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domenica, 05 luglio 2009

Lo shopping dello sperma

In Italia la fecondazione assistita è regolamentata da una legge generalmente considerata restrittiva: la 40/2004. Nel 2005 si tenne un referendum (con 4 quesiti distinti), fallito per il mancato raggiungimento del quorum (lontanissimo). Il dibattito, per quello che mi  ricordo, riguardò poco il merito e molto i grandi principi: la libertà e la vita. E gli avversari diventarono, automaticamente, nient’altro che nemici di tali principi.  Forse se non si è entrati molto nel merito è anche per la difficoltà del tema e per l’interesse degli astensionisti a dare poca visibilità al referendum. Ma si è persa anche l’occasione di un confronto culturale: si sarebbero potuti affrontare i problemi che la “tecnologizzazione” della vita - anche dell’inizio della vita - pone. Si poteva discutere il nesso tra procreazione assistita e consumismo. Si potevano approfondire e forse -perché no?- mettere in discussione le nostre idee di libertà e di diritti.
Ci sarebbe voluto un Pasolini, che rispetto all’aborto questi discorsi li aveva fatti (Cuore , Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti  ).
O un Alexander Langer.

Riporto un articolo di Vittorio Zucconi sulla situazione statunitense, pubblicato su la Repubblica delle Donne del 20 giugno scorso.
L'ho letto grazie a un blog: http://www.ilcavalierdelamancia.splinder.com/post/20898899


da http://dweb.repubblica.it/dweb/2009/06/20/idee/idee/022nba65122.html

Mamme all'assalto dei laboratori per l'inseminazione
di Vittorio Zucconi

Nella pentola che fuma vapori di azoto, sotto lo sguardo di aspiranti mamme intente a fare lo shopping di padri che non vedranno mai, bolle molto più del tenero sogno di avere un bambino. La follia incontenibile dei costi universitari, e dei guadagni astronomici prodotti dallo sport, spinge queste donne alla ricerca del futuro atleta che non sia soltanto sano, intelligente, equilibrato, ma che possa pagarsi la spesa di una laurea correndo, saltando, nuotando, colpendo e lanciando palloni. E poi mantenere la mamma in vecchiaia. I laboratori segnalano da tutto il territorio americano che la nuova frontiera della inseminazione artificiale non è più soltanto il banale "alto, biondo con gli occhi azzurri" che l'era Obama ha reso obsoleto. Le donne che cercano il "designer's baby" richiedono sempre figli di uomini con speciali caratteristiche atletiche. Come i talent scout delle squadre, che ormai "battono" anche le elementari (in Florida si segnalano da tempo casi di bambini di 10 e 11 anni già messi sotto contratto da agenti sportivi) così queste aspiranti mamme pretendono che in quegli spermatozoi surgelati guizzi un futuro asso. È l'incubo della retta universitaria a spingere queste donne allo shopping dello sperma. Una laurea quadriennale costa al minimo, nei 300 colleges e università al top (degli oltre tremila istituti che le offrono), più di 200mila dollari solo di spese certe. Una somma che i guadagni medi negli Stati Uniti, attorno ai 50mila dollari l'anno per famiglia, rendono proibitiva anche ai figli unici e impossibile per le famiglie numerose. La "athletic scholarship", borsa quadriennale per chi sappia praticare uno sport e così garantisca a quel college il prestigio, e soprattutto i diritti televisivi, è riservata a chi eccelle nel basket, nel football, in atletica, nel baseball. Una vera chiave d'oro. Solo per il football universitario, le principali università offrono fino a 63 borse di studio per squadra. Ma occorre essere magnifici esemplari umani, e le future madri lo sanno. Scorrendo le "offerte speciali" di sperma nei siti dei principali laboratori, come il più antico e ben fornito, Cryolab, si vede che le specifiche del prodotto ormai tendono sempre meno a descrivere donatori con grandi doti musicali o buon carattere, esaltando invece il curriculum atletico. Se l'ex proprietario degli spermatozoi si segnala in qualche specialità atletica, la sua proposta volerà subito fuori dal pentolone di azoto liquido. "Potessimo avere qualche famoso campione nelle nostre scorte, ci sarebbe la fila delle clienti fuori dalla porta", dice il direttore di Cryolab a una rete televisiva, la Hbo, sospirando perché questi magnifici stalloni sembrano preferire metodi più tradizionali, seppure involontari, di fecondazione. Scoprendo, come accade ogni anno ai più babbei, di aver messo al mondo decine di pargoli, dopo essere stati rassicurati dalle compagne di una sera che non correvano rischi di paternità. Naturalmente, nessuna brochure e nessun precedente paterno garantiscono nulla. La probabilità, per un atleta dilettante, di finire in un club di prima serie sono, soltanto nel football, una su centomila, una lotteria. Neppure nell'allevamento dei purosangue da corsa la riproduzione di un campione è una scienza esatta, e per noi umani le variabili psicologiche, ambientali, personali sono troppo grandi perché ogni ragazzo alto due metri divenga un fuoriclasse e ogni ragazza piè veloce entri nella staffetta olimpica. Ma il sogno della scorciatoia sportiva per il successo affascina e attira, come le calamite della celebrità televisiva per le belle ragazze, e il seme del campione sembra la scommessa migliore, anche soltanto per ottenere un titolo di studio. Ai tappetti, ai bruttini, ai lenti, agli imbranati, resterà soltanto la strada che il vecchio Rockefeller, quello della Standard Oil, indicava, quando avvertiva che "al mondo serve anche gente che scavi trincee nelle strade". Con cinque nipotini americani, tutti malinconicamente nella media della statura e del peso per la loro età, comincerò a collezionare zappe e vanghe per la loro eredità.


P.S.
Non intendo sostenere che i quesiti avrebbero portato a una situazione analoga a quella statunitense (anche se con il successo del quesito che intendeva permettere la fecondazione eterologa il problema di come si sceglie il donatore si sarebbe posto): io stesso a due quesiti ho votato SI e non avrebbe senso polemizzare con un referendum che è fallito miseramente ormai 4 anni fa. Voglio porre un problema.
postato da: GinoCerutti alle ore 19:05 | link | commenti (1)
categorie: cultura, politica italiana, bioetica

mercoledì, 13 maggio 2009

Incontro: la bioetica e la vita incosciente

Giovedì  21 maggio 2009 - ore 17.00

Quando la vita diventa incosciente
Il coma e  lo stato vegetativo


Liceo socio-psicopedagogico F. Filzi, Aula magna
corso Rosmini, 61

In collaborazione con l'Associazione "Amici di Simone" e il Liceo

Intervengono:
Alberto Bondolfi, bioeticista (Università di Losanna)
Gloria Valenti, presidente Associazione "Amici di Simone"
Coordina: Paolo Marangon, insegnante, storico (FBK)

postato da: GinoCerutti alle ore 09:47 | link | commenti
categorie: incontri, bioetica, iniziative

giovedì, 07 maggio 2009

Cos'è vita umana?

OGGI, Giovedì  7 maggio 2009 - ore 17.30

Cos'è vita umana?
Aspetti etici, giuridici, medici e teologici
a confronto

Rovereto - Trade Center (ex ASM)
Sala Spagnoli - via Manzoni, angolo via Prati
 


Intervengono:
Alberto Bondolfi, bioeticista (Università di Losanna)
Carlo Casonato, giurista (Università di Trento)
Loreta Rocchetti, medico e presidente CESP (Università di Trento)
Mario Pangallo, teologo (Padre Rosminiano)
Coordina: Lucia Galvagni, bioeticista (FBK)

postato da: GinoCerutti alle ore 11:10 | link | commenti (3)
categorie: incontri, bioetica, iniziative, conferenze

martedì, 14 aprile 2009

I limiti della vita: nascere e morire

Giovedì 16 aprile ore 20.30
Rovereto
Sala degli Specchi di casa Rosmini (corso Rosmini 28)

I limiti della vita: nascere e morire

Serata con
Alberto Bondolfi bioeticista
Michele Dossi insegnante, autore di "Il Santo proibito"

Promosso dalla Biblioteca Rosminiana in collaborazione con il Comune di Rovereto, il Dipartimento di filosofia, storia e beni culturali dell'Università di Trento, l'Azienda provinciale per i servizi sanitari, l'Associazione "Amici di Simone" e il Liceo socio psico-pedagogico "F. Filzi" di Rovereto.

Dialoghi di Frontiera 2009
Tre incontri (dal 16/4 al 21/5) che affrontano alcune tematiche "di confine" relative all'inizio e alla fine della vita umana (fecondazione, eugenetica, fine vita, testamento biologico...) nella prospettiva di un dialogo tra impostazioni culturali, etiche e religiose disposte al confronto e all'ascolto. Si tratta della prima edizione dei "Dialoghi di frontiera" ispirati al modello di razionalità dialogica proposto da Antonio Rosmini.

 Info: rosminiana [at] biblio.infotn.it

postato da: GinoCerutti alle ore 09:55 | link | commenti (4)
categorie: incontri, bioetica, iniziative, conferenze, notizie roveretane

venerdì, 21 novembre 2008

Davanti ai limiti della vita

Di fronte a certi drammi fatico a trovare parole mie.
Credo però che per capirli almeno un poco possa essere utile confrontarsi con scritti come quelli che seguono, anche perché presentano punti di vista tra di loro differenti.
Per questioni di spazio, ho riportato i testi in forma accorciata. Ai link indicati sono disponili in forma completa.


Caso Eluana: il coro taccia
di Piergiorgio Cattani - 13 luglio 2008, Il Trentino

Nelle tragedie greche spesso il coro che accompagna i personaggi principali sulla scena rappresenta la città e i sentimenti del popolo. In questi casi il coro non prende parte all'azione ma svolge quasi un ruolo di commento capace di sottolineare, a volte attraverso il lamento, la difficoltà della situazione. Il coro osserva, si divide, ma non può sbrogliare la matassa che si dipana davanti ai suoi occhi. Sono i pochi personaggi che devono affrontare la tragedia, il destino avverso, il fato che, secondo la mentalità greca antica, si abbatte inesorabile sugli uomini. Così accade anche a noi, a quel coro che oggi si chiama opinione pubblica, dinanzi alla vicenda di Eluana Englaro (..).
I personaggi della tragedia ci sono. Innanzitutto lei, Eluana, presenza muta, che non può essere identificata con il suo corpo che respira autonomamente, in forza della sua giovane età, ma che vive grazie al progresso tecnologico. Poi il padre, forse il vero protagonista, che da anni lotta per fare "la volontà di Eluana" che mai, secondo varie testimonianze, avrebbe voluto ritrovarsi in questa situazione. Il padre vuole che sua figlia sia  lasciata morire e per questo si scontra con un altro personaggio: la legge, rappresentata dai tribunali, dalle sentenze, dai giudici, dai ricorsi, che in questo lungo lasso di tempo hanno fatto quasi una danza macabra intorno alla povera ragazza. Poi ci sono i medici e le suore-infermiere che sicuramente con amore curano Eluana. Sopra tutti questi personaggi aleggia un clima pietoso ma plumbeo, in cui ogni scelta diventa eticamente impossibile, in cui la vita non è vita e la morte non è ancora morte, in cui il traguardo positivo resta solamente far terminare un'esistenza diventata una lunga, lunghissima, inconcepibile agonia.
Di fronte a loro ecco il coro, dissonante e diviso al proprio interno, tra le immediate e veementi prese di posizione cattoliche (che oscillano tra i giudizi ultimativi e senza compassione di alcuni giornali e di commissioni  e associazioni, e il dissenso pensoso e misericordioso del cardinale di Milano) e gli altrettanto certissimi commenti di parte laica che a volte sfociano in un giubilo malcelato e sicuramente fuori luogo. Forse un po' di silenzio da tutte le parti sarebbe auspicabile, di fronte a una situazione che non può essere risolta obbedendo a qualche legge etica o religiosa. No, come avevano intuito i greci, di fronte alla tragedia l'etica salta, l'uomo è solo, la religione entra in conflitto con il diritto e viceversa, la città si divide, la politica è impotente, anche Dio può aiutarci molto poco.
(…)
da www.piergiorgiocattani.it/Documents/caso eluana.pdf


Io, come Eluana, vi prego di tacere
di Marina Garaventa - 18 luglio 2008, la Stampa

Caro Direttore,
(…)
Parliamoci chiaro: i malati come me, come Welby ed Eluana, sono già morti! Sono morti il giorno in cui il loro corpo ha «deciso» di smettere di funzionare e hanno ricevuto dalla tecnologia, che io ringrazio sentitamente, l'abbuono, il regalo di un prolungamento dell'esistenza. Ma come tutti i regali, anche questo vuol essere contraccambiato con merce altrettanto preziosa: una sofferenza fisica e morale che solo una grande forza di volontà può sopportare. Nel momento in cui il gioco non vale più la candela il paziente deve poter decidere quando e come staccare la spina. Lo Stato deve garantire la miglior vita possibile a questi malati, tramite assistenza, supporti tecnologici e contributi ma non può arrogarsi il diritto di decidere della loro vita sulla base di astratti principi etici, molto validi per chi sta col culo su un bel salotto, ma che diventano assai stucchevoli quando si sta nel piscio. Eluana non può più decidere ma chi le è stato vicino, nella gioia e nella sofferenza, chi l'ha conosciuta e amata non può dunque decidere per lei, mentre possono farlo persone che, fino a ieri, non sapevano neppure che esistesse?
(…)
da www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4786


“25 neurologi a favore di Eluana Englaro”
Primo firmatario: prof. Gian Luigi Gigli - 29 luglio 2008
(…)
Non è un malato in coma, né un malato terminale, ma un grave disabile che richiede solo un'accurata assistenza di base, analogamente a quanto avviene in molte altre situazioni di lesioni gravi di alcune parti del cervello che limitano la capacità di comunicazione e di auto-sostentamento.
La nutrizione e l'idratazione del paziente, per quanto assistite, non sono assimilabili a una terapia medica, ma costituiscono da sempre gli elementi fondamentali dell'assistenza, proprio perché indispensabili per ogni persona umana, sana o malata. La cannula attraverso cui la nutrizione viene fornita non altera tale elementare verità, essendo al massimo assimilabile ad una protesi o ad un ausilio.
(…)
Dal punto di vista neurologico, il paziente in stato vegetativo non è in morte cerebrale, perché il suo cervello, in maniera più o meno imperfetta, non ha mai smesso di funzionare, respira spontaneamente, continua a produrre ormoni che regolano molte delle sue funzioni, digerisce, assimila i nutrienti.
Non è neanche in coma, perché ha un ciclo relativamente conservato di veglia e di sonno, riesce a muoversi anche se non a camminare o stare in piedi, ed in una qualche misura (a noi ancora ampiamente sconosciuta, ma che le più recenti metodiche di analisi della funzione cerebrale stanno portando alla luce) ha una sua - per quanto grossolana - modalità di percezione.
E' infatti utile ricordare che studi recenti di imaging funzionale e di neurofisiologia clinica dimostrano con chiarezza che in alcuni di tali pazienti è possibile evocare risposte che testimoniano di una residua possibilità, più o meno elementare, di percepire impulsi dall'ambiente con susseguente analisi e discriminazione delle informazioni. In ogni caso, allo stato attuale delle conoscenze, le esatte basi anatomiche e fisiologiche della coscienza non sono conosciute, mentre sono sempre maggiori le evidenze che collocano i processi della coscienza anche in sedi del sistema nervoso centrale diverse dalla corteccia cerebrale (principale sede di danno nello stato vegetativo). Non vi è certezza assoluta neanche sul fatto che il paziente in stato vegetativo non possa provare qualche forma di sofferenza e la stessa sentenza dei giudici di Milano si preoccupa che alla Englaro vengano somministrati sedativi durante il processo di morte per disidratazione.
(…)
Infine, riteniamo disumano il modo proposto di mettere a morte la paziente, attraverso il digiuno e la sete, in una lenta agonia che porterà alla morte attraverso la lenta devastazione di tutto l'organismo.
(...)
da http://www.farmaciadellastazione.com/rassegna-stampa-medico-farmaceutico/news-farmaceutiche/25-neurologi-a-favore-di-eluana-englaro.html


Eluana e i miei “non so”

di Claudio Ughetto - 20 novembre 2008, Centro Studi Opifìce
(…)
L’unico “laicismo” permesso, in questo paese, è quello che soddisfa le conclusioni aprioristiche di coloro che il laicismo pensano di detenerlo; d’altra parte, qualsiasi opinione (per quanto “laica”) che non soddisfa il laicismo più dogmatico è per forza intesa come un’adesione implicita alle ingerenze clericali negli affari di Stato. Eppure, ripeto, io non so rispondere e non so se ammirare o compatire chi ha risposte così sicure. Ho dei dubbi. Non sono monoteista, forse neppure religioso come s’intende oggigiorno, tuttavia pensando a questo dibattito mi viene in mente un celebre proverbio ebraico: “Quando l’uomo pensa, Dio ride”. Ride amaro, in questo caso, nella sua suprema indifferenza. Ride persino dei cardinali che difendono la vita in suo nome. E altrettanto ride della prosopopea giornalistica e televisiva che i laicisti matricolati inscenano ogni giorno in nome della povera Eluana: disgustosa paccottiglia sentimentalista, degna delle peggiori soap operas, creata ad hoc per strumentalizzare l’opinione pubblica e ogni forma di libero pensiero. Tuttologi da salotto pronti a parlare di vita e di morte con invidiabile sicumera; intellettuali rispettabili dalla risposta prefabbricata: “Io non so, non ho la competenza, ma so che Veronesi ha detto che… quindi io la penso come Veronesi” (..).
Eluana dov’è in tutto questo, di là della legittima afflizione e partecipazione di suo padre? Sono tanti i motivi che mi fanno dire non so, e nient’altro, e in questo non riesco a coglierci alcun atteggiamento pilatesco. Io non sono un cardinale, né un affiliato al Movimento per la vita, di quelli che hanno già trasformato il corpo di questa ragazza in uno strumento di lotta politica per attaccare magari le scelte del governo spagnolo e fare di Zapatero una sorta di neoanticristo. Ma neppure sono Veronesi: non so dove comincia e finisce la vita. Non sono un giudice: non so se un parere espresso da una ragazza 20 anni fa sull’eutanasia, quand’era cosciente, è lo stesso che gli altri le attribuiscono adesso che è incosciente (..) da 16 anni. Non ho nulla contro il suicidio, quando so che si tratta di un atto consapevole. Di una scelta. Quando Piergiorgio Welby voleva morire, esausto dallo stare in un corpo che non riusciva più a sopportare, ero convinto che chiedesse una cosa giusta. E per me chiederei la stessa cosa. Ma Welby era cosciente, libero, poteva esprimersi. L’espressione del suo volto lucido e sofferente era inequivocabile, di là tutte le telenovele mediatiche e insopportabili che anche lì si sono costruite. Per Eluana non so. Non so se soffre veramente, come sta.
(…)
da www.opifice.it/index.php?option=com_content&task=view&id=603&Itemid=5

postato da: GinoCerutti alle ore 23:12 | link | commenti (12)
categorie: bioetica, salute

domenica, 25 maggio 2008

La razionalità consumista

In “Cuore” Pasolini descrive come il “nuovo potere” consumista sfrutti un’idea (falsa) di razionalità per diventare totalitario.
Si potrebbe vedere anche l’altra faccia della medaglia: come il consumismo sfrutta i sentimenti. Mi vengono in mente le
discussioni che su questo blog sono state fatte sul Natale.
“Cuore” è una risposta a critiche rivolte da sinistra, in particolare da Italo Calvino, a “
Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti“.

CUORE
da Pasolini, Scritti corsari, Milano, Garzanti ed. 1975
pubblicato su “Il Corriere della Sera” del 1° marzo 1975 con il titolo “Non aver paura di avere un cuore”.

(…)
Per il maschio l'aborto ha assunto un significato simbolico di liberazione: essere per l'aborto incondizionatamente gli sembra una patente di illuminismo, progressismo, spregiudicatezza, sfida. È insomma un bellissimo, gratificante giocattolo. Ecco perché tanto odio per chi ricordi che una gravidanza non voluta può essere, se non sempre colpevole, almeno colposa. E che se la prassi consiglia giustamente a depenalizzare l'aborto non per questo l'aborto cessa di essere per la coscienza una colpa. Non c'è anticonformismo che la giustifichi: e chi di anticonformistico non possieda che un fanatico abortismo, certamente ne è seccato e irritato. E allora ricorre ai metodi più arcaici per liberarsi dell'avversario che lo priva del suo piacere di sentirsi spregiudicato e all'avanguardia. Tali metodi arcaici sono poi quelli infami della «caccia alle streghe»: l'istigazione al linciaggio, l'elencazione nelle liste dei reietti, la proposta al pubblico disprezzo.
(…)
Ho detto che l'essere incondizionatamente abortisti garantisce a chi lo è una patente di razionalità, illuminismo, modernità ecc. Garantisce, nel caso specifico, una certa «superiore» mancanza di sentimento: cosa che riempie di soddisfazione gli intellettuali (chiamiamoli così) pseudo-progressisti.
(…)
Il problema è ben più vasto, e comporta tutto un modo di concepire il proprio modo di essere intellettuali: consistente prima di tutto nel dovere rimettere sempre in discussione la propria funzione, specialmente là dove essa pare più indiscutibile: cioè i presupposti di illuminismo, di laicità, di razionalismo.
(…)
Il potere non è più infatti clerico-fascista, non è più repressivo. Non possiamo più usare contro di esso gli argomenti - a cui ci eravamo tanto abituati e quasi affezionati - che tanto abbiamo adoperato contro il potere clerico-fascista, contro il potere repressivo.
Il nuovo potere consumistico e permissivo si è valso proprio delle nostre conquiste mentali di laici, di illuministi, di razionalisti, per costruire la propria impalcatura di falso laicismo, di falso illuminismo, di falsa razionalità. Si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idio­te consacrazioni, non gli serviva più.
In compenso però tale nuovo potere ha portato al limite massimo la sua unica possibile sacralità: la sacralità del consumo come rito e, naturalmente, della merce come feticcio. Nulla più ostacolare tutto questo. Il nuovo potere non ha più nessun interesse, o necessità, a mascherare con Religioni, Ideali e cose del genere, ciò che Marx aveva smascherato.
Come polli d'allevamento, gli italiani hanno subito assorbito la nuova ideologia irreligiosa e antisentimentale del potere: tale è la forza di attrazione e di convinzione della nuova qualità di vita che il potere promette, e tale è, insieme, la forza degli strumenti di comunicazione (specie la televisione) di cui il potere dispone. Come polli d'allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo.
(…)
Che cos'è (..) che rende attuabili - in concreto, nei gesti, nell'esecuzione - le stragi politiche dopo che sono state concepite? È terribilmente ovvio: la mancanza del senso della sacralità della vita degli altri, e la fine di ogni sentimento nella propria.
(…)
Al contrario di Calvino, io dunque penso che - senza venire meno alla nostra tradizione mentale umanistica e razionalistica - non bisogna aver più paura - come giustamente un tempo - di non screditare abbastanza il sacro o di avere un cuore.

 

postato da: GinoCerutti alle ore 16:46 | link | commenti (5)
categorie: cultura, libri, bioetica

mercoledì, 05 marzo 2008

Se l’etica va alle urne

Di questi tempi voci come quella di Cattani rischiano di essere schiacciate dallo strepitare dei due fronti contrapposti.
Dal mio personalissimo punto di vista, uno dei pochi aspetti positivi del PD potrebbe essere il divenire uno spazio di confronto tra cattolici e non cattolici (non uso il termine “laico” perché, in un certo senso, anche i cattolici non appartenenti al clero lo sono: www.demauroparavia.it/61809). Su questi temi si deve rinunciare alle facili “verità”, rendendosi conto che per le persone in carne ed ossa si tratta di drammi.


Se l’etica va alle urne
di Piergiorgio Cattani - Il Trentino, 19 febbraio 2008

Sembra proprio che la campagna elettorale per le politiche di aprile sia incominciata nel segno dei cosiddetti “temi etici”. Con alcune novità non secondarie rispetto al passato, fatti che testimoniano quanta strada l’Italia deve percorrere ancora per costruire un clima di dibattito civile e costruttivo anche su argomenti che dilaniano e dividono le coscienze. Da un lato incontriamo addirittura liste che si formano esclusivamente sui temi etici. L’iniziativa di Giuliano Ferrara di costruire un movimento dichiaratamente anti-abortista, se dal punto di vista culturale è utile e legittima (confrontarsi sulle idee è la forza della civiltà democratica), da quello politico è velleitaria e forse pericolosa. Che senso ha chiedere i voti, contarsi, cercare di portare in parlamento deputati con un programma così puntuale e ristretto? Tutti gli altri partiti sarebbero contro la vita? D’altra parte anche personaggi come Marco Pannella, con i suoi violenti eccessi, non hanno in fondo atteggiamenti dissimili: sembra che siano solo i radicali ad avere a cuore la ricerca scientifica, la salute dei malati, il diritto di autodeterminazione delle donne. Anche in questo caso non si può costruire un partito impugnando come una clava questioni delicatissime e laceranti che spesso non possono essere risolte con soluzioni nette e valide per sempre.
Detto questo è chiaro che i temi etici non possono essere espulsi dal dibattito politico. Anzi, dopo il crollo
delle grandi ideologie, che avevano visioni diametralmente opposte di società, sono proprio questi argomenti a dividere, non tanto aspetti economici su cui è la globalizzazione a dettare legge. Sembra quasi che siano la biopolitica, la salute, la visione della famiglia le uniche sfere di decisione in cui uno Stato è libero e sovrano. Se ciò è vero, occorrerebbe una maturità della classe dirigente e della società civile che l’Italia è ancora lungi da raggiungere. Infatti, in questi ultimi giorni, se ne sono sentite di tutti i colori: da Berlusconi che promette di ridurre gli aborti del 50% (come aveva promesso “meno tasse per tutti”, adozioni più facili, abolizione dell’ICI, un milione di posti di lavoro…), a vari esponenti del Partito Democratico che, probabilmente per non creare divisioni al proprio interno, si affannano a ripetere che l’etica non deve andare in pasto alle speculazioni elettorali, che bisogna lasciare spazio alla libertà di coscienza, che deve essere il Parlamento a decidere e non un governo. Ma questa posizione è stranamente condivisa dalle punte estreme delle due opposte visioni in campo: sia il direttore
dell’Osservatore Romano, sia una storica esponente laica e femminista come Dacia Maraini hanno invitato i partiti a fare un passo indietro. Ma forse, noi cittadini, dovremmo poter sapere in che cosa si differenziano i due schieramenti principali, dovremmo capire quali le conseguenze sui temi eticamente sensibili avrà la vittoria di uno o dell’altro dei partiti.
Giorgio Tonini, un senatore che più di altri ha affrontato anche dal punto di vista teorico questo delicato
problema, ha parlato spesso della necessità di evitare un “bipolarismo etico” che ad ogni cambio di governo è costretto a rivedere tutto oppure a legiferare in netta contrapposizione con l’altra parte. Questo clima può portare all’approvazione parlamentare di una legge (come è avvenuto per la legge 40 sulla fecondazione assistita) ma diventa sterile e dannosa quando deve confrontarsi con la realtà effettiva di un paese in cui convivono sensibilità culturali e religiose diverse che devono conservare pari dignità. L’analisi di Tonini è un corretto punto di partenza. Occorre trovare una soluzione il più possibile condivisa: ciò non significa che le forze politiche debbano mettere da parte le loro convinzioni e i loro progetti. È chiaro però che al momento decisivo della formulazione concreta della norma di legge occorre che tutti concedano qualcosa.
Prima però occorre raggiungere una base comune di linguaggio. Siamo lontanissimi da questo. Il caso più emblematico è proprio relativo all’aborto. Se la legge c’è, va rispettata. Se il diritto all’interruzione di gravidanza è consentito, chiamare la polizia è un atto gravissimo e prevaricatorio. Non si dica però che una donna è “costretta” ad abortire perché la diagnosi prenatale ha dato un esito infausto. Alcune donne proseguono la gravidanza anche in presenza di malattie più invalidanti. È meglio dire francamente e senza giri di parole che quella donna non se la sentiva di far nascere e allevare un figlio malato. L’aborto è terapeutico per la donna non certo per il feto che verrà eliminato. La legge non può obbligare le donne a tenere nel proprio corpo un figlio non voluto. Ma sarebbe utile trovare un terreno comune di confronto almeno sul fatto che occorre dare dignità e opportunità ai malati e ai disabili. La battaglia contro l’aborto che tutti sembrano sostenere comincia da qui. Hanno qualcosa da dire i partiti?

dal blog http://cattani-trento.blogautore.repubblica.it
postato da: GinoCerutti alle ore 11:12 | link | commenti (4)
categorie: politica italiana, bioetica

domenica, 06 gennaio 2008

Quanto ci manca Pasolini…

La bioetica (l’etica della vita) ha da sempre posto questioni drammaticamente centrali per l’umanità. Oggi, con le nuove tecnologie, in forma maggiore. Tali questioni sono talmente importanti da non poter essere lasciate all’arbitrio assoluto di ogni singolo scienziato; vanno perciò regolamentate. In un Paese democratico quale è il nostro se si vuole una legislazione seria e largamente condivisa l’opinione pubblica deve coltivare non solo conoscenze tecnico-scientifiche ma anche riflessioni etico-antropologiche. La scienza non dà infatti risposte a domande che la politica non può non porsi: fino a che punto la legge deve tutelare la vita? che paletti vanno posti agli scienziati? cos’è diritto e cos’è pretesa?
Purtroppo è raro trovare qualcuno che vada oltre i soliti discorsi: da una parte si sostiene la sacralità della vita (vista come minacciata dai “laicisti”), dall’altra l’inviolabilità delle libertà individuali (viste come minacciate dagli “oscurantisti”). Ognuno ha la verità in tasca. Scarseggia chi sa entrare veramente nel merito delle questioni.
Tutta un’altra cosa era Pasolini. Un vero intellettuale non rafforza i convincimenti di chi lo legge, ma lo spinge a mettersi in discussione.

 
Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti

di Pier Paolo Pasolini
in “Scritti Corsari” Garzanti 1975
Articolo apparso sul Corriere della sera del 19 gennaio 1975, con il titolo “Sono contro l’aborto”

Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto a una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia.Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo.

La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell’aborto, è il primo, e l’unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla “Realpolitik” e quindi ricorrono alla prevaricazione “cinica” dei dati di fatto e del buon senso.
Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com’è giusto), il problema di quali siano i “principi reali” da difendere, questa volta non l’hanno fatto.
Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i “principi reali” coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo, per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza , nella sua sanità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo.
Perché io considero non “reali” i principi su cui i radicali e in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto?
Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell’aborto (anche se magari nel caso di un nuovo “referendum” molti voterebbero contro, e la “vittoria” radicale sarebbe molto meno  clamorosa). L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero  più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla maggioranza – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito dalle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura.  
Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità della vita del consumatore. Insomma, la falsa liberazione del benessere, ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Infatti: primo: risultato di una libertà sessuale <relegata> dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità <indotta> e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza.
Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com’era nelle speranze democratiche). Secondo: tutto ciò che sessualmente è “diverso” è invece ignorato e respinto. Con una violenza pari solo a quella dei lager (nessuno ricorda mai, naturalmente, che i sessualmente diversi son finiti là dentro). È vero; a parole il nuovo potere estende la sua falsa tolleranza anche alle minoranze. Non è magari da escludere che, prima o poi, alla televisione se ne parli pubblicamente. Del resto le “élites” sono molto più tolleranti verso le minoranze sessuali che un tempo, e certo sinceramente (anche perché ciò gratifica le loro coscienze). In compenso l’enorme maggioranza (la massa: cinquanta milioni di italiani) è divenuta di una intolleranza così rozza, violenta e infame, come non è certo mai successo nella storia italiana. Si è avuto in questi anni , antropologicamente, un enorme fenomeno di abiura: il popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più ricordare la sua “reale” tolleranza: esso, cioè, non vuole più ricordare i due fenomeni che hanno meglio caratterizzato la sua storia. Quella storia che il nuovo potere vuole finita per sempre. È questa stessa massa (pronta al ricatto, al pestaggio, al linciaggio delle minoranze) che, per decisione del potere, sta ormai passando sopra la vecchia convenzione clerico-fascista ed è disposta ad accettare la legalizzazione dell’aborto e quindi l’abolizione di ogni ostacolo nel rapporto della coppia consacrata.
Ora, tutti (..) quando parlano dell’aborto, omettono di parlare di ciò che logicamente lo precede, cioè il coito.
Omissione estremamente significativa. Il coito – con tutta la permissività del mondo – continua a restare tabù, è chiaro. Ma per quanto riguarda i radicali la cosa non si spiega certamente col tabù: essa indica invece l’omissione di un sincero, rigoroso e completo esame politico. Infatti il coito è politico. Dunque non si può parlare politicamente in concreto dell’aborto, senza considerare come politico il coito. Non si possono vedere i segni di una condizione sociale e politica nell’aborto (o nella nascita di nuovi figli) senza veder gli stessi segni anche nel suo immediato precedente, anzi, “nella sua causa”, cioè nel coito.
Ora il coito di oggi sta diventando, politicamente, molto diverso da quello di ieri. Il contesto politico di oggi è già quello della tolleranza (e quindi il coito è un obbligo sociale) mentre il contesto politico del matrimonio di ieri era la repressività (e quindi il coito, al di fuori del matrimonio, era scandalo). Ecco dunque un primo errore di “Realpolitik”, di compromesso col buon senso, che io ravviso nell’azione dei radicali e dei progressisti nella loro lotta per la legalizzazione dell’aborto. Essi isolano il problema dell’aborto, coi suoi specifici dati di fatto, e perciò ne danno un’ottica deformata: quella che fa loro comodo (in buonafede, su questo sarebbe folle discutere).(…)

Ho recuperato l’articolo su www.autet.it/index.php?option=com_content&task=view&id=118&Itemid=52 dove è preceduto da un bel commento di Giacomo Pellizzari

postato da: GinoCerutti alle ore 19:18 | link | commenti (5)
categorie: cultura, politica italiana, bioetica

domenica, 09 settembre 2007

Alexander Langer



A giugno a Bolzano è iniziato un dibattito, non ancora concluso, sulla possibilità di intitolare una via ad Alexander Langer. Questa idea è stata criticata: da alcuni sostenendo che non può essere proposto come esempio un suicida (ma  Karl Golser, docente di Teologia all’Università di Bolzano, ha, da un punto di vista cattolico, confutato questa argomentazione), da altri sostenendo che la politica di Langer sarebbe stata dannosa per il Sudtirolo. Sul suo blog Piergiorgio Cattani ha invitato Trento e Rovereto a mettere in pratica l’idea dell’intitolazione.

Langer, nato a Vipiteno nel 1946, ha fatto parte prima di gruppi cattolici impegnati a rendere vivo il cristianesimo nella loro realtà concreta (ha frequentato don Milani a Barbiana), poi della sinistra contestataria, e, infine, dei movimenti ecopacifisti che hanno dato vita ai Verdi. Ha sempre preferito i gruppi interetnici, visti come esempio, concreto e dal basso, di collaborazione nella diversità (cosa particolarmente significativa in Alto Adige).

E’ stato consigliere provinciale a Bolzano ed eurodeputato.

Come pochi altri, ha cercato un senso vero ed attuale per parole come “conservazione” e “progresso”, “identità” e “tolleranza”. Ciò l’ha portato spesso su posizioni lontane dai luoghi comuni, anche da quelli delle sinistre.

Il distacco dalla Chiesa non ha posto termine alla sua voglia di dialogo con i cattolici e all’interesse per il sacro.

Pur essendo favorevole ad una legalizzazione dell'aborto (ma contro una sua banalizzazione) e a una libertà regolamentata di fecondazione assistita, insieme ad altri ambientalisti si è espresso contro la

manipolazione genetica degli embrioni, sostenendo, almeno per alcuni aspetti, un documento del Vaticano e invitando ad estendere agli animali tale contrarietà.

Si è impegnato, inascoltato, per affermare la convivenza interetnica anche in Yugoslavia. Durante la guerra richiese bombardamenti sugli assedianti Sarajevo, arrivando a polemizzare con altri pacifisti.

E’ morto nel 1995.

Vita e idee di Langer sono presentate in “In viaggio con Alex”, di Fabio Levi, pubblicato da Feltrinelli
Testi di Langer sono contenuti in “Il viaggiator leggero”, Sellerio ed. (una specie di “antologia”)


Link:
Fondazione "Alexander Langer"

Il dibattito bolzanino

La proposta di Cattani
“Quanto sono verdi i conservatori, quanto sono conservatori i verdi”
“Cara Rossanda, e se Ratzinger avesse qualche ragione?”
“Perché tanto scandalo a sinistra? E' vero, il verde non passa per la cruna dell'ago rosso”
postato da: GinoCerutti alle ore 23:53 | link | commenti (9)
categorie: politica italiana, fatti e misfatti, bioetica, politica mondiale, politica sudtirolese


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