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di ALBERTO PICCIONI
Non sopporta l'ineluttabile frase che potrebbe venire in mente vedendolo: «Inchiodato a una carrozzina», perché innanzitutto non è adeguata alla sua situazione e poi perché contiene una idea sbagliata del corpo, della persona, della sua libertà e dignità. Piergiorgio Cattani sulla sua carrozzina si muove, da lì ha relazioni intense e gioiose con gli altri. Da quella carrozzina ha dettato al computer e a degli studenti che lo hanno aiutato, il suo ultimo libro «Cara Valeria. Lettere sulla fede» (Il Margine, 206 pagine, 14 euro) (..). Cattani, studioso di tematiche filosofiche, religiose e politiche, presidente dell'associazione culturale Oscar Romero, scrive su quotidiani e riviste, fin da giovane convive con la distrofia muscolare, con dignità e sviluppando al massimo ciò che la malattia gli ha lasciato intatto: la capacità di pensare, amare, pregare. Cattani, perché ha scritto proprio un epistolario? «Era da qualche tempo che volevo scrivere le mie idee sulla vita. Ma non volevo fare un trattato teologico o una raccolta di saggi. Nel frattempo avevo ripreso a scrivere lettere, quelle che si mettono in una busta e si inviano. Che scrivi senza avere una risposta immediata dal tuo interlocutore, ma che lasciano uno spazio di riflessione. La lettera ti costringe a pensare prima di scrivere. Valeria è una mia amica a cui scrivevo ogni tanto. Le mie missive indirizzate a lei e raccolte nel libro sono in parte un'invenzione letteraria, ma che si basa su un rapporto di amicizia reale». Lo definirebbe un libro «ottimista»? «Non mi piace come termine, preferisco parlare di speranza. Quella che nasce dalla fede cristiana che mi permette di avere una visione positiva della vita». Data la sua condizione, come affronta il problema del male? «Parlo specificamente della mia malattia e il problema del male è un filo conduttore dell'intero libro. Per quanto riguarda me stesso ho sempre tentato di guardare prima il dolore degli altri e poi il mio. È ovvio che in apparenza nella vita ci sono i più fortunati e quelli meno: ognuno lo percepisce in se stesso e nel mondo. Ma per quanto riguarda la fede non penso che dobbiamo lasciarci prendere da facili soluzioni del male. Chi dice che il male in Cristo è già vinto e quindi esiste solo il bene, frequentemente scade in una visione dialettica e semplicistica: il male è necessario e funzionale al bene come la morte alla vita. Non è così. Il male resta per me un mistero al quale Dio potrà dare una risposta, ma non nella realtà concreta. In questo seguo l'idea di Sergio Quinzio che ha parlato della sofferenza di Dio, della sua scelta di non essere onnipotente. La lotta contro il male resta per noi una realtà non superata, anche se sappiamo che Cristo ha vinto la morte con la sua debolezza, sulla croce. Ma solo chi sente la provvisorietà delle propria condizione può sperare, pregare e lavorare per il compimento». Lei prega molto? Che significa per lei pregare, se Dio è «debole»? «Io utilizzo la liturgia delle ore e i salmi per pregare. Ci trovo una dimensione evocativa e dialogante del rivolgersi a Dio. Pregare allora significa credere alla bontà degli uomini quando tutti dicono il contrario, come sosteneva Paolo de Benedetti e la tradizione ebraica con lui. È chiaro poi che bisogna agire senza tirare in ballo Dio ogni momento». Lei è la prova che ogni vita vale la pensa di essere vissuta. Come vive la posizione del magistero cattolico sulla difesa della vita dal suo concepimento alla morte? «Se nell'aldilà ci aspetta solo una dimensione positiva e di gioia, se pensiamo alla morte come ad un passaggio dell'anima in un paradiso dove vige la felicità, che senso avrebbe soffrire su questa terra? In questo modo di pensare il corpo è come un carcere. Se invece ci mettiamo nella prospettiva della resurrezione cristiana possiamo sperare che qual male, quel dolore che oggi vivo sarà purificato da Dio e mi verrà restituito sotto un'altra forma. Ecco perché ritengo che ogni vita vada vissuta». Come tradurrebbe ad un uditorio «laico», ad una persona che non ha la fede, questo suo discorso? «Gli direi che non esiste solo l'individualismo. La sofferenza può anche arricchirti e farti capire meglio il mondo e che l'assistenza ai malati può non essere solo una fatica. Comunque credo che bisogna avere profondo rispetto di chi non ha la fede e delle sue libere scelte di fronte alle decisioni. Sono altrettanto convinto che anche il più laico degli uomini non possa rinunciare completamente alla speranza».
l'Adige 20/05/2008
venerdì 27 giugno 2008, ore 17.30
Il massacro del Grappa.
Vittime e carnefici del rastrellamento (21-27 settembre 1944)
Palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, Rovereto

Questo libro è la storia del rastrellamento del Grappa che si risolse in un massacro di inermi, ma è anche la storia di una gigantesca menzogna e di un'enorme ingiustizia che conferiscono all'evento la fisionomia di una tragedia collettiva. Gli esecutori negarono ogni loro responsabilità, nessuno scontò la pena per quanto aveva commesso. Le vittime, dopo l'ingiustizia del massacro, subirono l'ulteriore ingiustizia dell'assenza di giustizia.
Libro di Sonia Residori (Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Vicenza “Ettore Gallo” - Cierre edizioni, Verona 2008). Discute con l’autrice Emilio Franzina.
Post su precedenti appuntamenti di “Storia e storie”:
In viaggio con Alex
Un grande sonno nero. Vita e morte di Guido Rossa alpinista e operaio

Venerdì 13 giugno 2008, ore 17.30
In viaggio con Alex
La vita e gli incontri di Alexander Langer (1946-1995)
Palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, Rovereto

Storia e storie.
Rassegna a cura dell’Accademia roveretana degli Agiati, Museo storico italiano della guerra, Museo storico del Trentino.
Presentazione del libro di Fabio Levi (Feltrinelli, Milano 2007). Discute con l’autore Florian Kronbichler.

CUORE
da Pasolini, Scritti corsari, Milano, Garzanti ed. 1975
pubblicato su “Il Corriere della Sera” del 1° marzo 1975 con il titolo “Non aver paura di avere un cuore”.
Per il maschio l'aborto ha assunto un significato simbolico di liberazione: essere per l'aborto incondizionatamente gli sembra una patente di illuminismo, progressismo, spregiudicatezza, sfida. È insomma un bellissimo, gratificante giocattolo. Ecco perché tanto odio per chi ricordi che una gravidanza non voluta può essere, se non sempre colpevole, almeno colposa. E che se la prassi consiglia giustamente a depenalizzare l'aborto non per questo l'aborto cessa di essere per la coscienza una colpa. Non c'è anticonformismo che la giustifichi: e chi di anticonformistico non possieda che un fanatico abortismo, certamente ne è seccato e irritato. E allora ricorre ai metodi più arcaici per liberarsi dell'avversario che lo priva del suo piacere di sentirsi spregiudicato e all'avanguardia. Tali metodi arcaici sono poi quelli infami della «caccia alle streghe»: l'istigazione al linciaggio, l'elencazione nelle liste dei reietti, la proposta al pubblico disprezzo.
(…)
Ho detto che l'essere incondizionatamente abortisti garantisce a chi lo è una patente di razionalità, illuminismo, modernità ecc. Garantisce, nel caso specifico, una certa «superiore» mancanza di sentimento: cosa che riempie di soddisfazione gli intellettuali (chiamiamoli così) pseudo-progressisti.
(…)
Il problema è ben più vasto, e comporta tutto un modo di concepire il proprio modo di essere intellettuali: consistente prima di tutto nel dovere rimettere sempre in discussione la propria funzione, specialmente là dove essa pare più indiscutibile: cioè i presupposti di illuminismo, di laicità, di razionalismo.
(…)
Il potere non è più infatti clerico-fascista, non è più repressivo. Non possiamo più usare contro di esso gli argomenti - a cui ci eravamo tanto abituati e quasi affezionati - che tanto abbiamo adoperato contro il potere clerico-fascista, contro il potere repressivo.
Il nuovo potere consumistico e permissivo si è valso proprio delle nostre conquiste mentali di laici, di illuministi, di razionalisti, per costruire la propria impalcatura di falso laicismo, di falso illuminismo, di falsa razionalità. Si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote consacrazioni, non gli serviva più.
In compenso però tale nuovo potere ha portato al limite massimo la sua unica possibile sacralità: la sacralità del consumo come rito e, naturalmente, della merce come feticcio. Nulla più ostacolare tutto questo. Il nuovo potere non ha più nessun interesse, o necessità, a mascherare con Religioni, Ideali e cose del genere, ciò che Marx aveva smascherato.
Come polli d'allevamento, gli italiani hanno subito assorbito la nuova ideologia irreligiosa e antisentimentale del potere: tale è la forza di attrazione e di convinzione della nuova qualità di vita che il potere promette, e tale è, insieme, la forza degli strumenti di comunicazione (specie la televisione) di cui il potere dispone. Come polli d'allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo.
(…)
Che cos'è (..) che rende attuabili - in concreto, nei gesti, nell'esecuzione - le stragi politiche dopo che sono state concepite? È terribilmente ovvio: la mancanza del senso della sacralità della vita degli altri, e la fine di ogni sentimento nella propria.
(…)
Al contrario di Calvino, io dunque penso che - senza venire meno alla nostra tradizione mentale umanistica e razionalistica - non bisogna aver più paura - come giustamente un tempo - di non screditare abbastanza il sacro o di avere un cuore.

Intervengono, con l'autore, mons. Luigi Bressan (arcivescovo di Trento), Guglielmo Valduga (sindaco di Rovereto), don Vito Nardin (rettore del Sacro Monte Calvario), Livio Caffieri (presidente dell'Accademia degli agiati). Introduce e coordina: Michele Nicoletti.
Presentazione a cura del Comune di Rovereto e dell'Accademia roveretana degli agiati.
Il 18 novembre 2007 sarà beatificato Antonio Rosmini. Perseguitato in vita, oggi sale all'onore degli altari. Ma chi era? Quali sono i capisaldi del suo pensiero e le vicende della sua vita tormentata? E perché fu perseguitato?
Antonio Rosmini (Rovereto 1797-Stresa 1855) è stato il più grande pensatore italiano dell'800. Formatosi a Rovereto e a Padova, sacerdote, fondò a Stresa in Piemonte l'ordine dei rosminiani. Grande amico di Manzoni, ebbe un ruolo importante nelle vicende del '48 risorgimentale. Imponente la sua produzione, oggi tradotta in tutto il mondo. Capofila del pensiero cattolico liberale e riformatore, il suo libro Le cinque piaghe della santa chiesa fu posto all'Indice.
«Rosmini sarà la gloria e la vergogna del Paese che non l'ha conosciuto» (A. Manzoni)

In un periodo in cui la sinistra italiana vede lo scioglimento di alcuni partiti e la fondazione di altri, potrebbe essere utile gettare uno sguardo sul suo passato.
Con “Il socialismo nella storia del Trentino” (ed. Il Margine) Walter Micheli - in passato dirigente locale del Partito Socialista Italiano e assessore provinciale - ricostruisce una storia iniziata alla fine del XIX secolo.
Il Trentino faceva parte della regione del Tirolo ed era chiamato dagli austriaci “Welschtirol” (cioè “Tirolo latino”) o “Sud Tirol”. Era estremamente povero; molti erano gli emigrati, sia permanenti che temporanei.
Il Partito socialdemocratico dei lavoratori d’Austria si organizzò come federazione di sei partiti, ognuno rappresentante una nazionalità dell’Impero Austroungarico, e lottò affinché il modello federale venisse fatto proprio dalle istituzioni statali. Questo per garantire l’autonomia dei popoli in un contesto di integrazione internazionale. Conseguentemente, per i socialisti il Trentino sarebbe dovuto fuoriuscire dal Tirolo e formare un’entità politica con gli altri territori italiani dell’Impero (Trieste e Gorizia).
Il suffragio universale fu un altro obiettivo, e venne raggiunto nel 1906.
La crescita del partito socialista andava di pari passo con quella del sindacato. A Rovereto nacque la prima Camera del lavoro del Trentino e un “Ufficio di solidarietà femminile”.
Le prime cooperative trentine erano di ispirazione cattolica e la maggioranza dei contadini votava per il partito dei Popolari cristiano-sociali. Provò a rompere questa egemonia la Lega dei contadini, pure questa nata in Vallagarina.
Nel 1909 tra i socialisti di Trento operò un agguerrito anticlericale: Benito Mussolini. Dopo qualche mese per la sua attività politica venne espulso dall’Impero.
La Prima Guerra Mondiale fu motivo di fratture anche nel movimento operaio: Cesare Battisti ed altri socialisti trentini si arruolarono con l’Italia, i socialisti tedeschi e francesi, su fronti contrapposti, votarono il finanziamento della guerra, la Seconda Internazionale si sciolse.
A guerra finita il PSI provò ad affermare il diritto all’autodeterminazione (o all’autonomia) dell’Alto Adige: in regione i rapporti di forza tra tedeschi e italiani si erano invertiti, ma i socialisti sostenevano sempre gli stessi principi.
Intanto in Russia c’erano state la Rivoluzione d’Ottobre e la fondazione dell’Internazionale comunista, per aderire alla quale era richiesta la rottura con i riformisti. Da una scissione dal PSI nacque così, nel 1921, il Partito Comunista d’Italia.
Durante il fascismo le organizzazioni socialiste vennero messe fuorilegge.
Il socialista moriano Silvio Bianchi, insieme ad almeno altri 50 trentini, si arruolò nelle Brigate Internazionali nell’inutile tentativo di salvare la democrazia spagnola dai franchisti. Ferito, fu costretto a ritornare in Italia e fu mandato al confino.
Dopo l’8 settembre 1943 il Trentino venne annesso al Terzo Reich (quindi non alla Repubblica di Salò), all’interno della regione “Alpenvorland” (comprendente anche le province di Bolzano e Belluno).
Un gruppo denominatosi “Movimento Socialista Trentino” scrisse un manifesto programmatico. Un delatore li tradì: il 28 giugno 1944 ci furono 11 morti, tra i quali il roveretano Angelo Bettini, e 17 arresti. Prigioniero e vittima di torture, Giannantonio Manci si tolse la vita il 6 luglio.
Nel dopoguerra il PSI si presentò alleato dei comunisti, legati all’URSS di Stalin. Una scissione diede quindi vita al Partito Socialista Democratico Italiano, che si alleò con la Democrazia Cristiana. L’elettorato castigò la scelta del PSI, in Trentino in modo particolare.
Nel 1951 il PSDI aderì alla nuova Internazionale Socialista, di carattere antistalinista.
Morto Stalin, nel 1956 l’Ungheria provò a intraprendere un percorso politico autonomo rispetto all’URSS. I sovietici reagirono invadendola. Visto che il PCI si era schierato ancora una volta con Mosca, il PSI ruppe l’alleanza.
Negli anni ’60 e per la prima metà degli anni ’70 il PSI fece parte del governo nazionale, ottenendo: la scuola media unica obbligatoria (prima c’erano una media che dava l’accesso alle superiori e scuole di avviamento professionale), l’applicazione della Costituzione nella parte riguardante l’ordinamento regionale (fino ad allora le Regioni a statuto ordinario praticamente non esistevano), lo Statuto dei lavoratori, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma del diritto di famiglia, la legge sul divorzio. In questa fase tra PSI e PSDI vi fu una temporanea riunificazione, che portò anche i socialisti italiani all’interno dell’Internazionale.
Nel 1964 il PSI entrò in giunta provinciale. Nel 1967 venne così approvato il Piano Urbanistico Provinciale (i socialisti consideravano la pianificazione pubblica - urbanistica ma anche economica - come il cardine di uno sviluppo equilibrato).
Negli anni ’70 aderì al Partito Socialista un gruppo di cattolici, provenienti soprattutto dalle ACLI. Il loro leader, Livio Labor, fu candidato ed eletto al Senato in Trentino.
Nel 1974 il PSI di Trento fu un punto di riferimento, anche logistico, per i lavoratori della Michelin in sciopero e per la campagna referendaria per il mantenimento del divorzio.
Dopo la parentesi della “solidarietà nazionale”, nel 1980 i socialisti tornarono al governo e nel 1983 ne assunsero la presidenza, con Craxi.
Craxi cambiò la cultura e la base sociale del partito, aprendolo alla nuova esplosione di consumismo. Secondo la ricostruzione di Micheli (sostenuta facendo riferimento a fatti precisi), questo provocò dissensi tra i militanti, particolarmente in Trentino.
Il 19 luglio 1985 a Stava una colata di fango, dovuta al crollo dei bacini di discarica di una miniera, provocò 268 morti.
I socialisti, che dal 1968 in Provincia stavano all’opposizione, decisero di rientrare in Giunta, con l’assessorato all’ambiente, alle foreste e al territorio assegnato proprio a Micheli.
Il PSI si sciolse nel 1994 in seguito all’inchiesta “Mani pulite”, ma nessun esponente trentino è stato condannato.
Ora Micheli fa parte di Costruire comunità.
P.S.: Walter Micheli ha ricordato l’approvazione del primo PUP in un articolo pubblicato sul “l’Adige” e riportato da portobeseno nel suo blog: Il nostro paesaggio aggredito - Quarant'anni dal Pup