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Dopo il crocifisso, un altro simbolo religioso che fa paura: il minareto.
Come c’era da aspettarsi, c’è chi prova a presentare la storia come un conflitto continuo tra Europa e Islam, in cui il secondo fa la parte dell’oppressore.
Riporto qui sotto la ricostruzione di Franco Cardini, docente di Storia medievale presso l’Università di Firenze, dei rapporti Islam-Europa. Tutta un’altra storia.
Per chi vuole approfondire, leggendo uno scritto un po’ più rilassato del riassunto ultracondensato che segue, consiglio Noi e l’Islam.
Europa e Islam - Rivalità, ostilità, estraneità, partenariato, intrinsecità
di Franco Cardini
da http://www.europaoggi.it/content/view/1597/45/
(...)
I lunghi secoli del confronto tra Europa e Islam furono certo caratterizzati da crociate e controcrociate, e non certo senza episodi violenti e sanguinosi; ma (..) la crociata non era affatto, non fu mai guerra “totale”; (..) in quei lunghi secoli - nei quali le guerre guerreggiate furono nel complesso endemiche, ma brevi e quasi sempre poco cruente - quel che di gran lunga prevalse fu il costante, continuo, profondo rapporto amichevole fra cristiani e musulmani nel teatro del mare Mediterraneo.
(…)
Prima fase. Tra VIII e XII secolo, musulmani e bizantini erano incommensurabilmente più colti, più civili, più ricchi dei rozzi euro-occidentali scaturiti dalla decadenza della pars Occidentis dell’impero romano e dall’incontro - del resto fecondissimo - con le culture eurasiatiche.
Seconda fase. Tra XII e XVI secolo europei occidentali e musulmani poterono trattare su un sostanziale piede di parità. Si fecero crociate e controcrociate, si affermarono una letteratura, un diritto, una finanza della crociata. Intanto, però, gli scambi economici, diplomatici e culturali prosperavano. A metà del XII secolo si organizzò a Toledo la prima traduzione del Corano. Dante usò probabilmente un libro mistico-allegorico arabo-iberico fra i testi ispiratori della Divina Commedia. Abelardo, Raimondo Lullo e Nicola Cusano scrissero trattati per dimostrare che le tre fedi nate dal ceppo di Abramo erano sorelle e sostanzialmente convergenti sui grandi temi del primato dell’uomo nel creato e dell’irruzione di Dio nella storia, la Rivelazione.
Terza fase. A partire dalla seconda metà del Cinquecento - grosso modo all’indomani della morte di Solimano il Magnifico, nel 1566 - l’Occidente, nonostante la dura crisi economico-finanziaria che stava affrontando, cominciò a distanziarsi decisamente da qualunque altra cultura. Le invenzioni, le scoperte geografiche e soprattutto la navigazione oceanica costituirono l’autentica, irripetibile e irreversibile “eccezione occidentale” nella storia del mondo. Fino ad allora le differenti culture sparse nell’ecumène avevano comunicato tra loro in modo rapsodico, spesso casuale: ora, le navi e i cannoni occidentali travolsero questo mondo a “compartimenti stagni” e avviarono quell’ “economia-mondo” ch’è la prima fase di quel processo di globalizzazione che solo ai giorni nostri sembra giungere alla sua fase più matura e alle sue conseguenze (...).
La culture islamiche (...) non furono da allora più in grado di dialogare e di competere con l’Occidente. Tra XII e XVI secolo, esse avevano funto da tramite temporale e spaziale: avevano passato all’Europa la cultura ellenistica antica da essa dimenticata o sconosciuta, avevano svolto una funzione di tramite delle ricche merci estremo-asiatiche verso il Mediterraneo sia per terra (...), sia per mare (..). Ma ora, gli europei padroni degli strumenti e delle rotte che circumnavigavano il mondo potevano aggirare i tre grandi imperi musulmani esistenti nel continente eurasiatico moderno, cioè il turco ottomano, il persiano safawide, il turco-mongolo-indiano moghul. Ed essi, aggirati, cominciarono prima a decadere progressivamente sul piano economico e commerciale, poi a chiudersi su se stessi e a sclerotizzarsi su quello spirituale e culturale (gli arabi erano già entrati in crisi almeno a partire dal primo Trecento).
Quella che agli occidentali è sembrata la “seconda ondata” dell’immaginario “assalto islamico all’Europa”, dopo la fase espansionistica dei secoli VII-X, cioè l’insieme delle guerre combattute dai turchi ottomani nel Mediterraneo e nella penisola balcanica, è stata in realtà una sorta di partita di giro con le differenti potenze europee, in cui le alleanze cristiano-musulmane si allacciavano e si scioglievano di continuo. È noto che la corona francese tra Cinque e Settecento fu costantemente un’alleata occulta - ma non troppo - della Sublime Porta (..). È non meno noto che i prìncipi protestanti, l’Inghilterra e a turno Venezia e l’imperatore romano-germanico si allearono con gli ottomani contro i loro fratelli in Cristo. È risaputo che dietro il massacro turco degli otrantini, nel 1480, non c’era la volontà del sultano, bensì la diplomazia di Venezia (e forse quella di Firenze) tesa a creare guai al re aragonese di Napoli e a contendergli la supremazia sullo sbocco dell’Adriatico. È notissimo che il Sacro Romano Imperatore non concedette né un soldo né un soldato per la “splendida vittoria cristiana” di Lepanto del 1571 (della quale certi fondamentalisti cattolici vanno tanto fieri), e che il solo a rallegrarsi sul serio di essa fu lo shah di Persia, musulmano sì, ma sciita e nemico giurato del sultano sunnita di Istanbul. È cosa detta e ridetta che i francesi e i protestanti (e, nel primo caso, perfino il Papa, allora in guerra con Carlo V) furono lietissimi dei due assedi di Vienna, quello del 1529 e quello del 1683. È arcinoto e facilmente verificabile che tra musulmani e cristiani ci sono state molte meno guerre, e molto meno gravi, che non fra tedeschi e francesi o tra spagnoli e inglesi. Lo sanno o dovrebbero saperlo tutti i mediocri conoscitori di storia che le vere guerre di religione combattute nella nostra storia sono state quelle fra cattolici e protestanti, dalla Germania del primo Cinquecento alla Francia della seconda parte di quel medesimo secolo, all’Inghilterra, alla Scozia, all’Irlanda e a tutta l’Europa della prima metà del Seicento. Lì sì che c’erano odio e fanatismo.
Quarta fase. Fino al Settecento, il mondo islamico era rimasto sostanzialmente - a parte la sua periferia sud-orientale (..) e alcune zone dell’India - non toccato dagli interessi e dagli appetiti colonialistici degli occidentali. La Spagna cercò ripetutamente d’impadronirsi di alcune zone dell’Africa settentrionale arabizzata e islamizzata, i portoghesi e più tardi gli inglesi mangiucchiarono qualche frangia dell’islam estremo-asiatico: e fu tutto. Ma col Sette-Ottocento le cose cambiarono. Francesi e inglesi si misurarono in India durante la “Guerra dei Sette Anni”; nel 1798 il generale Bonaparte sbarcò in Egitto, cercò di sollevare i musulmani di quel paese contro il loro sovrano turco nel nome del trinomio rivoluzionario Liberté-Egalité-Fraternité ch’egli presentò magistralmente come l’essenza dello stesso Islam.
E i musulmani ci credettero. Così francesi e inglesi si apprestarono a conquistare Africa settentrionale (..) e Vicino Oriente asiatico (..). Intanto inglesi e russi, tra Mar Caspio e Himalaya, si misurarono nel Great Game tanto ben descritto da Rudyard Kipling per spartirsi l’area centro-meridionale dello sterminato continente asiatico; e lo czar, ora in accordo ora in lotta con l’impero austriaco, cercò di appropriarsi di quelle parti dell’impero turco che gli avrebbero altrimenti impedito di affacciarsi sul Mar Nero e sull’Adriatico. Mentre gli europei suscitavano e appoggiavano in funzione antiturca i nazionalismi serbo, greco e armeno, s’immettevano cultura e modo di vivere occidentali fra le borghesie sirolibanesi ed egiziane, esportando fra loro anche un’idea nuova per il mondo musulmano, quella di patria, e inducendole a credere che grazie all’appoggio dell’Occidente il mondo arabo sarebbe pervenuto alla nahda (“rinnovamento”, “rinascita”), liberandosi progressivamente dallo sclerotico e oppressivo giogo turco e godendo dei frutti del progresso europeo. E i musulmani in genere, gli arabo-musulmani, ci caddero in pieno. I figli degli sceicchi e dei ricchi mercanti accorsero a studiare a Oxford, a Cambridge, a Parigi (dove purtroppo credettero alla triste fiaba romantica delle crociate come guerre coloniali avant la lettre: e diffusero quell’idea nel mondo musulmano, gettando le basi per l’inizio del risentimento “secolare”). (..) Nella prima guerra mondiale, il mondo arabo partecipò alla “rivolta nel deserto” raccontata da Thomas E. Lawrence contro i turchi: in cambio, francesi e inglesi avevano promesso al Guardiano dei Luoghi Sacri della Mecca, lo sharif (…) Hussein l’unità e l’indipendenza di una “grande Arabia” (..) da sottoporre al suo scettro. Nulla di ciò avvenne. Inglesi e francesi, al contrario, frazionarono dopo la guerra il mondo arabo in piccoli stati cui imposero una veste vagamente occidentalizzante, affidarono l’Arabia intera alla tribù fondamentalista dei wahabiti guidati dalla dinastia dei Beni Saud (i “sauditi”) e favorirono l’insediamento dei coloni sionisti in Palestina, curando intanto di far in modo di gestire direttamente o indirettamente la nuova fondamentale ricchezza (..): il petrolio. Tra 1918 e 1967, tra Versailles e la Guerra dei sei Giorni, arabi e musulmani passarono, nei confronti dell’Occidente, da una delusione e da una frustrazione all’altra.
Quinta fase. Dopo l’ondata della conquista dei secoli VII-X e quella della intermittente guerra turco-ottomana contro l’Europa, ecco quella che qualcuno chiama la “terza ondata” dell’ immaginario assalto musulmano all’Europa. Quello degli extracomunitari e dei clandestini. Quello ancora privo di armi nel senso vero del termine, ma tuttavia “armato” di aggressività culturale e di vitalità demografica e sostenuto dalla propaganda fondamentalista che mina con l’immigrazione dall’interno quel “Satana occidentale” che vuol colpire con il terrorismo all’esterno. È un’interpretazione folle: che tuttavia è condivisa tanto da alcuni estremisti islamici (“islamisti”, appunto, come si dovrebbero più propriamente chiamare: e nelle ragioni dei quali la religione ha ben poco posto) quanto da alcuni fanatici occidentalisti che hanno bisogno d’identificare nell’Islam il nuovo “nemico metafisico”.
(…)
Moderatore: Giampaolo Visetti, Pechino
Intervengono:
Lorenzo Dellai, Presidente, Provincia autonoma di Trento “Memorandum sulla Genuina Autonomia del Popolo Tibetano”
Dharamsala, 16 novembre 2008
Forse riflessioni come quelle che Alain de Benoist propone in Le sfide della postmodernità (Arianna ed.) possono contribuire ad evitare che la politica (o la percezione della politica) si riduca a volgare scontro tra clan.
Di de Benoist mi piacciono il valorizzare -in contrapposizione all’individualismo- la dimensione comunitaria, il ricercare il senso dei fenomeni nelle loro origini, senza però irrigidirsi in posizioni nostalgico-reazionarie. Critica il liberalismo, ma non concede niente agli autoritarismi.
Ho però delle critiche ad alcune parti di questo scritto. Le scrivo in fondo al post.
Il grassetto è mio.
LA POLITICA RITROVATA
La politica è un dato fondamentale dell’esistenza umana, un elemento costitutivo di ogni società – il che vuol dire che non può esistere una vera umanità al di fuori di essa. La politica esiste, inevitabilmente, in primo luogo perché l’uomo è un essere sociale e storico dalle aspirazioni contraddittorie, in secondo luogo perché il cammino delle società non è stabilito in anticipo, ma anzi è sempre indeterminato. Essa emerge pienamente, come categoria autonoma, nel momento in cui all’interno di una determinata società i sistemi di parentela diventano insufficienti a regolare i conflitti e a determinare gli obiettivi comuni.
Ed è nel contempo una prassi e un ambito.
In quanto prassi, la si può definire l’arte della decisione in vista del bene comune. È un’arte, in effetti, e non una scienza, giacché implica la pluralità delle scelte e i suoi obiettivi dipendono da situazioni concrete che cambiano di continuo. È un’arte che esige prudenza nella determinazione dei mezzi e degli scopi, perché la politica può creare solo equilibri provvisori. Esige altresì decisione, perché la deliberazione non basta, da sola, a suscitare l’azione. Ogni spazio comune implica inoltre la pluralità degli agenti, delle loro aspirazioni o dei loro punti di vista (il “politeismo dei valori”), e dunque la necessità di un’istanza in grado di operare una scelta fra quelle aspirazioni e quei punti di vista.
Quanto al bene comune, che ovviamente non è la somma dei beni o degli interessi particolari, può essere concepito come quel che manca a ciascun individuo preso separatamente.
In quanto ambito, la politica designa la dimensione pubblica del sociale e ha quindi per presupposto la distinzione tra pubblico e privato. (La sottomissione del pubblico al privato è il segno distintivo dei regimi liberali, la confisca del privato da parte del pubblico è quello dei regimi totalitari). Per contrasto con il privato, che corrisponde alla sfera (familiare, domestica, economica) della necessità, rappresenta la sfera della libertà. È un vettore privilegiato di accesso ed uso della libertà, un vettore di realizzazione della propria eccellenza.
Il campo politico è uno spazio di reciprocità, in cui gli uomini non si incontrano come persone private ma appaiono l’uno all’altro come cittadini per agire e decidere in comune.
Il politico trae il suo ruolo fondatore dal fatto che organizza le comunità umane facendole stare insieme. Istituzionalizza il legame sociale. (...) Modalità di esistenza collettiva ed insieme forma specifica dell’azione, la politica, fondandosi su un luogo comune, diventa essa stessa il luogo del comune.
La politica non si riduce quindi all’organizzazione dei poteri o alla capacità di “designare il nemico”, e meno che mai a un semplice sistema di obbedienza e di comando. La politica non è la dimensione statale. (..) Non è il potere a determinare le forme sociali e i valori culturali; al contrario, è la codificazione dei valori culturali e delle forme sociali a determinare i sistemi di potere. La negazione della condizione ontologica di pluralità comporta una valorizzazione illimitata dell’unità, che fa violenza al sociale e finisce per trasformarsi in appello alla tirannide. Questo è lo sfondo di tutti gli schemi ereditati dall’assolutismo romano.
In Europa, la politica fa la sua comparsa in Grecia contemporaneamente alla democrazia. Per meglio dire: appare in quanto democrazia. Non è un caso. Se si ammette che la partecipazione alla vita pubblica è il miglior mezzo per l’uomo per realizzarsi ed esercitare la propria libertà, come afferma un’intera tradizione che va da Aristotele a Hannah Arendt, bisogna anche riconoscere che la democrazia non è “il meno cattivo dei sistemi politici”, come dicono sdegnosamente coloro che vi vedono solo un male minore, ma il migliore – e forse l’unico - che possa essere considerato veramente politico, nella misura in cui è anche il solo il cui principio si fonda sulla partecipazione del maggior numero di persone alle vicende pubbliche. Per la sua essenza, la democrazia è dunque prima di tutto partecipativa e non rappresentativa. La democrazia partecipativa è una delle forme della reciprocità generalizzata. È per la politica ciò che il dono cerimoniale è per la sociologia: una modalità di riconoscimento reciproco all’interno di una data comunità. Entro tale comunità, essa realizza lo scopo che l’antico diritto delle genti realizzava in relazione alla guerra: limitare l’ostilità. Consente di regolare pacificamente i conflitti, di prendere una decisione scegliendo tra le parti in causa senza criminalizzarle né annientarle. (…)
Non stiamo assistendo oggi alla fine del politico, ma alla fine di una forma politica caratteristica di una modernità a sua volta in via di compimento. All’esaurimento di un modello di autorità sovraordinata, in cui la decisione era concentrata nelle mani del potere collocato in alto. Al fallimento di una democrazia che attraverso il parlamentarismo liberale è diventata esclusivamente rappresentativa, e che non rappresenta più niente. (..)
Il primo soggetto della democrazia, non bisogna mai smettere di ricordarlo, è il popolo. (..) La politica è oggi chiamata a rinascere partendo dalla base. Ciò implica la necessità di superare la dicotomia artificiale tra lo Stato e la “società civile” per ricostituire, in tutta la sua ricca diversità, la dimensione politica del sociale. La politica che parte dalla base implica la sovranità condivisa, il principio di sussidiarietà, il rispetto dei corpi intermedi e delle libertà fondamentali, la costituzione a ciascun livello di un equilibrio fra deliberazione e decisione. Bisogna avere presente in mente il modello greco anziché quello romano. E sostituire all’immagine della piramide quella del labirinto.
Alain de Benoist
Ecco infine le mie critiche.
1. De Benoist pone come obiettivo della politica il “bene comune”. Credo che si tratti di un concetto valido (la conservazione di un ambiente vivibile, ad esempio, è bene comune), ma che non sia necessariamente un male se una parte politica si pone obiettivi “partigiani”. In particolare se si pone della parte degli svantaggiati.
2. La contrapposizione “vita privata – necessità” vs “vita pubblica – libertà” non mi sembra veritiera. Tanto nella vita privata che in quella pubblica ci si trova spesso di fronte alla scelta del male minore.
3. La democrazia rappresentativa ha un vantaggio sulla diretta: agli eletti vengono forniti il tempo e i mezzi per raggiungere un approfondimento delle questioni oggetto di scelta più completo di quello del comune cittadino. Credo quindi che la democrazia diretta debba integrare, non sostituire, la rappresentativa.
Nell'immaginario collettivo italico l'extra-comunitario è, nel migliore dei casi, un ignorante da compatire, nel peggiore un assassino o uno stupratore. La legislazione è quindi coerente con questa concezione. Non ci si accorge però che la realtà è ben altra...
dal Corriere della Sera (10 agosto 2009)
Le scelte di Nokia Siemens di puntare sui mercati emergenti, da Bangalore a Hangzhou
Arriva l’era del ricercatore low cost: «In Cina e India si spende la metà»
Il caso del polo delle telecomunicazioni di Cinisello e Cassina de’ Pecchi
MILANO - Nella Milano che orgogliosamente prepara la sua Expo 2015 seicento ricercatori della Nokia Siemens Networks di Cinisello Balsamo e Cassina de' Pecchi rischiano di dover lasciare il posto di lavoro. Ufficialmente l'azienda, metà finlandese metà tedesca, non parla di chiusure o licenziamenti ma le mail spedite dal quartier generale ai dipendenti dell'area milanese non lasciano spazio alle illusioni e sono più chiare di un manifesto. L'ultima è di pochi giorni fa: il mittente è uno dei top manager del colosso finlandese della telefonia mobile, Torbjorn Kvist, e il messaggio suona come una condanna a morte per le sedi milanesi che subiranno una drastica riduzione dei carichi di lavoro e una «discontinuità» nei compiti loro assegnati. La discontinuità di cui parla Kvist nella sua raggelante mail vuol dire che la ricerca Nokia sulle tecnologie di nuova (terza e quarta) generazione lascia il Nord Italia e si installa in Asia, a Hangzhou e a Bangalore. Le motivazioni dell'azienda possono essere così freddamente sintetizzate: a) la ricerca nel terzo millennio se vuol essere efficace e redditizia deve essere vicina ai mercati di sviluppo per poterne assecondare richieste e mutamenti; b) le aree in cui i venditori di telefonia pensano di poter fare affari nell'immediato futuro sono Cina e India; c) non resta che abbandonare gradualmente i mercati giudicati maturi (Italia) e prendere la strada di Pechino.
La novità, tragica per noi italiani, è che finora discorsi come questi riguardavano il settore manifatturiero, le fabbriche tessili o chimiche. Ad emigrare verso Est erano posti di lavoro «poveri» e prodotti largamente copiabili, oggi la Cina invece comincia ad attrarre la ricerca e se ne vanno posti di lavoro pregiati che non torneranno più a disposizione dei laureati dei nostri Politecnici. «Anche in questo campo — dicono i ricercatori di Cinisello — la qualità si è standardizzata. Le università cinesi sono buone quanto le nostre e a questo punto la competizione si gioca solo sui costi. Uno di noi a Milano costa all' azienda all'incirca 45 euro l'ora, in Cina la metà». Siamo dunque entrati ufficialmente nell'era del ricercatore low cost. «E se Nokia e Siemens tutelano i loro siti di ricerca in Finlandia e in Germania — aggiunge Roberto Zanotto della Fiom-Cgil — nessuno fa niente per l'Italia. Da noi le telecomunicazioni languono e Nokia ci considera un Paese senza prospettive».
La joint venture tra finlandesi e tedeschi risale al 2007, già in partenza nasce sotto l'egemonia di Helsinki e il distacco progressivo della multinazionale bavarese dalle telecomunicazioni. Il nucleo portante della ricerca di Cinisello e Cassina de' Pecchi è una diretta eredità del vecchio insediamento Italtel di Castelletto di Settimo, ai tempi di Marisa Bellisario uno dei templi della ricerca made in Italy (un altro era il centro Honeywell di Pregnana Milanese e un altro ancora quello Telettra di Vimercate). Se ora i due siti dovessero chiudere o comunque spegnersi si chiuderebbe la lunga stagione del polo milanese delle telecomunicazioni d'avanguardia. E' evidente che in questo business i cinesi sono all'attacco, colossi come la Huawei e la Zte sono i nuovi padroni del campo e si vocifera anche di un interessamento di quest'ultima per ciò che resta dell'Italtel.
In questi anni Cinisello e Cassina hanno subito un lento dimagrimento ma adesso siamo alla frutta. «La Nokia smantella in maniera farisaica. Dice di non licenziare ma esercita il massimo della pressione perché la gente si licenzi. Non credo proprio che sia un modo corretto di comportarsi in un Paese straniero » denuncia Zanotto. Ufficialmente a Milano resterebbe la ricerca sul Gsm-Edge, ma è risaputo che per questa tecnologia il mercato è declinante e quindi non ci si può far affidamento. La cosa sconcertante, a detta dei sindacati, è che mentre il governo italiano si lancia nei progetti di finanziamento della banda larga la Nokia ci creda poco o niente. Il segnale che arriva da Roma è giudicato vago, la dotazione di risorse (800 milioni) diluita in cinque anni non pare particolarmente attraente e comunque di fronte al miraggio di rafforzarsi in Cina quei soldi sono peanuts, noccioline.
Per i 600 ricercatori milanesi è iniziata una lunga Via Crucis. Hanno un'età media attorno ai quaranta e quindi per loro non ci sono prepensionamenti possibili. Guadagnano circa 2 mila euro al mese ma chi si è messo in caccia di un nuovo posto di lavoro ha trovato (rare) offerte a 1.000-1.200 euro al mese e per di più con un contratto a progetto. La protesta dei ricercatori ancora non è esplosa. Non sono tipi da picchetti duri e da manifestazioni clamorose, solo pochi sono iscritti al sindacato e come forma di lotta preferiscono lo sciopero bianco e l'azione dimostrativa a mo' di rappresentazione teatrale. Qualche settimana fa, ai primi segnali di sganciamento della Nokia, hanno organizzato «il funerale della ricerca» con tanto di bara e di preghiera per il caro estinto. E' difficile che vadano a bloccare la tangenziale, è più facile è che inizi per loro una lenta diaspora. Qualcuno ha intenzione di prendere i soldi dalla Nokia per dimettersi e aprire un'edicola, qualcun altro riparerà in Svizzera. Così aspettando l'Expo la ricerca a Milano potrà morire in silenzio.
Dario Di Vico
oggi, venerdì 3 luglio ‘09 – ore 20.45
presso il Centro Civico del Brione (sotto la chiesa)
dialogo con Marco Boschini
Assessore di Colorno (Parma) e coordinatore dell’Associazione dei Comuni Virtuosi e autore del libro
L’anticasta. L’Italia che funziona
che racconta le esperienze virtuose sul risparmio energetico ed economico, mobilità sostenibile, energia rinnovabile, gestione dei rifiuti, acqua.
Associazioni, enti, gruppi, movimenti, singoli aderenti partecipano ad un evento storico di impegno, di solidarietà, di mobilitazione per una responsabilità condivisa.
Impegni che con triste regolarità, anno dopo anno, vengono nella maggior parte dei casi disattesi o mantenuti in porzioni esigue.
L’impegno condiviso invece da quanti si uniranno con mani e voci alla Catena Umana del 5 Luglio, sarà l’assunzione concreta di responsabilità riguardo il destino di quei 30.000 esseri umani che ogni giorno scompaiono da questa Terra a causa dell’estrema povertà.
Scarica il volantino:
Per maggiori informazioni: www.dolomitafricag8.it

DAL 2 AL 5 APRILE 2009
INNOVARE PER VINCERE LA CRISI
a Rovereto:
Una nuova spinta dall’energia
Incontri che spaziano dal futuro di Rovereto alla politica ambientale di Obama, passando per l'efficienza energetica in ediliza e la gestione dei rifiuti.
Tra gli ospiti si segnalano:
Jeremy Rifkin, presidente Foundation on Economic Trends (FOET)
Colin Campbell, fondatore Association for the Study of Peak Oil and Gas (Aspo)
Fareed Zakaria, direttore di Newsweek
Giulio Giorello, Università Statale di Milano
Conviene iscriversi:
Programma degli appuntamenti di Rovereto


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