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3.0: L'Occhio di Rovereto versione
blog. Maggiore dinamicità, maggiore interattività,
alienazione allo stato puro.
Avvertenza:
se doveste avere il sospetto di riconoscervi tra i personaggi di
queste storie, sappiate che si, siete voi. Ma non prendetevela con
noi. Noi eravamo zitti in un angolo a prendere nota. Avete fatto
tutto da soli.
Ci sono delle domande che nella vita pesano come dei macigni.
Da dove veniamo? Dove andiamo? Chi siamo? Argomenti penosi che nemmeno il teroldego superiore riesce ad aiutarmi nella sintesi di una risposta quantomeno accettabile.
Tuttavia, tra tutte le domande che ci caratterizzano in quanto esseri umani, una in particolare occupa la prima posizione della mia personalissima top ten delle domande esistenziali per eccellenza (in puro stile nick hornby).
La domanda che tanto mi spaventa proviene generalmente dal proprio partner al termine di un intimo scambio di effusioni e viene così posta: "Ti è piaciuto?"
Una domanda che per ragioni sentimentali - legate per lo più alla conservazione di un rapporto di coppia vagamente appagante per entrambi - prevede una risposta che va (o che comunque andrebbe) ripescata univocamente all'interno del calderone della positività. Cose del tipo:
"Si" - risposta minimalista e triste
"Certo" - risposta categorica
"Ma ovvio!" - risposta tendenzialmente arrogante
"Con te non può non piacermi, dai" - risposta assertiva
"E' stato fantastico. Ora baciami scema" - risposta complice
"Amore, ogni volta che lo facciamo tu mi fai toccare il paradiso" - risposta mocciana
Che poi ognuno risponda pure quello che gli pare. Il problema di fondo resta che qualsiasi risposta si emetta, il pericolo può considerarsi tuttaltro che scampato. E' la seconda domanda, introdotta dalla prima come una leggero venticello che preannuncia una bufera, a poter scatenare lo tsunami.
La seconda domanda, di solito, è questa qui: "A si? E perchè?"
In quei casi, fate come me. Iniziate ad acarezzare leggermente i capelli del vostro partner, sorridendo. Poi con la mano scendete e fate una carezza sul suo volto. Infine, la (o lo) baciate sussurando: "Ho proprio voglia di un caffè, tu lo prendi sempre senza zucchero giusto?"
Non ho mai nascosto le mie perplessità in merito al gruppo anarchico roveretano, ben consapevole del rischio implicito di passare per quello che si schiera dalla parte sbagliata di una barricata dove da una parte prendono parte i buoni, mentre dall'altra ci sono i cattivi.
Ragionare per dicotomie lo trovo noioso e superficiale, a mio avviso la realtà politica non si esaurisce in un continuum che si sviluppa lungo un'unica direzione orizzontale ma è costituita da un intersecarsi di piani che coprono più dimensioni spazio-concettuali.
In una sottocultura, quella dei giovani benestanti roveretani alla quale volente o appartengo, nella quale essere di sinistra è dato quasi per scontato ma dove forse nessuno - compreso me stesso - sa concretamente cosa significhi, prendere delle posizioni alle volte risulta alienante.
Così, più di una volta, mi sono trovato a dover discutere con alcune persone che mi ammonivano dicendo che le mie idee relative al gruppo anarchico roveretano sono figlie del solito luogo comune, sentendo spesso come conclusione dell'argomentazione la domanda:
"Ma secondo te agli anarchici chi glielo fa fare?".
A questa visione, mi piace rispondere che sono gli anarchici roveretani stessi a costituire un luogo comune, e che la protesta cieca e condotta a testa bassa evoca in me reminescenze dei capricci di un bambino forse un pò troppo viziato. La protesta così condotta è un bene di lusso al quale solo pochi hanno il "privilegio" di poter accedere, e così alla domanda precedente rispondo con un'altra domanda:
"Ma secondo te agli anarchici chi NON glielo fa fare?".
L'ultimo spunto di riflessione offerto a noi comuni mortali sono state un paio di secchiate di vernice rossa sul monumento all'alpino di via Dante.
Qualcuno propone di cogliere l'occasione per giungere ad un possibile - quanto improbabile - punto di contatto.
Il Pizz col Rocco in prima linea a battere il tempo, il signor D. da Patom, il signore della stazione, l'islandese & Co., le bariste, i sempre giovani del Circolo, le bocce, la birra, le risate, noi, il teatrino, i vicini ma sprattutto c'erano La piccola orchestra di Felix Lalù e the Damsel's Demon Lovers (con le rispettive).
Il Circolo ieri era al gran completo.
E anche la fontana alle due spine, riempita di bevande in bottiglia da tenere in fresca.
Un eden terrestre, baluardo di musica terapeutica, locus amoenus in una città che da tempo non ospitava un'iniziativa di questo spessore sociale. Sociale e culturale.
Forse non tutti lo sanno, ma da qualche giorno il circolo roveretano del Partito Democratico ha avviato una raccolta firme per focalizzare l'attenzione cittadina sul problema della viabilità, con un occhio di riferimento al tema caldo dell'estate roveretana: le ciclabili, guardacaso.
Il tutto, da quello che ho appreso leggendo il quotidiano l'Adige, dovrebbe preparare l'humus sul quale costruire un dibattito che sfocerà in un incontro pubblico, previsto presumibilmente nel mese di ottobre.
Personalmente sono molto felice che qualcuno si attivi anche in questo senso, con il classico auspicio - o forse, data l'educazione cattolica dalla quale tutti quanti noi proveniamo, sarebbe più corretto dire speranza - che alle parole seguano poi dei fatti concreti.
Ora, non voglio passare per qualunquista, cosa che non sono, nè per dipietrino o grillino come mi ha fatto notare qualcuno evidentemente meno moralista di me, ma mi sembra - in consiglio comunale così come in questa “forte” presa di posizione del PD - che ci si stia indirizzando, con la questione ciclabili, verso una gigantesca masturbazione collettiva, dove tutti godono ma dove forse, alla fine, non verrà nessuno.
Mi spiego meglio: il problema ciclabili qui a Rovereto c'è sempre stato, la mozione Gerola all'urlo di banzai si è lanciata contro la portaerei Valduga pur sapendo benissimo di non avere opportunità se non quella di portare al centro dell'attenzione un tema a noi ciclisti molto caro. Ora tutti ne parlano, tutti si sono incazzati, vado al bar e si parla di ciclabili, vado dal mio barbiere che la bici manco ce l'ha e mi chiede delle ciclabili...per me è un sogno, ma come una volta ha detto bene Valduga in consiglio comunale riferendosi ad un intervento di Rasera "meglio abituarsi a non sognare".
Lo spettro delle comunali 2010 è proprio dietro l'angolo, e la raccolta firme del PD, a guardare bene, non ha nessun valore se non quello, forse, di acquisire una certa legittimità ed un certo consenso. Nome, cognome ed indirizzo. Nessun numero di documento ad esempio, come solitamente è previsto dalle azioni vagamente serie. Ma allora perchè? Per cosa? E per chi?
Ho comunque firmato - Roberto Baggio, viale dei Ciliegi 10, Paperopoli - perchè mi è sembrata l'ennesima presa per il culo, l'ennesima speranza alla quale aggrapparsi, l'ennesima lustratina alla facciata che deve essere mantenuta sempre in tiro.
Invece di un bel sogno, che in realtà si tratti solamente dell'ennesimo, inconcludente incubo?
Datemi un pizzicotto, grazie.
Vivo con la sensazione di una catastrofe imminente. Probabilmente, qualche sera fa, l'assunzione osmotica di tabasco e di Stalker - in reload per almeno tre volte - hanno agito da catalizzatori per la genesi di uno scenario del tutto cyberpunk. In questi casi, quando i crampi allo stomaco e lo spettro di lei rendono impossibile ogni forma di dialogo con Morfeo, indosso le mie pegasus comprate in saldo ed esco a farmi una corsa. Scendo fin dove il leno si congiunge con l'adige e mi siedo sulla panchina sulla quale, tempo fa, scrivemmo con il coltellino portato per la mela due lettere. Ti ricordi? Quante volte ti avrei voluto parlare con l'essenzialità di un fante, con l'eleganza di un murakami, con la dolcezza di B. Il sole sta per sorgere - 18 secondi prima dell'alba - il mio fuso orario è ancora regolato con il tuo. La pegasus ribelle mi ricorda che deve essere riallacciata. Il primo raggio di sole esita a posarsi sui miei occhi. Lascia perdere - forse domani.
Addio, questa volta per sempre.
La debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l'uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l'albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza.
Nel mese di giugno l’Associazione “Giovane domani” ha effettuato un sondaggio per comprendere le necessità e le aspettative dei giovani roveretani. Le richieste che vanno per la maggiore sono: locali all’aperto, discoteca, parcheggi a basso costo e una comunità più tollerante nei confronti dei ragazzi.
Da questi risultati risulta, ancora una volta, come capita in ogni discussione sui problemi dei giovani, che l’unica preoccupazione sia legata all’orario di chiusura dei locali del centro storico. Possibile essere cosi tanto anestetizzati da non avere altre priorità? Penso invece che le questioni su cui discutere e combattere anche con forza e determinazione siano altre.
L’Italia non è un Paese per giovani. Li carica di un enorme debito pubblico e pensionistico e li priva di prospettive per il futuro relegandoli ai margini del mercato del lavoro. La spesa per la protezione sociale in Italia è ripartita in modo del tutto svantaggioso per le nuove generazioni di lavoratori, garantendo prevalentemente il sistema pensionistico e sanitario.
In Italia soltanto il 18 per cento delle persone in cerca di occupazione riceve un sussidio, mentre negli altri paesi europei, dove la spesa sociale è distribuita in modo meno sproporzionato e non penalizzante, oltre il 70 per cento dei disoccupati riceve un benefit. Scrive Giorgio Santini, dirigente della Cisl, su “Conquiste del Lavoro” del 20 giugno 2009: “Risultano particolarmente colpiti dalla crisi produttiva i lavoratori a termine, i co.co.pro. (…). Ciò conferma un utilizzo congiunturale di queste tipologie contrattuali, che sono le prime a crescere in fase di crescita economica, e le prime a ridursi nelle congiunture negative, mentre tiene il lavoro dipendente a tempo indeterminato grazie alla cassa integrazione (…). Si conferma, tuttavia, anche la forze penalizzazione dei giovani, maggiormente interessati dai contratti flessibili. Mentre si dimostra, dunque, la tenuta del meccanismo degli ammortizzatori sociali che è stato potenziato in questi mesi, contemporaneamente si evidenzia la debolezza dei giovani e dei lavoratori precari di fronte alle turbolenze del mercato del lavoro, e dunque si pone la necessità di continuare l’operazione di allargamento delle tutele.”
Tito Boeri ha provato a proporre alcune soluzioni in “Un nuovo contratto per tutti” e in “Contro i giovani – come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni”, nel quale scrive: “Gli studenti universitari sono riusciti per qualche settimana a occupare il centro della scena. Manifestazioni di piazza, occupazioni e lezioni di piazza. Contro i tagli indiscriminati all’università contemplati dalla Legge Finanziaria di Tremonti. (…) Gli studenti possono oggi essere il soggetto nuovo, l’attore che scompagina le carte, che rompe gli equilibri. Perché ciò avvenga ci vuole però un salto di qualità. Sin qui la protesta dei giovani è stata soprattutto all’insegna dei no. Importante che ora si traduca in proposte concrete, che non finiscano per fare il gioco di chi si erge a difesa dello status quo. Il movimento degli studenti può aver un ruolo nel cambiare le regole di ingresso nel mercato del lavoro per tutti. Bisogna rimuovere quelle barriere che oggi separano il mercato del lavoro di serie A da quello di serie B. Tutti devono poter entrare con le stesse regole, permettendo ai loro datori di lavoro, privati e pubblici, di valutare il loro rendimento nei primi tre anni, con tutele contro il rischio di licenziamento crescenti nel tempo.”
Analizza anche la questione salariale: i giovani lavoratori vengono infatti descritti efficacemente con il termine milleuristi, per indicare le modeste retribuzioni, oltre alla precarietà della propria posizione lavorativa: “I giovani sono penalizzati da questa struttura del salario (…) partono con un primo salario del 10-15% più basso rispetto al salario medio (mentre fino a quindici anni fa i salari di ingresso erano più alti dei salari medi) e hanno meno progressione salariale di chi li ha preceduti”.
Ma non è solo colpa del mercato del lavoro, anche il sistema formativo è carente, “la laurea vale troppo poco anche perché l’università ci mette del suo. Bassa qualità della didattica e della ricerca in molte sedi. ci sono talmente tante sedi universitarie da permettere a molti studenti di trovare una facoltà praticamente sotto casa. Forse per questo si sceglie a cuor leggero. Non c’è poi da stupirsi se sette laureati su dieci dichiarano, una volta trovato un impiego, che le competenze acquisite a scuola o all’università non si rivelano utili al lavoro”.
Penso sia necessario per i giovani, e per le associazioni che vogliono rappresentarli, analizzare questi temi, decisivi per il nostro futuro.
Uno degli aspetti più affascinanti di Facebook, probabilmente l'aspetto più affascinante, è sicuramente da ricercare nell'immagine che ogni iscritto (me compreso) costruisce di se, il classico morettiano “...faccio cose...vedo gente...”, con la prerogativa che le cose che facciamo e la gente che vediamo sono indiscutibilmente le più fighe di tutte. Una tendenza verso una costruzione della propria identità virtuale del tutto ottimistica, supportata ed incoraggiata anche dalle opportunità che lo strumento mette a disposizione: la possibilità di confermare la propria partecipazione ad un evento (faccio cose e voglio che gli altri vedano che io faccio cose), la possibilità di inserire le tag (il nome della persona raffigurata che funge, inoltre, da link all'account facebook della medesima) sulle foto (vedo gente e voglio che gli altri vedano che io vedo gente), le innumerevoli opportunità di iscriversi a una qualsiasi forma di gruppo per poter gridare all'unisono “noi facciamo cose e noi vediamo gente e vogliamo che gli altri vedano che noi facciamo cose e vediamo gente” fino al tastino per alzare il proprio pollice virtuale a favore di un qualsiasi elemento pubblicato (la gente che vedo fa cose che mi piacciono).
Ora, passeggiando virtualmente per gli affollati piani virtuali del popolare social network, inserendo come voce di ricerca Rovereto, il nome della nostra bella cittadina che tutti noi amiamo, sono incappato in due gruppi piuttosto inaspettati, direi quasi esilaranti nella loro assurdità: “Via gli zingari da Rovereto” (ora eliminato), al quale, puntualmente, fa eco “Via da Rovereto chi si iscrive a gruppi come via gli zingari da Rovereto!!”.
Lo so, il nome del secondo gruppo è un po' complesso da digerire, prendetevi qualche minuto.
In entrambi gli schieramenti ho ritrovato parecchie persone conosciute (del resto, viviamo in un buco di culo piuttosto stretto) ma ad essere sincero non so quale delle due fazioni mi urti maggiormente a livello emotivo, se quella dell' ignoranza palesata che deve per forza costruirsi delle coordinate di senso anche in uno spazio inesistente (guardatemi, faccio cose e vedo gente, quindi sono) o quella dell'indignazione palesata, che deve per forza costruirsi delle coordinate di senso partendo da coordinate di senso altrui (guardatemi, io non faccio certe cose e non vedo certa gente, quindi sono).
Fatto sta che nel secondo gruppo, quello degli indignati, ho scoperto che c'è pure quella splendida ragazza che se ne sta sempre in biblioteca, con il viso assorto a leggere chissà cosa. E' anche di sinistra, quindi. Una dei nostri. L' aggiungo subito ai miei amici virtuali. Evviva!
"Faccio cose, vedo gente".
Tradotto: quello che conta non è il gesto bensì l'idea del gesto, non è la sostanza bensì l'idea di sostanza. Mi basta pensare a quanti, nell'elenco dei loro hobby, scrivono semplicemente "molti" oppure "troppi". Comunicare impressioni, illudersi per illudere. Credo sia questo, in fondo, il significato dell'esistenza. Amen.
Salve, sono Michela da quasi 3 anni abito a Rovereto con marito e 3 figli. Vi scrivo il mio sdegno a riguardo dell' aumento assurdo del biglietto d'ingresso della piscina comunale di Rovereto. E non è poco il 22%,se poi si pensa che una famiglia di 5 persone deve spendere 14€ per rimanerci 3-4 ore max, anche perché con 3 figli sotto i 5 anni dalle 12 alle 15 è dura stare sotto il sole.
Inoltre volevo porre alla vostra attenzione che non è più disponibile l' abbonamento mensile per il nucleo famigliare di almeno 5 persone, in vigore fino alla fine di giugno 2009, e rimosso dal nuovo tariffario in vigore dal 4 luglio 2009 senza pubblicità, tolto in sordina...così nessuno si lamenta!!!
Ma che aiuti alle famiglie, bisognerebbe boicottarla per una settimana forse i " nostri " politici la smetterebbero di boicottare le famiglie!!!!
Sicuramente non è la soluzione, ma iniziamo dal basso a cambiare come dice Beppe Grillo.
Pasolini, Moravia, Musatti.
Ora i nostri intellettuali si chiamano Benigni, Grillo, Le Iene, la nostra indignazione filtrata e sintetizzata nei commenti di Facebook, nel quale siamo tutti pronti ad alzare il pollice virtuale in segno di consenso.
Questa notte, complice qualche birra di troppo, ho sognato bombe atomiche colpire la mia città.
Un bagliore accecante e poi il vuoto. Devo smettere di ubriacarmi da solo.