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venerdì, 06 novembre 2009

Premio Ambiente Euregio 2009 - Atto Secondo

In risposta alla competion sullo sviluppo sostenibile Premio Ambiente Euregio 2009 lanciata dall'APPA del trentino e dall'Euregio (Trentino, Alto-Adige, Tirolo), e al post dell'occhio di qualche tempo fa , nelle scora settimane un gruppo di lavoro legato all'occhio ha elaborato una proposta di progetto, prendendo come "laboratorio sperimentale" delle soluzioni di risparmio energetico individuate lo studentato universitario San Bartolomeo di Trento.



Per chi fosse interessato ad approfondire, è possibile trovare maggiori dettagli sul progetto qui sotto:

(click con pulsante sinistro, il salva con nome del pulsante destro non so perchè non funziona)



Delitto perfetto al San Bartolomeo



Allegato Tecnico A


Allegato Memoranda B



Crueza, Fontesinho Deformatio Roazzo von Shattenberg e Pequena

giovedì, 24 settembre 2009

Cogestione

A Rovereto si voteranno dei referendum il cui obiettivo dichiarato dai promotori è lo sviluppo della democrazia diretta (o “partecipativa”, che dir si voglia). Può forse essere interessante ragionare sulla democrazia anche a livello di imprese. Un esempio è dato dalla cogestione, sostenuta e realizzata dalla socialdemocrazia tedesca.

Riporto la definizione da Simone Dizionari online

Cogestione
Partecipazione dei dipendenti di un'azienda al processo decisionale grazie alla presenza di loro rappresentanti nel consiglio di amministrazione.
Si differenzia, dunque, dalla autogestione (v.) perché richiede la mediazione fra gli interessi degli azionisti e quelli dei lavoratori. Il paese che più di ogni altro ha applicato la cogestione ai rapporti industriali è la Germania (mitbestimmung), dove i lavoratori partecipano al processo decisionale attraverso un consiglio di sorveglianza eletto in modo paritetico dai lavoratori stessi e dagli azionisti.
Il presidente di tale consiglio di sorveglianza, eletto quasi sempre dai soli azionisti, ha un potere di voto doppio che, dunque, in caso di conflitti tra le due parti (lavoratori ed azionisti), garantisce la maggioranza assoluta.
Tra le funzioni del consiglio di sorveglianza spiccano: la definizione delle linee generali della politica della società, l'elezione e il controllo del comitato direttivo dell'impresa e la decisione circa modifiche importanti per la società.
postato da: GinoCerutti alle ore 09:21 | link | commenti
categorie: economia, politica europea, politica roveretana

lunedì, 14 settembre 2009

Langer, Hofer e Goya

Quest’anno è il 200° dalla rivolta di Andreas Hofer contro l’invasione franco-bavarese.
L’espansionismo napoleonico stava sconvolgendo l’Europa.
Francisco Goya non poteva di certo essere considerato un "reazionario" (si pensi a
Il sonno della ragione genera mostri) ma ritrasse un episodio della violenta repressione napoleonica contro la Resistenza spagnola.


Francisco Goya, Il 3 maggio,1808
olio su tela
Museo del Prado, Madrid


In occasione delle celebrazioni di 25 anni fa Alexander Langer riscopriva l’attualità di quegli avvenimenti, senza confondersi con chi –c'è anche nel ricordo di questi giorni- occupa lo spazio che dovrebbe essere delle analisi storiche con scontri tra opposte tifoserie.

 

Andreas Hofer, l'imperatore, i francesi e noi
Alexander Langer
1.3.1984, Da "Letture Trentine"

Non c'è dubbio che per i tirolesi alternativi o di sinistra sia un po' difficile scaldarsi per l'anno hoferiano. Anni e anni di culto dell'eroismo tirolese "anno 1809" ci sono passati sopra con le più svariate e sempre efficaci strumentalizzazioni. Nel 1959 tutta la preparazione degli attentati dei primi anni '6o (quelli più autenticamente tirolesi, intendo) si è intrecciata con i festeggiamenti hoferiani. (...) L'epopea di un popolo che si solleva perché rivuole il suo " ancien régime" e il suo imperatore, anche quando costui lo ha già abbandonato, e che va sulle barricate per riavere le sue processioni e le sue gerarchie sociali, non ispira entusiasmi a chi oggi si trova a lottare contro un regime che ancora usa con tanto successo il cemento ecclesiastico, nostalgico, autoritario, gerarchico e reazionario.
(..)
D'altro canto esiste un episodio illuminante che testimonia della percezione deliberatamente selettiva dell'esempio hoferiano: l'unico gruppo partigiano sudtirolese, nel periodo nazista, si era denominato "Andreas-Hofer-Bund" ed operava prevalentemente in Val Passiria, ma è stato rimosso dalla memoria sudtirolese (..). Mentre per certi periodi storici è possibile contrapporre degli "eroi alternativi" a quelli ufficiali p. es. i pacifisti ai guerrieri, i dissidenti ai dittatori, le donne qualunque agli uomini di Stato, ecc. e quindi ritagliarsi uno spazio di contestazione e magari di anti-festeggiamenti, tutto ciò non funziona per il periodo della rivolta anti-francese e anti-bavarese dei tirolesi. Non si trovano facili identificazioni. Né si vorrebbe stare senza riserve dalla parte dell'oste passiriano che lottava in nome della restaurazione del buon tempo antico cattolico e imperiale contro il pericolo rivoluzionario e illuminista, ma bisogna pur riconoscere con rispetto e simpatia che si è trattato di una autentica sollevazione partigiana, di contadini in lotta per difendere la propria piccola patria contro gli usurpatori e oppressori, incuranti della ragion di Stato che li aveva già sacrificati. Tanto meno ci si può schierare dalla parte degli occupanti franco-bavaresi, anche se andrebbe apprezzata più di una delle loro riforme illuminate, soprattutto a confronto con la restaurazione metternichiana seguita al congresso di Vienna.
(…)
Fin dalla sconfitta dei contadini rivoluzionari di Gaismair, nel '500, c'è una infausta costante che attraversa la storia tirolese. Innovazioni, progressi, aperture, riforme non scaturiscono più dalla forza propria del popolo tirolese (che per lunghi secoli si lecca le ferite della sconfitta dei contadini rivoltosi), ma provengono ormai solo dall'esterno. L'illuminismo arriva sulle baionette dei battaglioni franco-bavaresi; il liberalismo viene imposto dal governo di Vienna, al quale il Tirolo si oppone (nella seconda meta dell'Ottocento) in un lungo e tenace "Kulturkampf"; le idee socialiste vengono ben presto identificate soprattutto nella parte meridionale del Tirolo come "walsch", "italiane", e così diventa più facile denunciarle e combatterle, imputando al "socialismo" oltretutto i peccati del dominio italiano nel Sudtirolo (del tutto a sproposito) e individuando nella sinistra una specie di cavallo di Troia della snazionalizzazione italiana. Grazie alla circostanza che le idee nuove vengono sempre da fuori, sarà agevole diffamarle e isolarle. Di converso diventerà dovere civico, quasi patriottico, dei tirolesi, assumere posizioni conservatrici quando non reazionarie. Una sola volta, nel tempo recente, un'idea nuova ed "esterna" ha trovato adesione nel Tirolo, nonostante l'opposizione di buona parte del clero: era il caso del nazismo, che non e stato smascherato e combattuto come "corpo estraneo", ma invece venne accolto dalla gran parte dei tirolesi come il più adeguato antidoto all'infezione socialista e repubblicana (nel Nordtirolo) e all'oppressione nazionalista italiana (nel Sudtirolo). Ci sarebbe quindi una cosa cui pensare utilmente nell'anno del "giubileo" (inventato ed enfatizzato per tutt'altri scopi): come promuovere la critica e il rinnovamento della società tirolese dall'interno, in maniera tale da non farsi respingere dagli anticorpi posti a vigilanza contro le infiltrazioni estranee, senza per questo perdere legami sufficientemente solidi con i movimenti e le correnti di rinnovamento nella più ampia Europa? Chi non scioglie questo dilemma, finirà sempre per bloccarsi alle soglie della coscienza tirolese (come l'illuminismo, il liberalismo, il socialismo, ecc.) o per essere isolato e tradito da qualsiasi Raffl del caso, una volta che l'accordo tra l'imperatore ed i francesi abbia tolto ogni respiro e prospettiva alla rivolta.

Link: Hofer: 200 anni fa la battaglia di Mori

 

postato da: GinoCerutti alle ore 18:41 | link | commenti (7)
categorie: cultura, arte, storia, politica europea, politica trentina, politica sudtirolese

sabato, 27 giugno 2009

Storia locale

La legge provinciale n. 5 del 2006 (legge Salvaterra) prevede l’approvazione da parte della Giunta provinciale di un regolamento applicativo per l’attivazione di piani di studio provinciali.

I piani di studio provinciali
(…)
c) assicurano lo studio della storia locale e delle istituzioni autonomistiche, della cultura della montagna e dei suoi valori, con il coinvolgimento di esperti locali, la pratica di sport vicini alla montagna e l'effettuazione di periodi formativi a diretto contatto con la montagna.
Fonte: Ufficio stampa della P.A.T.

I piani di studio provinciali, se ho ben capito, sono ora in fase di costituzione.
Al di là della vaghezza del proposito (che mette insieme un po' di tutto) e del pericolo di strumentalizzazioni politiche (ad esempio con un'esaltazione acritica della trentinità), credo sia una buona occasione. Senza rubare troppe ore a un inquadramento generale della storia (a livello mondiale, continentale e nazionale), credo infatti che sia giusto trasmettere agli studenti delle conoscenze relative al territorio in cui vivono.
Se il nostro territorio è quello che è, è organizzato in un modo invece che in un altro, è per delle ragioni che vanno ricercate nella storia.
Studiosi e politici di tutto il mondo si interessano alla nostra Regione, vista come modello di convivenza tra etnie diverse; ma tra gli stessi trentini -soprattutto tra i giovani, anche tra quelli impegnati in politica- le conoscenze sono spesso superficiali. A volte i sudtirolesi di etnia tedesca sono dipinti come una stranezza folkloristica. Non si distingue  tra cittadinanza e nazionalità, non si capisce che si può avere una cittadinanza (ad esempio italiana) ed appartenere a un’altra nazionalità (ad esempio tedesca). Questo semplicismo è un prodotto del nazionalismo: gli Stati nazionali, a differenza dei precedenti imperi, si identificano in maniera rigida con una nazione.
Sarà difficile la tolleranza per gli extracomunitari se non c’è interesse per chi ci vive vicino da secoli…

Riporto qua sotto un estratto di un articolo relativo alla politica sudtirolese di Hitler e Mussolini, un caso in cui storia locale e storia mondiale si  sono intrecciate e in cui l'identificazione tra Stato e Nazione è stata portata alle estreme conseguenze (la pulizia etnica).

Le ferite della società sudtirolese
di Mauro Fattor
Il Trentino – 25 giugno 2009
In Alto Adige ricorre in questi giorni il settantesino anniversario delle Opzioni, il tragico accordo tra Hitler e Mussolini per il trasferimento in Germania dei sudtirolesi che volevano restare tedeschi e si trovarono quindi costretti a optare tra il Reich e l’Italia. L’accordo - che in nome dell’Asse sanciva il carattere definitivo e intangibile del confine del Brennero - era stato elaborato dal capo delle Ss Heinrich Himmler sin dalla primavera di quell’anno, e giunse al suo assetto definitivo il 23 giugno 1939 a Berlino. L’85% degli altoatesini optarono per la Germania, ma solo 75mila lasciarono effettivamente la provincia di Bolzano. Di questi, un terzo tornò in Alto Adige dopo la guerra. (…) I Dableiber (..) - cioè coloro che scelsero di non partire ma di restare in Alto Adige - vennero trattati come traditori, con conseguenze che si trascinarono per decenni anche nel Sudtirolo pacificato del Dopoguerra. Scriveva Himmler il 30 maggio del 1939: «La decisione del Führer in merito ai confini tra Italia e Germania è legittima. In questo modo si è deciso irrevocabilmente che il Sudtirolo, quale territorio abitato da un popolo tedesco, è abbandonato e non ha più alcun interesse per noi. Non si è con ciò detto che la Germania abbandoni i circa 200 mila sudtirolesi che vogliono essere tedeschi. Ciò ne consegue che per la stretta amicizia fra la Germania e l’Italia, dovrà essere intrapresa una storica e forse unica e grandiosa operazione. [..] La Germania procurerà da qualche parte sul suo territorio, per esempio all’Est, uno spazio per 200 mila persone da collocarsi in città e paesi. Questo territorio dovrà essere scelto possibilmente in una zona originariamente straniera e sarà liberato da tutti i suoi abitanti. In accordo con l’Italia, i 200 mila tedeschi del Sudtirolo venderanno i loro averi e beni e verranno trasferiti in questo nuovo territorio».
La soluzione che Himmler aveva in testa era chiara, e aveva a che fare con i programmi nazisti di invasione della Polonia, per la quale fu messa in piedi la cosiddetta «Operazione Fausthof», che altro non era appunto che la ricolonizzazione dei territori strappati alla Polonia con il rimpatrio entro i confini del Reich delle minoranze tedesche sparse per l’Europa. Nel calderone di questa lucida follia, c’erano anche i sudtirolesi. (…)

P.S.: per farsi un'idea di quanto la ferita sia  sentita in Alto Adige, segnalo un articolo di Alexander Langer in cui si ricostruiva una polemica che aveva visto protagonista Messner (se l'era presa con il continuo abuso del mito di "Heimat", della propria terra patria, che in bocca sudtirolese ufficiale ed ufficiosa viene fatto, "da parte di un popolo che come nessun altro, ha anche tradito la propria "Heimat", quando nel 1939 a stragrande maggioranza aveva optato per la Germania, disponendosi a lasciare la propria terra") e il fatto che il vicesindaco di Bolzano Oswald Ellecosta (SVP, in coalizione con in centrosinistra) si è rifiutato di festeggiare la Festa della Liberazione, perché ricorda il ritorno del Sudtirolo nello Stato italiano.
postato da: GinoCerutti alle ore 16:52 | link | commenti
categorie: cultura, storia, politica italiana, politica europea, politica trentina, politica sudtirolese

mercoledì, 10 giugno 2009

Quei fascisti di via Benacense (sezione 21)


immagine da L'Eco di Bergamo

Vi è mai capitato passeggiando per via Benacense di vedere scene come quella qua sopra?
A leggere i risultati delle elezioni europee sembrerebbe una cosa molto probabile.
Ma a ben vedere i personaggi in questione dovrebbero essere concentrati in un unico caseggiato: votano tutti nella stessa sezione!
La numero 21, per la precisione. La sezione in cui Forza Nuova ha preso 220 voti, pari a -udite, udite!- il 33,95%.
E in tutto il Comune ne ha presi 259...
E, guarda caso, in quella stessa sezione il PD ha (avrebbe...) preso 25 voti, pari al 3,86%.
I dati sono tratti da l'Adige, ma -per quanto riguarda i risultati  dell'intero Comune- trovano conferma sul sito di Repubbilca.
Come dice S.B. quando perde: chiediamo un riconteggio!
postato da: GinoCerutti alle ore 00:02 | link | commenti (3)
categorie: fatti e misfatti, politica europea, notizie roveretane, politica roveretana

mercoledì, 03 giugno 2009

Il Parlamento Europeo



Le istituzione europee fanno poco audience.
Tutti i giorni i mezzi di informazione ci dicono che provvedimenti sono stati attuati a Roma, che dichiarazioni hanno espresso i leader politici di stanza a Roma, quali polemiche sono all’ultima moda a Roma …
Sfogliando i giornali locali possiamo informarci su cosa succede all’interno delle nostre Giunte e dei nostri Consigli (regionali, provinciali, comunali…).
Ma l’Unione europea non conta proprio niente?
Ogni quanti minuti di informazione sul Parlamento romano si dedica un minuto all’assemblea europea? E a cosa serve questa assemblea? Le elezioni europee servono solo a sondare i consensi elettorali dei vari partiti e dei loro leader? Perché ci viene detto poco o niente sul lavoro svolto nell’ultima legislatura e su quello che si vorrebbe realizzare per il futuro?
Non è che questa scarsa attenzione nei confronti delle istituzioni europee verrà a nostro svantaggio, considerando, tra l’altro, che i parlamentari italiani sono tra i più assenti? E che dire sul fatto che le liste che si presenteranno in Italia hanno nomi, storie, caratteri diversi dai partiti europei?


Riporto da http://www.europarl.europa.eu
Il Parlamento europeo è l'unico organo dell'Unione europea eletto direttamente dai cittadini. I suoi 785 deputati sono i vostri rappresentanti, scelti ogni cinque anni dagli elettori dei 27 Stati membri dell'Unione europea quali portavoce di 492 milioni di cittadini.


da http://europa.eu/institutions/index_it.htm
Il processo decisionale dell’UE, in generale, e la procedura di codecisione, in particolare, implicano la partecipazione di tre istituzioni principali:
- il Parlamento europeo (PE), che rappresenta i cittadini ed è eletto direttamente da questi;
- il Consiglio dell’Unione europea, che rappresenta i singoli Stati membri;
- la Commissione europea, che ha il compito di difendere gli interessi generali dell’Unione.
Da questo “triangolo istituzionale” hanno origine le politiche e le leggi applicate in tutta l’UE. Di norma, è la Commissione a proporre nuove leggi mentre spetta al Parlamento e al Consiglio adottarle. La Commissione e gli Stati membri applicano poi le leggi, e la Commissione le fa rispettare.
Di vitale importanza è il ruolo svolto da altre due istituzioni: la Corte di giustizia che vigila sullo stato di diritto comunitario e la Corte dei conti che ha una funzione di controllo sul finanziamento delle attività dell’Unione.


Argomenti che ha trattato o che tratterà il Parlamento Europeo:
Dai costi dei cellulari al software libero. Tutti i meriti del Parlamento europeo di Caizzi Ivo, 25 maggio 2009 - Corriere della Sera

Gruppi politici: www.europarl.europa.eu/groups/default_it.htm

Quindi direi che lo
scarso interesse per il Parlamento europeo ci sono delle parziali scusanti: abbiamo ereditato dal passato l'idea della centralità quasi assoluta degli Stati nazionali, il quadro istituzionale è complicato -anche perché siamo ancora lontani dal trovare un assetto definitivo- e le altre istituzioni decisionali hanno dei legami -diretti per il Consiglio, più indiretti per la Commissione- non solo con il Parlamento, ma anche con i governi dei singoli Stati.
Ma
non varrebbe la pena investire di più su una istituzione che sarà, o dovrebbe essere, centrale per la politica del futuro?
postato da: GinoCerutti alle ore 23:40 | link | commenti (1)
categorie: politica europea

giovedì, 30 aprile 2009

La laicità aperta

Michele Nicoletti è professore di Filosofia politica presso l’Università di Trento.
È candidato nelle liste del Partito Democratico per il Parlamento europeo.


immagine da www.questotrentino.it

Lo Stato e le religioni
di Michele Nicoletti
da www.costruirecomunita.it

Il rapporto tra politica e religione, tra Stato e chiese o comunità religiose, è tornato da qualche tempo al centro delle discussioni. (...)
Questa irruzione o questo ritorno del fattore religioso sulla scena sociale è stato accompagnato da una certa radicalizzazione della discussione e da un certo irrigidimento delle posizioni. Atteggiamenti di fondamentalismo o integralismo religioso, che tendono a trasferire direttamente sul piano civile valori e norme appartenenti alla libera interiorizzazione del singolo, si contrappongono ad atteggiamenti di intolleranza nei confronti di questa o di quella religione, talvolta nei confronti di tutte le religioni, accusate di fomentare la violenza o la discordia sociale. Il risultato è una cruda reviviscenza di battaglie tra clericali e anticlericali che parevano consegnate alla storia dell' '800 che rischia di far passare in secondo piano la necessità urgente di dare risposte attente ai bisogni fondamentali delle persone, concreti, reali e profondi, sul piano della vita familiare, educativa, civile. E un rischio ulteriore è ancora quello di indebolire ulteriormente le già fragili istituzioni comuni. In questo quadro appare più che mai urgente recuperare un piano più profondo di riflessione che prenda atto della persistente rilevanza sociale del fattore religioso nelle società contemporanee e cerchi di comprenderne le ragioni e tenti di indicare le forme attraverso cui questa rilevanza può costituire una ricchezza non solo per le singole e ormai diverse comunità religiose, ma per l'intera società e per i suoi ordinamenti liberali e democratici.

In questa prospettiva di una democrazia amica delle religioni e di religioni amiche della democrazia si muove anche il libro di Pierangelo Giovanetti «Europa, Religioni, Laicità» (Àncora, 2007) che raccoglie le interviste raccolte, nel corso di un viaggio attraverso l'Europa, da dieci grandi intellettuali contemporanei come Bauman, Casanova, Clément, Geremek, Le Roy Ladurie, Kolakowski, Maier, Pomian, Spaemann, Taylor. Il tema proposto da Giovanetti ai suoi interlocutori è il rapporto tra religioni società e politica nel quadro europeo e la domanda costante è appunto come far convivere queste voci pluraliste all'interno di un quadro di convivenza pacifica e bene ordinata. Le risposte che i diversi interlocutori forniscono sono ricche di spunti non solo politici e culturali, ma anche esistenziali. Tutti convergono sull'importanza di evitare ogni deriva intollerante che sarebbe dannosa per le stesse religioni, per la loro autenticità (Bauman ricorda giustamente come il cuore delle grandi religioni sia l'amore di Dio per gli uomini), oltre che per quei valori di libertà, di pluralismo, di tolleranza, di secolarità delle istituzioni politiche che fanno originale l'Europa. Ma sottolineano anche l'apporto positivo che le comunità religiose possono dare alla ricostituzione di un tessuto connettivo altrimenti sfilacciato, in cui vi è sempre maggiore mobilità sociale ed economica, nonché «liquidità» esistenziale. In questo senso la prospettiva che emerge dalle diverse voci e che Giovanetti propone come filo conduttore è quella della laicità aperta. La laicità aperta, in linea con il concetto di neutralità aperta e comprensiva usato recentemente da Ernst-Wolfgang Böckenförde, si differenzia dalla laicità chiusa e indifferente del secolarismo che considera la religione un mero fatto personale e vede con sospetto ogni sua manifestazione sociale. La laicità aperta, pur tenendo ferma la secolarità delle istituzioni pubbliche che sono fondate su ragioni umane e non possono perciò imporsi o pretendere obbedienza sulla base di motivi religiosi, dà spazio alle diverse posizioni religiose che si esprimono nella sfera pubblica e valorizza il potenziale etico, educativo e sociale delle diverse comunità. Si tratta di una prospettiva che nella teoria politica poggia le sue fondamenta sulle riflessioni di intellettuali laici come John Rawls e Jürgen Habermas, che hanno invitato il pensiero liberale a superare quella posizione «secolarista» che vedeva nelle credenze religiose in quanto tali un nemico della democrazia, in quanto portatrici di fanatismo, superstizione, ossequio ad autorità diverse da quella della maggioranza. Entrambi hanno messo in luce come i movimenti religiosi possano anche contribuire positivamente alla crescita delle libertà e della democrazia, animando ad esempio battaglie per i diritti civili come accaduto negli Stati Uniti d'America, o custodendo valori importanti come il significato della vita umana anche là dove essa appare segnata dalla malattia, dall'insuccesso sociale, dal fallimento esistenziale. Ma nella stessa direzione si sono mossi intellettuali cattolici come Charles Taylor e Ernst-Wolfgang Böckenförde, che hanno riletto il rapporto tra religione e modernità in chiave non solo antagonistica, ma cooperativa, sottolineando l'importanza del fattore religioso nella costituzione dell'identità e dell'ethos personale e sociale delle società liberali e democratiche. Questa idea di laicità aperta rappresenta una salutare sfida alle intolleranze reciproche e attende la messa in atto di pratiche nuove e di costumi di dialogo, di ascolto e di tolleranza che andranno assieme inventati. Se sapremo raccogliere l'invito che viene da queste voci e se saremo capaci di questa invenzione - culturale e politica a un tempo - anche i conflitti di oggi non saranno stati inutili.

postato da: GinoCerutti alle ore 00:05 | link | commenti (14)
categorie: cultura, politica europea

giovedì, 26 giugno 2008

In Spagna per l’idea fascista

 

 


Legionari trentini nella guerra civile spagnola 1936-39

 

Sede: Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto


Periodo:

dal 28 giugno al 15 ottobre 2008

 

Orario:

dal martedì alla domenica 10.00-18.00

luglio – agosto – settembre: dal martedì al venerdì 10.00-18.00

 

Inaugurazione:

venerdì 27 giugno, ore 18.30.

 

www.museodellaguerra.it

www.crushsite.it/arte/museoguerra.html

 


La mostra è dedicata alla partecipazione dei trentini alla guerra civile spagnola, con particolare attenzione a quanti combatterono nelle file del Corpo Truppe Volontarie, schierate con Franco. (..)

L’appuntamento ha visto la collaborazione di numerose famiglie dei reduci di quella guerra, che hanno ritrovato per l'occasione fotografie, cimeli e ricordi.

La mostra si avvale di una ricerca inedita ed è accompagnata da un catalogo contenente un importante saggio dello storico Gabriele Ranzato. La guerra civile che insanguinò la Spagna tra il 1936 e il 1939 fu cruenta e brutale e da tutti oggi viene considerata il prodromo della Seconda guerra mondiale. Ma fu anche la guerra più ideologica tra quelle dichiarate dal fascismo. (..) Al ritorno i reduci furono accolti calorosamente dalle comunità di partenza, con manifestazioni e cerimonie. (..) Dopo il 1945 sulla guerra simbolo della politica aggressiva del fascismo si scaricarono tutti gli elementi di condanna rivolti al passato regime. Chi era andato in Spagna con le truppe fasciste preferì non parlarne, chi aveva combattuto contro Franco preferì sottolineare il carattere poco "volontario" dei legionari inviati dal Duce. Fu invece più facile sottolineare, per la continuità con la Resistenza al nazifascismo tra il 1943 e il 1945, la partecipazione degli antifascisti che combatterono nelle Brigate internazionali in difesa del governo repubblicano. Gli italiani inquadrati inviati da Mussolini a fianco del generale Francisco Franco furono circa 80.000 e quelli accorsi nelle Brigate Internazionali in aiuto della Repubblica spagnola circa 4.000. Tuttavia, mentre gli storici hanno cominciato da tempo ad occuparsi degli antifascisti, poco si sa di quanti risposero alla chiamata di Mussolini. La mostra illustra i risultati di una ricerca relativa al numero dei trentini nel Corpo Truppe Volontarie, che nel dicembre 1936 salparono dall'Italia per Cadice e tra il febbraio 1937 e la primavera del 1939 parteciparono a fianco degli insorti alla conquista di Malaga, alla battaglia di Guadalajara, alla presa di Santander, alla battaglia dell’Ebro, fino a Barcellona e a Madrid. Sono stati ritrovati i nomi, i dati anagrafici, la provenienza e la professione di quanti partirono; di molti si è trovata anche la foto. Oggi sappiamo che furono circa 570 e che ne morirono 38. Le centinaia di trentini, e le migliaia di italiani, che accettarono di andare in Spagna a combattere per Franco, lo fecero sostenuti da sollecitazioni ideologiche e da motivazioni concrete: il compenso per i soldati (20 lire al giorno, più un premio di arruolamento di 3.000 lire, particolarmente allettanti dopo anni di ristrettezze), la certezza di acquistare benemerenze presso il partito; la speranza, una volta rientrati, di un’assunzione nel pubblico impiego; probabilmente lo spirito di avventura. Tuttavia, se gli argomenti di tipo materiale furono importanti e forse decisivi, essi non escludono, anzi sono compatibili e complementari con ragioni ideologiche e politiche, frutto di una educazione transitata attraverso la scuola e le nuove forme della comunicazione e della persuasione proprie della società di massa che il fascismo aveva adottato.


Link: Articolo di Corona Perer

postato da: GinoCerutti alle ore 23:57 | link | commenti (1)
categorie: cultura, storia, politica italiana, politica europea, politica mondiale

giovedì, 22 maggio 2008

A combattere per il Caudillo

Riporto, tratto dal giornale l'Adige del 19 maggio, un articolo predisposto per il quotidiano dalla giornalista Corona Perer.


di CORONA PERER
Sarà l'occasione per ridare nome e cognome alla storia, per tentare soprattutto di fare luce su un segmento rimasto oscuro: sappiamo molto di quanti partirono per la Guerra di Spagna contro la dittatura, ma che sappiamo di quanti partirono invece per schierarsi a fianco di Franco e sotto le ali del fascismo? Quanti furono i trentini arruolati con Franco nella guerra civile spagnola del 1936? «Più numerosi di quanto si pensi. Almeno 400, ma abbiamo motivo di pensare che fossero anche di più», sottolinea Camillo Zadra, direttore del Museo della guerra di Rovereto cha sta preparando una mostra su una pagina dimenticata della storia trentina. Per farlo ha già molto materiale, ma necessita che a costruire questo tassello siano se non i testimoni e diretti interessati almeno i familiari che potrebbero fornire foto, documentazioni, fonti per ridare volto a questa pagina di storia. Il tutto verrà fatto convogliare nella mostra dedicata alla guerra civile spagnola fra il 1936 e il 1939 e ai trentini che vi presero parte che prenderà corpo nei prossimi mesi al Museo della guerra di Rovereto. I dati: tra i circa 80.000 italiani inquadrati nel Corpo truppe volontarie con il generale Franco, e fra i più di 3.000 accorsi nelle Brigate internazionali in aiuto della Repubblica spagnola, centinaia di soldati provenivano dalla nostra provincia. «Mentre gli storici si sono già occupati degli antifascisti, nulla o quasi si sa dei volontari che risposero alla chiamata di Mussolini. È a questi ultimi che vogliamo dare attenzione, ovviamente non per motivi ideologici, ma per leggere dall'interno una pagina finora trascurata della storia trentina, spiega Zadra. Il quale sottolinea che si tratta di una dimenticanza così vistosa che a tutt'oggi non si conosce nemmeno approssimativamente il numero di quanti partirono per l'avventura spagnola. Fino ad ora la ricerca ha portato all'individuazione di più di 400 nominativi di trentini che combatterono con Franco, 43 furono invece gli antifascisti nelle Brigate internazionali che si battevano in difesa dell'ordine repubblicano scaturito dalla vittoria elettorale del Fronte popolare, nel 1934, cui due anni dopo seguì il colpo di Stato perpetrato da Franco e altri generali. «Posso anticipare che il lavoro e le ricerche che stiamo svolgendo ci ha già portato a considerare questo numero in difetto. E siamo certi che sia destinato a crescere sensibilmente», aggiunge Zadra. È proprio per colmare questa lacuna che il Museo ha promosso una ricerca per raccogliere dati e informazioni sul tema chiedendo la collaborazione di cultori di storia locale e di quanti conservano ricordi di famiglia. Il tutto consentirà di ridare corpo alla storia con il coinvolgimento di chi in qualche modo ne conserva testimonianza diretta o indiretta. Pertanto l'appello è rivolto a quanti vogliono collaborare di prendere contatto telefonicamente o tramite e.mail (0464438100, info@museodellaguerra.it). Che cosa si aspetta il Museo? «Ci sarebbero molto utili - risponde Zadra - fotografie, lettere e diari, tessere, volantini, oggetti, medaglie, attestati che i legionari trentini hanno riportato dalla Spagna e che molte famiglie ancora conservano. Obiettivo del Museo è quello di salvare le rare memorie che ancora sopravvivono di una vicenda che tocca direttamente anche il Trentino e che il trascorrere del tempo rischia di cancellare». Insomma serve tutto quello che può aiutare a conoscere anche nei dettagli l'esperienza di quella guerra, nella quale, non dobbiamo dimenticarlo, morirono - nei due schieramenti - una cinquantina di trentini. Nomi che il Museo ha potuto censire perchè già conserva, nel suo archivio, un fondo di documenti e fotografie formatosi alla fine del 1939, costituito in previsione dell'apertura di una sala (poi sospesa) dedicata alla guerra spagnola. Ma molto interessante sarebbe capire anche il substrato culturale che favorì quella partecipazione. Perciò come ne parlarono i giornali, e soprattutto ne parlarono adeguatamente? È questo un altro segmento d'interesse per lo storico cioè capire come quella guerra venne raccontata dai media del tempo. Ebbene la stampa locale ne parlò in modo diverso. Fonti sono state catalogate dal quotidiano Il Brennero, il settimanale cattolico Vita Trentina e il mensile Il Trentino. «In questi organi di informazione venivano citati spesso i legionari trentini e riportate notizie su feriti, rimpatri, decorazioni, auguri, decessi», afferma Zadra. Dalla mostra potrebbe quindi uscire non solo un volto ricomposto, ma anche uno spaccato di società che per motivi diversi partì alla guerra con la prospettiva magari di garantirsi il futuro al rientro. Senza sapere che avrebbe potuto essere anche un'avventura senza ritorno.

 

l’Adige 19/05/2008
www.ladige.it

postato da: GinoCerutti alle ore 22:00 | link | commenti (4)
categorie: cultura, storia, politica italiana, politica europea, notizie roveretane, politica mondiale


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