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Venerdì 13 giugno 2008, ore 17.30
In viaggio con Alex
La vita e gli incontri di Alexander Langer (1946-1995)
Palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, Rovereto

Storia e storie.
Rassegna a cura dell’Accademia roveretana degli Agiati, Museo storico italiano della guerra, Museo storico del Trentino.
Presentazione del libro di Fabio Levi (Feltrinelli, Milano 2007). Discute con l’autore Florian Kronbichler.
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Gaber e Luporini non avevano tutti i torti.
La realtà è un uccello
di Gaber - Luporini
dallo spettacolo “E pensare che c’era il pensiero” (1994)
(monologo)
La realtà che passione!
Ma che cos'è questa cosa che l'uomo insegue disperatamente come un cacciatore? Sì, sì, lo so, tutto è realtà.
Voglio dire se per strada mi cade un vaso di fiori sulla testa, certo che è reale! Ma non è importante.
Oddio, la botta in testa, insomma...
Voglio dire, la realtà è quel vaso lì?
Nooo, quella è una disgrazia che è capitata a me.
E, non so, se un amico mi racconta che sua moglie è scappata con l'idraulico. Molto caro e neanche bravo. Il mio amico è rimasto sconvolto per mesi.
Poi ha trovato un altro idraulico. Ma la realtà è la donna del mio amico?
Nooo, non conta. Quella è una disgrazia che è capitata a lui.
Conta solo quello che riguarda tutti, quello che riguarda il mondo. Aaah, ma allora la realtà è la politica! Nooo, quella è una disgrazia che è capitata a tutti.
E non se ne esce, eh! È più facile smettere di fumare che smettere di leggere i giornali.
(…)
E così, se perdi un telegiornale sei rovinato.
- Il decreto: è passato, non è passato, o ci hanno ripensato?
- Ma, non lo so, sono rimasto indietro di un giorno, è cambiato tutto... hanno litigato eh?
- No, hanno fatto la pace.
- Peccato.
(..)
La realtà! Che passione e che tifo! La gente sente che deve partecipare, non può mancare a un appuntamento così importante. Ci mette dentro tutto il suo vigore, il suo impegno, la sua energia. Perché sente che qui si tratta delle sorti del Paese, del nostro futuro. Si insulta, litiga, si accapiglia. Perché qui si tratta della nostra vita, della nostra realtà!
La realtà, che parola, eh... così semplice e così piena di sfaccettature e di ambiguità che spesso si rischia di non capire bene di che cosa ci stiamo occupando. Più si va avanti e più si ha la sensazione che la politica non abbia niente a che vedere con la sfera della morale. Non ci sono buoni e cattivi nella politica. È sempre stata e sarà sempre una questione di rapporti di forza, un volgarissimo gioco di potere, che quasi mai c'entra con la vita. Ma è possibile che la nostra visione del mondo non vada oltre a queste miserie, a queste opinioni interessate, a questo chiacchiericcio inutile, a questi bisticci isterici e senza senso?
Forse, forse quella che noi oggi consideriamo realtà è soltanto una grande confusione deviante, dove ogni soggetto, ogni aggregazione, ogni cultura, ormai non riesce più né a pensare, né a vedere, né a parlare se non con il linguaggio di quella confusione deviante che non ci permetterà mai di capire il vero valore delle cose.
La realtà, che passione!
(cantato)
Rit.: La realtà è, un uccello che non ha memoria
devi immaginare da che parte va.
che non è sensibile ai miei richiami
il suo volo è pieno di contraddizioni
e non ha problemi di moralità.
è da tanto tempo che gli do la caccia
vivo per colpire questa bestiaccia
altrimenti muoio di inutilità.
come la vita che mi sfugge
ed io mi aggrappo come un naufrago qua e là.
Il mio destino è questo affanno
questa corsa verso il vero per scoprire
quel mistero che è da sempre la realtà.
Rit.
Noi crediamo ancora all'amore vero, agli eterni sentimenti…
La realtà è più avanti!
Noi crediamo ancora alla gente onesta, agli uomini efficienti…
La realtà è più avanti!
Noi crediamo ancora alle facce nuove, ai partiti giusti…
Siamo di destra, siamo di sinistra
siamo democratici, siamo progressisti…
La realtà è più avanti!
Siamo sempre indietro.
La realtà è più avanti!
Siamo sempre indietro…
Rit.
P.S.: di questo pezzo esistono anche altre versioni. Quella del 1974 puntava di più a illustrare come i nostri modelli siano distanti dalla realtà, vista come imprevedibile, multiforme e sempre nuova.

Nei post e nei commenti che mi precedono leggo scoramento e delusione, sentimenti che sfociano nella rassegnazione con toni apocalittici.
Penso sia opportuno ragionare sulle cose per quello che sono e che per capire il presente e lo stato dei fatti sia utile fare un’analisi il più possibile lucida del passato. Solo in queste modo si può riuscire a comprendere l'anomalia di un imprenditore dell'industria televisiva, dotato di scarso senso delle istituzioni e Re dell'antipolitica, divenuto protagonista della politica nazionale.
A tal proposito cercherò di esprimere in sintesi (a modo mio) alcune valutazioni sulla “sinistra”.
Dalla “scissione di Livorno” del 1921 nella quale nacque il PCd’I (poi PCI) incominciò un rapporto conflittuale tra comunisti e socialisti. Pur cambiando le persone e le idee in questi 87 anni l’attacco ai socialisti si è sviluppato senza interruzioni: basti pensare al periodo della segreteria di Berlinguer, segretario del PCI tuttora mai messo in discussione dai DS-PD, che definiva Craxi “un pericolo per la democrazia”. Anche il Veltroni dei giorni nostri preferisce Di Pietro ai socialisti.
La caduta del regime sovietico decretò la sconfitta dei comunisti e il trionfo degli ideali socialisti, liberali, riformisti che avevano animato lo PSI. L’URSS, che finanziò illegalmente per decenni il PCI - reati amnistiati nel 1989 - aveva negato la libertà ai propri cittadini e a quelli dei Paesi satelliti (tanto fece lo PSI di Craxi per i socialisti di quei Paesi, come per i socialisti cileni, in termini di sostegno economico. È questa la vera questione morale: c’è infatti un abisso di moralità tra chi prende denaro da una potenza totalitaria e criminale e chi finanzia i movimenti che a essa si oppongono). Il PCI cominciò da allora una lunga operazione di maquillage acquisendo in pochi anni diverse denominazioni: PCI-PDS-DS-PD.
La stagione giustizialista (Veltroni, “il nuovo”, era direttore dell’Unità, quotidiano che ebbe un ruolo importante in quel golpe mediatico-giudiziario) deviò il corso della storia trasformando gli sconfitti in vincitori. Quando si cancella, non per via politica, ma per mano di una giustizia ad orologeria, più di metà della rappresentanza politica del Paese inevitabilmente si finisce nelle mani di avventurieri: è qui che si deve contestualizzare la nascita di Berlusconi politico e il grosso consenso di cui gode.
Leggere una frase di D’Alema nel libro - intervista “D’Alema. La prima biografia del segretario del PDS” è davvero illuminante: “Dovevamo cambiare nome e non avevamo alternative. Eravamo come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d’uscita, e li c’era Craxi con la sua proposta di unità socialista. Come uscire da quel canyon? Craxi aveva un indubbio vantaggio su di noi: era il capo dei socialisti in un Paese europeo occidentale. Quindi rappresentava lui la sinistra giusta per l’Italia, solo che poi aveva lo svantaggio di essere Craxi. I socialisti erano storicamente dalla parte giusta, ma si erano trasformati in un gruppo affaristico avvinghiato al potere democristiano. L’unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista in Italia”.
Non ci sono riusciti. Ormai, a quindici anni dalla fine della Prima Repubblica, è constatabile che negli ex comunisti non c’è una traccia di socialismo liberale. Il dilemma di Fassino, “o riformisti o morire”, sembra pendere per il lato pessimistico della bilancia: i DS possono annegare in un Partito Democratico senza ideali e senza programmi, ma riformisti non riescono a diventare. Sono nati, cresciuti e si sono imposti criticando ed attaccando i socialisti, non possono diventare quello che hanno vilipeso per ottant’anni.
Un partito riformista non è un qualsiasi partito democratico. Quando ci si dichiara socialisti o riformisti o si fa riferimento alla propria storia o, se si vuole alludere a quella di altri, si dovrebbe abbondare in spiegazioni, fare chiarezza sui propri macroscopici errori. A maggior ragione se questi “altri” si sono combattuti per decenni.
La sinistra all’opposizione del Governo Berlusconi ha fatto tutto il contrario di quello che dovrebbe fare un partito riformista: incalzare il governo sui singoli provvedimenti e non dire sempre e solo dei no. Mi riferisco ad esempio alla contrapposizione ideologica nei confronti del Governo Berlusconi che utilizzando il metodo riformista proponeva delle lievi e graduali modifiche all’ art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Emblematico è stato pure l’attacco a Marco Biagi, martire riformista, demonizzato dalla sinistra per fini elettorali con argomentazioni false e poi finito nel mirino delle BR. Su questo argomento richiamo ad alcune testimonianze di economisti di entrambi gli schieramenti (Ichino, Rossi, Sacconi).
L’ossessione antiberlusconiana ha annebbiato le idee ai dirigenti DS: il naturale riferimento di un partito riformista è l’elettorato laico, socialista, liberale, cattolico liberale e non Di Pietro, i movimenti, gli estremisti.
Il Riformismo è un’attitudine, è la disponibilità coraggiosa a misurare le proprie idee con la realtà. Di tale qualità il sedicente centrosinistra italiano post-tangentopoli è privo. Il centrosinistra in Italia è stato rappresentato dall’incontro tra il riformismo socialista e cattolico liberale, culture presenti nel PdL. Nei primi anni ’80 di fronte alla necessità di riformare la scala mobile (scelta risultata vincente perché permise di contenere l’inflazione e di conservare quindi il potere d’acquisto dei salari), il “socialismo riformista” non ebbe paura a rompere il fronte sindacale e a schierarsi contro i comunisti oggi fondatori del PD. Anche durante il Governo Prodi, il PD è stato incapace di resistere alle spinte conservatrici del massimalismo di sinistra; di quel sindacalismo antiriformista e incapace di lavorare per nuove garanzie, vittima di parole d’ordine pericolose che rischiano di diventare il brodo di cultura del nuovo terrorismo. Sicuramente con la rottura con la sinistra comunista nelle elezioni politiche Veltroni ha compiuto un atto di discontinuità di cui rendergli merito. Meglio tardi che mai.
Fino a quando questi dirigenti non avranno rivisto la loro storia con senso autenticamente critico la coalizione di Berlusconi continuerà ad avere un grosso consenso. Aver espulso la storia socialista dalla sinistra porta a queste inevitabili conseguenze e gli elettori laici, repubblicani, socialisti continueranno a scegliere lo schieramento opposto ai postcomunisti.
Penso comunque che Berlusconi non sarà il prossimo Presidente del Consiglio: in un’intervista pubblicata su “
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