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Mi hanno detto che tra i minorenni scatenati contro il “servizio d’ordine” che non li lasciava entrare alla Festa di Mesiano le più scatenate erano le ragazze.

Il disagio delle ragazze, e la perdita del sapere femminile
di Claudio Risé
Nel malessere giovanile colpisce il crescente disagio delle ragazze. I ragazzi sono più abituati al male, alla sofferenza. Ferdinando Camon (e anch’io) lo ritiene un tratto tipico del maschile, e ricorda che non a caso in francese male (mal), e maschio (mâle), si pronunciano allo stesso modo.
I “teddy boys” fanno parte dell’iconografia dei guai dei giovani maschi: ci sono sempre stati, e gli angeli hanno sempre dovuto darsi molto daffare per salvare i ragazzi da quel tipo di situazioni. Il “branco” al femminile è più nuovo, e fa più impressione. Così come il tasso di incremento nel consumo di ogni droga da parte delle donne, oggi più alto che fra gli uomini; e come il fatto che, proporzionalmente, siano più le ragazze che bevono fino a star male rispetto ai maschi, che smettono prima.
Le tre ragazzine che, qualche giorno fa a Quarto Oggiaro (Milano), hanno picchiato a sangue una quarta che voleva uscire dal gruppo e cambiare vita, e si sono fermate solo quando tre maschi le hanno bloccate e (con grande fatica) sono riusciti a dividerle, stanno molto male e vanno incontro a probabili grossi guai. Come loro ce ne sono però migliaia, in tutta Italia, di cui i giornali neppure parlano. Protagoniste di violenze multiple, in genere ai danni di altre ragazze o donne (che non denunciano per paura e sorpresa), coperte dall’omertà, dall’indifferenza, e dallo sfascio dei tessuti di relazione dei quartieri e dei gruppi.
Il femminile paga caro, probabilmente molto di più del maschile, la poca naturalità, e quindi umanità, del malessere della società postmoderna. Le ragazze la pagano cara proprio perché il sapere femminile è il grande depositario, più di quello maschile (che è più “culturale”, per sua vocazione e disposizione), del sapere “naturale”. Quindi del grande valore del corpo, proprio e altrui, sede della vita (che l’uomo mette a rischio con più facilità), e della relazione, del legame affettivo. Il valore del sentimento.
Questa rete affettiva, di protezione e conservazione della vita e dei suoi legami, è la sede del genio femminile, e la condizione del benessere delle donne (e di tutti). Ecco perché le ragazze che mettono a rischio il proprio corpo e quello delle altre, perse in una spirale di violenza sadomasochista, e quelle che rompono, con violenze, ricatti, intimidazioni, la rete affettiva che regge dal profondo ogni legame e costruzione sociale rappresentano l’apice della crisi del femminile e della stessa vita, che al femminile è strettamente legata.
Nessuno sembra rendersene conto, gli episodi sono relegati alla cronaca minuta, al massimo ottengono qualche considerazione di costume. Mentre invece queste storie ci raccontano il lacerarsi, assieme al sapere femminile, della stessa trama della vita individuale e collettiva.
Anche l’uomo, che si ritrova in questo frullatore quando la figlia gli ride in faccia se lui chiede dove sia stata o quando la moglie lo abbandona, non riesce a vedere il fenomeno complessivo, portando un suo contributo educativo e ideativo, ma riduce tutto al suo caso personale, che lo fa sentire eroe (anche se del nulla).
Abbiamo tutti bisogno di un cuore di carne, al posto di quello di pietra che ci ritroviamo.
http://claudiorise.blogsome.com
| NEVE 14 NEVE GIUGNO NEVE 2008 |
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Copia e incolla di un'email che ci è stata spedita ieri.
Ciao, ho scritto un articolo in merito a un fatto accaduto durante la festa
universitaria di mesiano.
Sto cercando di dargli un po di visibilità, purtroppo
non posso firmare il pezzo perchè i miei genitori non
sanno ancora della mia
omosessualità.
Nella speranza che venga pubblicato, intanto vi ringrazio per la
pazienza.
Omofobia alla festa di Mesiano
Il 31 maggio 2008 si è tenuta la ormai classica festa universitaria
di Mesiano,
moltissimi sono stati i giovani partecipanti e, per il primo anno,
ho deciso anch'io di prendere parte a quest'iniziativa.
Il pomeriggio ho
assistito al concerto di un gruppo esibitosi sul palco centrale: lo speaker per
incitare la folla a scatenarsi
grida al microfono: " chi non salta è frocioooo
"
e subito sale dentro di me una rabbia che cade subito in dispiacere. Perché?
perché non rido come lui?
Perchè sono un ragazzo gay che studia ingegneria ed
ero lì alla festa con il mio ragazzo ed altri amici gay.
Nel sentire la frase
ci siamo guardati negli occhi: era inevitabile non leggere l'amarezza per lo
slogan utilizzato e pensare a quanto
sia radicato il luogo comune di deridere e
offendere chi appartiene ad un'altra sfera sessuale.
Subito per compensare lo
sconforto e l'imbarazzo, quasi automaticamente dico con un'amara ironia
"guardiamo chi non salta", accennando un sorriso.
Dentro però la delusione era
grande.
E pensare che solo pochi giorni fa c'è stata la giornata mondiale
contro l'omofobia che ovviamente i media non menzionano.
la gente non sa che il
10% della popolazione è omosessuale e se ne frega, probabilmente pensando agli
omosessuali come delle persone perverse
a causa degli stereotipi che ogni
giorno ci vengono inculcati.
Perchè il cantante non ha detto: "chi non salta è
un ebreo" oppure " chi non salta è un negro" ?
No quello non si può più dire
(per fortuna), allora meglio continuare con i froci.
Il nostro bel Trentino,
sempre avanti ad altre regioni in termini di leggi, infrastrutture e altro,
purtroppo è razzista.


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