Sui mass media e sui blog (ho scritto qualche mia idea a proposito su quello di Berlicche) si dibatte sul senso del crocifisso nella aule scolastiche e sul senso della sentenza. Ma più che di questo (dopo tutto un cristiano può benissimo stare in un'aula senza crocifisso e un non cristiano può benissimo stare in un'aula con il crocifisso) mi interessa capire cosa motiva chi si impegna per anni in una battaglia giudiziaria di questo tipo, arrivando fino alla giustizia europea.
Adesso temo i talebani cattolici, articolo apparso su Il Corriere della sera di oggi, dà qualche indicazione.
Mi ha colpito in particolare una frase del figlio più giovane: "In classe, alle medie, c’erano tre crocifissi. Ovunque ti giravi, ti sentivi osservato".
Se non ignorava i crocifissi, se si sentiva osservato, in qualche modo riconosceva in loro il richiamo a una presenza. A una presenza reale. Strano per un ateo.
Probabilmente ci sono degli "atei" che vivono il rapporto con Dio come una lotta (e quindi in qualche modo a Dio ci credono). Forse perché è stato insegnato loro -magari non con un insegnamento esplicito: ma il messaggio è passato- che Dio è un essere ostile di cui aver paura (v. l'episodio, narrato all'inizio dell'articolo, della sgridata del nonno). O forse, al contrario, l'ostilità a Dio è da ricercarsi nel fatto che il Dio cristiano è portatore di un amore troppo grande per essere capito. Così anche il suo sguardo può far paura. Tanto da volerlo evitare.
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