' esercito di Tito, il comitato di liberazione nazionale di Trieste e della Venezia Giulia fu considerato il concorrente più temibile, e l' unica forza che per il suo antifascismo poteva rappresentare gli interessi italiani presso gli alleati occidentali. A Fiume, scrive Raoul Pupo, "i primi ad essere colpiti furono gli esponenti del movimento autonomista zanelliano, che a cavallo degli anni Venti si era battuto contro i fascisti per lo stato libero di Fiume, e che durante l' occupazione tedesca si era mostrato capace di aggregare vasti consensi tra la popolazione cittadina". La repressione programmata colpì gran parte degli esponenti del Cln di Trieste e di Gorizia.
Arresti e deportazioni di antifascisti italiani che avevano militato nella Resistenza furono praticati su vasta scala. Degli scomparsi solo alcuni avrebbero fatto ritorno dai campi di concentramento dopo lunghi anni di detenzione. E ancora nel 1946 furono comminate "condanne capitali contro reclusi accusati di aver fatto parte dei Cln". Molto precisa è illuminante è la direttiva del partito comunista jugoslavo nei giorni della liberazione di Trieste. Senza mezzi termini si ordinava "di smascherare ogni insurrezione che non si basi sul ruolo direttivo della Jugoslavia di Tito...". Quella direttiva doveva condizionare tutto il successivo rapporto dei comunisti jugoslavi con il Cln di Trieste: "Bisognava accusarlo di fascismo o almeno di collaborazionismo per togliergli la credibilità presso gli alleati occidentali". In realtà il clima di reciproco sospetto era cominciato molto prima. Paolo Spriano, nella sua storia del Pci, scrive che già nell' autunno del 1944 i rapporti tra antifascisti italiani e comunisti jugoslavi volgevano al peggio. C' era infatti la previsione fondata di una rapida avanzata del IX Corpus di Tito in Venezia Giulia e nel Friuli ed i dirigenti sloveni avevano posto "sul tappeto la questione di una frontiera jugoslava che arrivi all' Isonzo (e anche più in qua) e alla valle del Natisone". Aspirazioni annessionistiche che, nota Spriano, vennero ampiamente popolarizzate dai dirigenti del partito jugoslavo con l' esplicita richiesta rivolta al Pci di avallarle pubblicamente. Fu una delle questioni più spinose che Togliatti dovette affrontare sette mesi dopo il suo ritorno in Italia. A Bari, nell' ottobre del 1944, scrive Valdevit, Kardelj pose Togliatti di fronte al fatto compiuto.
Il Movimento di liberazione nazionale croato e sloveno "chiedeva di controllare l' intera Resistenza nella Venezia Giulia e di sottrarla di fatto all' autorità del Comitato di liberazione nazionale dell' Alta Italia". L' accordo imposto da Kardelj era particolarmente pesante, come risulta dalla direttiva in sei punti indirizzata da Togliatti a tutti i comunisti della Venezia Giulia, di Trieste e dell' Istria. Nel primo punto il segretario del Pci indicava come fatto positivo, e da favorire in tutti i modi "l' occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito". Nel secondo s' invitavano i militanti del Pci a collaborare con i compagni jugoslavi nel modo più stretto per "l'organizzazione di un potere popolare in tutte le regioni liberate dalle truppe di Tito (e anche prima di questa liberazione) ed in cui esista una popolazione italiana...". Una direttiva, precisava Togliatti, che doveva valere "anche e soprattutto per la città di Trieste". Nessuno, probabilmente, avrebbe potuto condizionare l' azione di Tito e dei comunisti jugoslavi che avevano buoni motivi per considerarsi le principali vittime del nazionalismo fascista e della violenza nazista. Ci fu allora, sostiene Valdevit, un movimento irresistibile in cui "l'insurrezione rivoluzionaria si combinò con la politica di potenza; la lezione di Lenin con quella di Stalin". Divampò, insieme alla lotta di classe, anche la volontà di potenza del nascente stato jugoslavo. La repressione fu estesa, radicale, e politicamente mirata. La consegna era d' imprigionare tutti gli elementi ostili e di consegnarli alla Ozna, la sempre più potente polizia politica messa in piedi dal nuovo potere comunista. Nessuno è riuscito a stabilire con precisione quanti furono i fucilati, i deportati e gli infoibati fatti scomparire nelle caverne carsiche. Fonti italiane parlano di 3000 scomparsi, quelle slovene della metà. 300.000 furono gli italiani costretti ad abbandonare l' Istria, ed è ancora imprecisato il numero dei deportati che soccombettero alla fame, agli stenti, alle malattie nei campi di concentramento jugoslavi. Non si comprende però questa fosca pagina del nostro dopoguerra se non alla luce dei nazionalismi esplosi prima e dopo la prima guerra mondiale, e dello scontro tra blocco socialista e blocco occidentale manifestatosi già prima della fine della seconda guerra mondiale.

P.S.: il grassetto è mio
postato da: GinoCerutti alle ore 23:04 | link | commenti (9)
categorie: cultura, storia, politica italiana, incontri, iniziative, conferenze, politica mondiale

martedì, 27 gennaio 2009

27 gennaio - Giornata della MEMORIA

« Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario » Primo levi



« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.»


"Son morto ch'ero bambino
son morto con altri cento
passato per il camino
e adesso sono nel vento..."

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi


http://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_della_Memoria
postato da: ElStefano alle ore 10:08 | link | commenti (1)
categorie: politica italiana, fatti e misfatti, politica mondiale


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