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Come dimostra Un'invenzione si tratta di scoperte che non riguardano solo i videogiochi.
L’invenzione della PubCompany di Padova.
Gaiba: «Cuffia magica per le onde cerebrali»
G.V. - Corriere del Veneto
27 ottobre 2009
Non c'è un blog, non c'è un sito internet, non c'è un programma teletrashivo, non c'è una manifestazione, un incontro, un evento culturale, un partito, un giornale, un'associazione... che tra i contatti non metta il suo impersonalissimo indirizzo facebook.
Quasi che uno debba sentirsi tagliato fuori se non ha il suo bel faccione in rete aggiornando quotidianamente avatar e profile per far sapere al globo intero cosa sta facendo in ogni istante.
E così, uno che ancora non è caduto nelle fauci del demone facebook può sentirsi spinto ad iscriversi solo perchè interessato alla pagina di qualcuno dei soggetti scritti sopra. Di lì la dipendenza totale fino alla perdizione più completa.
No! Se c'è qualcuno che legge queste deliranti righe e ancora sia vergine da facebook, tenga duro, non cada anche lui nel tunnel senza ritorno. L'alienazione informatica è già pesante di suo, non lasciamo che ci divori completamente.
Non so perchè ma leggendo qui ho pensato che.
Ritengo l'economia e l'impresa due componenti fondamentali, come direbbe un mio caro amico "ci riempono la pancia, non lamentiamoci", tuttavia mi sforzo sempre di coltivare una visione della società, e se vogliamo della vita, che ponga al centro l'individuo in quanto tale, in quanto uomo.
Quando leggo l'espressione capitale umano, magari accompagnata come in questo caso dalla parola competitività, una certa malinconia mi coglie: ci si sente semplici ingranaggi di un sistema più grande di noi, che in un qualche modo con i nostri studi andremo ad alimentare e sostenere. Non che ciò sia un male, il lavoro è attività nobile e necessaria, è solo che ho come l'impressione che ci si stia dimenticando sempre di più dell'anima delle persone e delle loro esigenze più semplici, come il bisogno di socializzare, esprimersi, confrontarsi, realizzarsi come individui, amarsi, comprendere e comprendersi. Di questa tensione, di questa esigenza di oltrepassare le barriere dei bisogni materiali (dei quali si fa carico l'economia, in modo scomposto ed ingiusto, se vogliamo) mi sembra che nessuna istituzione statale se ne faccia carico: nessuno sembra curarsi della fame prodotta dal proprio spirito, un corispettivo laico dell'isituzione della Chiesa non esiste e ciò mi ha sempre lasciato perplesso. Partendo dall'ipotesi che uno Stato debba farsi carico dei bisogni e delle esigenze dei propri cittadini, per poterli soddisfare e realizzare, mi sembra di notare una certa falle ed uno sbilanciamento che indirizza ogni sforzo verso il soddisfacimento di bisogni puramente materiali e pratici, relegando i problemi dell'animo ad istituzioni verso le quali gli stessi cittadini provano un certo senso di vergogna, se utilizzate. Una persona che trova il coraggio di affrontare le proprie giornate grazie alla fede e alla parole di un prete non è posta sullo stesso piano di chi, quella stessa forza, la ricerca recandosi in un centro di ascolto o si affida alla consulenza psicologica: in questo caso, agli occhi delle persone, si viene categorizzati con l'etichetta popolare di matto, depresso, afflitto. Nell'altro caso, quello del credente, l'etichetta è di persona di fede, religiosa, etichette molto più acettate (probabilmente ciò è dovuto al fatto che sono in circolo da 2000 anni) e sotto certi punti di vista, etichette intoccabili, sacre. Per ricollegarmi al post sulle passate elezioni provinciali, e volendo incrementare le mie riflessioni (sempre, fino alla nausea, trasversali) il mio senso di perplessità e di alienazione verso il mondo politico credo che in buona parte nasca proprio dalla totale mancanza di una componente spirituale, introspettiva, da leggersi non in termini religiosi bensì come esigenza primaria da soddisfare, al pari del bisogno di trovare un lavoro o del diritto allo studio. In nessuno dei programmi da me letti compare un'indicazione relativa a queste tematiche, il cui soddisfacimento può passare attravesro l'istituzione di centri di ritrovo collettivi, centri sociali, moderne agorà, punti di acolto, ritrovi settimanali organizzati dal comune, focus group, o una semplice birra al bar con annessa discussione. Nessuno sembra volersi fare carico del disagio esistenziale, che accompagna ognuno di noi e che è parte di ognuno di noi, ma che va taciuto e nascoto; un disagio che la moda della felicità e della spensieratezza e della pazzia sociale (mi riferisco alla moltitudine di miei coetanei che si descrivono come "pazzi" e quando devono caricare le foto del mare su facebook creano la cartella "pazzi al mare"), che non contemplano la riflessione e la normalità, che vogliono a tutti i costi estirpare il senso di solitudine (che secondo, in piccole dosi, è pure una sensazione costruttiva e rafforzativa, se accompagnata da momenti di confronto) ritengono negativo e nocivo. Sono altresì convinto che agli occhi dei più queste quattro righe appariranno come lo sfogo di un depresso, aggettivo usato ed abusato, diffusissimo nella nostra cultura basata sul marketing delle emozioni e degli atteggiamenti, dove gli unici che veramente valgono e che ognuno, più o meno inconsciamente insegue, sono quelli necessari alla costruzione di un'immagine di se robusta, forte, vincente, pratica e un pò arrogante. Mi ritorna in mente la frase di una persona che ho sentito in piena campagna elettorale PD: "l'importante sono i soldi, il bere e la figa. quando hai quelli hai tutto". A me piace pensare che per soldi si intenda un buon lavoro, per bere dei bei momenti di svago e per figa una compagna da amare: tre componenti sicuramente essenziali, che forse non costituiscono da sole la totalità delle esigenze di una persone ma che comunque rappresentano una solida base. Tuttavia, qualcosa continua a sfuggirmi nonostante mi stia rendendo conto che con l'avanzare degli anni, vuoi per la naturale perdita di neuroni alla quale in nostro sistema nervoso centrale va inevitabilmente incontro, una certa serenità sembra avvolgermi lentamente. O forse mi sto solamente convincendo che alla fine, dopo tutto, possono andare benissimo tutti quanti in mona?

La rivista «Atlantic» contro la Rete: riduce la capacità di lettura
NEW YORK — «Ho la sensazione che Internet stia frantumando la mia capacità di concentrazione e di osservazione. La mia mente si sta abituando a raccogliere informazioni nello stesso modo in cui la rete le distribuisce: un flusso di particelle che si muovono a grande velocità. Una volta mi sentivo come un subacqueo che si immerge nel mare delle parole. Ora schizzo sulla superficie come un ragazzino su un acquascooter ». Sull’ultimo numero di The Atlantic, il mensile culturale più letto dalle elite progressiste Usa, Nicholas Carr—ex direttore della Harvard Business Review—confessa di temere che la civiltà del «web» stia condizionando negativamente i nostri meccanismi mentali. Incide sul modo di leggere, di selezionare, di memorizzare. Ma, soprattutto, demolisce la capacità di concentrazione.
Carr deve aver toccato un nervo scoperto perché l’articolo— complice la scelta di farne il servizio di copertina con un titolo scioccante («Is Google making us Stoopid?», «Google ci rende stupidi? ») — ha raccolto molti consensi: «È vero, immersi come siamo nel "multitasking mentale" appena ci sediamo per leggere un documento di qualche pagina o un libro, ci sentiamo a disagio dopo pochi paragrafi. Voltiamo pagina e siamo già pronti per un link», concorda l’intellettuale britannico Andrew Sullivan, un conservatore libertario, anch’egli collaboratore dell’Atlantic. E sui giornali del gruppo Tribune, il premio Pulitzer Leonard Pitts esulta: «Leggo l’Atlantic e scopro di non essere il solo che sta perdendo l’abitudine alla lettura. Ormai riesco a digerire la scrittura solo a piccoli blocchi. Datemi un testo di più pagine e vengo subito assalito dal desiderio incontenibile di controllare la mia posta elettronica. È tutto così dispersivo. Eppure vedo meno tv e sono meno indaffarato di dieci anni fa. Giorni fa mi hanno dato da recensire un libro. Avevo pochissimo tempo per leggerlo. È stata una fatica tremenda. Mi sono imposto di restare per ore su una sedia scomodissima. Ce l’ho fatta, ma alla fine avevo una sensazione di vuoto, di colpa per essermi allontanato per tanto tempo dal mondo».
Carr non è certo un luddista, un nemico del progresso e della tecnologia. È un esperto di comunicazione che scrive libri sulla nuova civiltà digitale (l’ultimo, «The Big Switch: Rewiring the World» è uscito in America pochi mesi fa) ma è anche un attivissimo «blogger». Consapevole di attaccare un totem, Carr ha scelto i toni della riflessione a voce alta. Ha raccontato i suoi dubbi, i colloqui con persone che vivono i suoi stessi disagi. E ha messo le mani avanti: «Sono sensazioni, non pretendo di illustrare una verità scientifica. Del resto anche nel XV secolo Gutenberg fu messo sotto accusa da chi riteneva che la stampa avrebbe avuto un impatto disastroso sulla struttura sociale. Quindi farete bene ad essere scettici del mio scetticismo». Ma la sensazione che la civiltà di Internet stia portando con sé—sul piano culturale— effetti collaterali indesiderati e difficili da monitorare, è sempre più diffusa. Carr non è certo il primo a occuparsene: Google è da tempo sotto tiro per la sua pretesa di organizzare «tutta la conoscenza del mondo» e per la potenza di un motore di ricerca che riesce a memorizzare tutte le risposte date nei dieci anni della sua esistenza.
Il gigante californiano della rete promette che userà questi dati solo per migliorare il servizio reso agli utenti, ma ormai è lui, non più Microsoft, il «grande fratello » dell’immaginario collettivo. Potesse tornare indietro, il cofondatore della società, Sergey Brin, forse eviterebbe battute infelici come quella su un futuro nel quale la gente andrà in giro con un microchip di Google impiantato nel cervello. Del resto i problemi che nascono dalla gestione dell’enorme flusso di informazioni che circolano in rete sta diventando un problema anche per le aziende che sono le assolute protagoniste di Internet. Giorni fa il New York Times raccontava gli incubi di Microsoft, Google, Intel e Ibm alle prese con la bestia che si sono cresciuti in casa: l’enorme flusso di e-mail che riduce la produttività dei dipendenti. La riflessione di Carr sull’alterazione di meccanismi della nostra mente è meno «aneddotica» di quello che può apparire. Carr azzarda un parallelo tra l’impatto del «taylorismo», che un secolo fa parcellizzò i processi industriali rendendoli più rapidi, e quanto accade oggi nel mondo digitale dominato da Google. E, comunque, dietro le sue ipotesi ci sono studi «quantitativi» seri come quello dello University College di Londra, mentre qualche mese fa anche la neuroscienziata cognitiva Maryanne Wolf, direttrice del centro per la lettura e il linguaggio della Tufts University di Boston, aveva lanciato un allarme analogo nel saggio «Reading Brain».
Massimo Gaggi
17 giugno 2008
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Leonardo da Vinci, Albert Einstein, Thomas Edison: uno faceva errori di ortografia, l' altro non parlò fino ai tre anni, Edison leggeva con fatica tanto che non poté frequentare la scuola. A leggere si impara, ma non è scontato perché il cervello dell' uomo non è fatto per leggere, qualcuno ci riuscirà, qualcun altro no o non subito. Leggere è arte recente che l' uomo s' è inventato 6000 anni fa non di più e così il cervello s' è dovuto adattare a fare qualcosa che non s' era mai fatto prima. Ma per farlo si devono creare nuove connessioni tra neuroni e con le diverse strutture del cervello. In questo modo si passa da un cervello fatto soprattutto per parlare a un «cervello capace di leggere» ma ci vuole tempo ed educazione e ci si deve allenare. E prima di dire che un bambino è dislessico bisogna essere certi che abbia avuto tutte le opportunità di imparare. Il «cervello capace di leggere» comincia a svilupparsi con qualcuno che ti legge una storia dal primo ai cinque anni di vita come dimostra Maryanne Wolf, neuroscienziata della Tufts University di Boston nel nuovo libro «Proust e il calamaro».
(…)
Leggere i geroglifici dell' Egitto o i caratteri cinesi attiva delle aree diverse da quelle che si usano per leggere il greco o l' inglese ed è vero il contrario. Tanto che quando i cinesi provano a leggere in inglese il loro cervello all' inizio utilizza gli stessi percorsi neuronali fatti per leggere il cinese. Ma non funziona, e così col tempo il cervello trova altre strade e utilizza per l' inglese gli stessi circuiti che utilizziamo noi.
(…)
Socrate pensava che leggere e scrivere fossero attività che «denigravano l'intelletto». Lui considerava «vivo» solo il linguaggio parlato. Quella scritta per Socrate è lingua «morta» ed era un modo per perdere il bisogno di ricordare, «è scritto, è lì, non c' è bisogno di impararlo a memoria per trasmetterlo agli altri». Ma così la società si impoverisce pensava Socrate, che chiedeva ai suoi allievi di contribuire col ricordare alla memoria collettiva. Un po' aveva ragione. A noi si chiede di mandare a memoria molto meno che ai greci, ma anche molto meno che ai nostri nonni. E cosa succederà ai nostri figli a cui si chiederà di ricordare ancora meno? Oggi i ragazzi si parlano per sms, e noi e loro si dialoga per email. Non c'è più bisogno di scrivere, ci sono macchine che leggono e traducono per noi. E il cervello evolve con connessioni di nuovo diverse col rischio che chi si affida a internet fin dai primi anni di vita non riesca più a pensare da solo. Si potrebbe arrivare a un cervello digitale senza che ci sia stato il tempo di imparare a leggere, a organizzare, e interiorizzare il linguaggio, a prendere coscienza di sé (e coscienza della coscienza di sé). Ragazzi che si destreggiano benissimo con una quantità di informazioni che gli arrivano «online» ancor prima di aver avuto tempo di sviluppare un «cervello capace di leggere». Potrebbero avere una falsa percezione del conoscere e Maryanne Wolf nel suo libro fa capire che sarebbe un pericolo. Ma non è detto che sia così, in fondo è la stessa preoccupazione di Socrate di 2000 anni fa.
(...)
Certo, perché i ragazzi possano continuare ad avere un cervello «capace di leggere» nell'era digitale glielo si dovrà insegnare, come si è fatto con i bambini dislessici. Leonardo se l'è cavata da solo, con fatica. «Diranno - scriveva - che essendo senza lettere non potrò farmi capire». S' è fatto capire, eccome. Ci ha lasciato anche progetti per macchine mai costruite, un po' perché la sua mente era più avanti della tecnica, un po' perché fare tanti progetti e non realizzarli è tipico di chi soffre di deficit di attenzione.
L’articolo è integralmente disponibile premendo qui
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